In questi giorni siamo stati attraversati da una violenza improvvisa ed incomprensibile, il pensiero si ferma, le parole rallentano, diventano esitanti.
La morte di giovani vite- poveri ragazzi- apre una frattura che nessuna analisi può colmare, ma che chiede di essere almeno abitata, con rispetto, ascolto e profondità.
Questo momento, trascorsi già diversi giorni, diverse notti dal fatto, nasce “come un gesto di amore e di onore” per la storia, non per spiegare l’evento, né per assorbirlo in una narrazione consolatoria, ma per viverlo “come uno spazio simbolico”, in cui le emozioni collettive, dolore, sgomento, paura, tristezza, possono essere riconosciute, accolte.
Cosa sono i luoghi? Che cosa è Crans Montana?
Crans Montana è un luogo che ascolta, un altopiano alpino… sospeso tra luci e vuoto, tra aperture e ritiro, può essere pensato oggi come un luogo che ascolta.
Le montagne non rispondono, non commentano, non giudicano. Restano. Nel loro silenzio c’è una qualità che manca spesso al mondo contemporaneo: la capacità di contenere. Eppure, un’esplosione mediatica di parole d’odio contro i ragazzi che filmavano. Il fuoco arrivava e loro filmavano. Abbiate rispetto, rispetto per quelle famiglie… del dolore straziante dei padri che hanno perso i figli, la cui unica colpa è stata quella di non avere percepito alcun rischio iniziale…Ma c’è dell’altro!
In tempi normali, questo luogo, Crans Montana, come tanti altri luoghi, viene raccontato, un racconto che si snoda attraverso immagini di armonia, bellezza e leggerezza. Ogni luogo ha una connotazione affettiva, Hillman ci parla di luoghi dell’anima, di un Genius loci…una presenza psichica che chiede di essere ascoltata, prima ancora che trasformata. In questi giorni invece, la funzione simbolica di questi luoghi è mutata: da spazio-scenario di evasione, a spazio “di raccoglimento”. La montagna non nega la tragedia, ma l’accoglie senza trasformarla in spettacolo.
È un dolore violento che attraversa la collettività, ferisce le famiglie, le comunità, direttamente coinvolte. Tocca qualcosa di molto profondo e diffuso, una zona sensibile della psiche collettiva. È una ferita invisibile ma che si apre a molti, a noi tutti, anche a chi non conosceva quei ragazzi.
Tocca qualcosa di molto profondo e diffuso…
In questi momenti emergono emozioni che spesso restano sommerse: paura per il futuro, senso di impotenza, rabbia muta, tristezza senza nome. Emozioni che la società dell’immagine tende a rimuovere o a consumare velocemente, Eppure, se non vengono riconosciute e, se non scompaiono, restano, agiscono, pesano.
Ogni comunità, ogni epoca, porta con sé una zona d’ombra: è ciò che non vuole vedere, ciò che esclude dal racconto ufficiale di sé. La violenza improvvisa, soprattutto quando colpisce i giovani appartiene a questa zona. Non perché sia estranea ma perché è troppo dolorosa da integrare, in questi giorni l’Ombra si è resa visibile. Ignorarla significherebbe condannarla a ripetersi. Guardarla, invece, non vuol dire giustificarla ma riconoscere che fa parte del nostro tempo, delle sue fratture, delle sue solitudini, dei suoi silenzi mancati. Realtà, immagini, silenzio…vengono in mente.
Il mondo contemporaneo reagisce agli eventi tragici moltiplicando immagini, parole, commenti. Il rischio è che il dolore venga rapidamente trasformato in flusso perdendo profondità: è lì che la violenza diventa normalizzazione, banalizzazione. In questo senso, luoghi reali come Crans Montana possono offrire un controtempo: uno spazio in cui l’esperienza non è mediata “ma sentita”, qui il silenzio non è vuoto ma presenza. Non cancella il dolore, anche se insopportabile.
Camminare, guardare l’orizzonte, percepire il limite del corpo, del tempo può diventare un modo per restare in contatto con ciò che è accaduto senza esserne travolti. Anche commemorare.
