Circoli vuoti, urne (semi)piene
In città non mancano di certo circoli di partito, alcuni dei quali ubicati in sedi storiche o
comunque prestigiose. Inoltre, stando ai dati sull’affluenza delle ultime tre tornate elettorali di
amministrative, la partecipazione popolare al processo di selezione dei rappresentanti politici
locali è stata ad ogni appuntamento non molto inferiore ai due terzi degli iscritti alle liste
elettorali, segno che il distacco tra i cittadini e la loro istituzione comunale è forse il triste
appannaggio delle persone meno abbienti e meno garantite: disoccupati cronici, precari
regolari e non, indigenti, ex-appartenenti alla classe media. Per converso e quasi
provocatoriamente, si potrebbe argomentare che tutti gli altri esercitino il loro diritto di voto
perché si ritengono tutto sommato soddisfatti del sistema che li governa, a prescindere da
eventuali alternanze tra gli schieramenti in campo.
Ma è davvero così?
La percezione diffusa della progressiva marginalità della città già nel contesto regionale (a
sua volta periferia del Paese) sembrerebbe smentire la presunzione che la navigazione
proceda a gonfie vele. Questo sentimento popolare di lucida e disincantata rassegnazione, che
produce una sempre crescente estenuazione, si riflette nella scarsissima frequentazione dei
circoli di partito, i quali in effetti non costituiscono dei centri di discussione e di elaborazione
di linee e proposte di riforma, soprattutto sociale e culturale, ma piuttosto e tutt’al più dei
comitati elettorali che si mettono in moto in prossimità delle scadenze per il rinnovo degli
organi municipali.
Allora, come spiegare la manifesta contraddizione tra l’apatia politica che si registra negli
intervalli quinquennali tra una consultazione elettorale e la successiva, da un lato, e la robusta
affluenza ai seggi, dall’altro?
Se mancano la voglia, il tempo, l’interesse a prendere parte alla vita dei partiti per osservare
da dentro e contribuire in proprio alla formulazione degli indirizzi da seguire una volta
ottenuta la guida della città per poi esprimere in concreto le decisioni pubbliche che
riguarderanno l’intera collettività, allora perché tutta quella corsa alle urne? È un fenomeno
curioso, sicuramente complesso, in cui non molta influenza ha il voto d’opinione, se si pensa
che questa è l’epoca del suffragio liquido, mobile e volatile; non trascurabile ne ha invece il
voto clientelare, per ragioni storiche legate in particolare a un mercato del lavoro poco
trasparente (ed efficiente) in cui domanda e offerta si incontrano grazie alle buone
conoscenze e ai buoni uffici dei noti potentati locali; ma un peso a suo modo determinante
deve altresì essere riconosciuto alla pratica del voto di cortesia (per motivi familiari, amicali e
persino di buon vicinato) che, non implicando nemmeno lo scambio (beninteso, sempre
iniquo e ingiusto) tra preferenza elettorale e una qualche utilità in favore dell’elettore, snatura
la delega in un insensato regalo d’uso al candidato di turno.
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