Commemorare non significa fissarsi nel passato, ma assumere una responsabilità verso il futuro. Ricordare quei ragazzi vuol dire interrogarsi su che tipo di spazi interiori, sociali, simbolici stiamo offrendo alle nuove generazioni. E se a queste generazioni non riconosciamo uno spazio che riconosce il dolore e che sa contenere la fragilità, ogni sensazione rischia di trasformarsi in distruzione. Uno spazio invece che sa sostare nel limite può diventare generativo.
Nei giorni che hanno seguito la tragedia, il tempo cambia qualità… non scorre più in avanti con la consueta linearità, ma si addensa, rallenta, a volte si ferma. È un tempo sospeso, “è il tempo del trauma”, in cui le domande superano le risposte e il sentire precede il pensiero. È uno spazio temporale fragile, la collettività cerca appigli simbolici per non smarrirsi del tutto. È un dolore condiviso che non è mai astratto, anche quando l’evento avviene altrove esso tocca corde profonde perché reattive paure universali, la perdita, la fine improvvisa, l’ingiustizia della morte che colpisce chi invece è all’inizio della vita. Questo sentire diffuso ha bisogno di luoghi, reali e interiori che sappiano contenerlo.
Quando a morire sono dei giovani così giovani, la ferita assume una risonanza particolare, non si spezza solo una vita, ma una possibilità e un futuro non ancora vissuto.
La comunità si trova così a fare i conti con un senso di fallimento più ampio, l’idea spesso implicita di non essere riusciti a proteggere ciò che era più vulnerabile…
Crans Montana, con la sua apertura verso l’alto, il suo distacco dal rumore continuo del mondo può incarnare questa funzione, non come luogo di fuga ma come spazio di distanza necessaria. La distanza non è indifferenza, è ciò che permette di guardare senza essere annientati, di sentire senza essere sommersi. La vastità del paesaggio alpino ridimensiona l’individuo, ma nello stesso tempo lo riconsegna a qualcosa di più grande, in cui il dolore può trovare un orizzonte, un senso di rispetto.
Viviamo in un’epoca che tende a esporre tutto, emozioni perdite e reazioni. La tragedia diventa rapidamente contenuto, flusso di battito… spesso il dolore si trasforma in consumo, mentre invece dobbiamo sottrarre, rallentare, restituire profondità, dare dignità al silenzio. Crans Montana merita silenzio.
Ogni evento traumatico pone una domanda implicita alla collettività: che cosa facciamo di ciò che abbiamo sentito? Possiamo ignorare il dolore? Ma no, perché significa lasciarlo agire in forme distorte. Abbiamo un’altra via, quella del riconoscimento.
Riconoscere non vuol dire risolvere, vuol dire accettare anche alcune ferite fanno parte della nostra storia comune, che solo attraversandole con consapevolezza è possibile evitare che si ripetano in forma è sempre più distruttive, questo vale soprattutto quando il dolore riguarda i giovani, specchio sensibile delle contraddizioni del mondo adulto.
Direi allora che Crans Montana oggi può essere pensato come un luogo di soglia, tra luce e ombra tra bellezza e verità, tra ciò che vorremmo mostrare e ciò che siamo chiamati a sentire.
Il pensiero va a quei ragazzi e le loro famiglie e gli amici, a chi resta con domande senza risposte.
Che questo silenzio alpino, reale, simbolico possa offrire uno spazio di rispetto, di memoria e di vicinanza umana, in un momento in cui il dolore attraversa tutti, un gesto di responsabilità collettiva.
Un dolore che attraversa l’anima come un vento freddo che scavalca le montagne. Attraversa valli, comunità, generazioni, supera i confini geografici e si deposita nella psiche collettiva, dove riattiva memorie antiche di perdita, paura e vulnerabilità.
Il trauma vicario si manifesta spesso in forma di stanchezza emotiva, disturbo post-traumatico da stress, senso di inquietudine, improvviso ritiro, difficoltà di concentrazione. Esso non chiede attenzione mediatica ma contenimento, bisogno di luoghi reali o interiori capaci di accoglierlo senza amplificarlo.
Il paesaggio alpino, con la sua lentezza e la sua verticalità, offre un’immagine potente di questo processo. Ciò che è stato trasmesso deve essere trasformato… ma solo se viene riconosciuto come reale, legittimo, condiviso.
Dott.ssa Iva Marino
Psicologa clinica e Criminologa
Esperto in clinica del trauma e psicopatologia


