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“u viaggiu a San Filì” – di Luca Ballarò

Riccardo Maggio 1, 2024 8 minuti letti
san filippo 2

Beato chi intraprende il santo viaggio
“u viaggiu a San Filì”
Gli ultimi giorni di Aprile , il 30 in particolare e il primo maggio, per chi vive in queste parti dell’entroterra siciliano, sono le giornate di San Filì, dedicate “o Santu di Daduni” ovvero a San Filippo Apostolo. A frotta uomini e donne si mettono in cammino e, partendo dalla propria abitazione, giungono pellegrini davanti al Santo Nero di Aidone, in provincia di Enna, per voto, in preghiera o per ringraziamento.
Li trovi sui cigli della statale, nelle campagne, in due o in gruppo, zaino in spalla, golf attaccati alla vita viste le temperature primaverili, borracce e zainetti, con passo spedito procedono verso la vecchia Morgantina. Che si parta da centri più vicini, ma anche più lontani non importa, la meta è una: giungere davanti al santo apostolo.
Quasi una piccola Santiago de Compostela, Aidone, immersa nelle verdeggianti campagne siciliane, un tripudio di colori, odori, vita nei primi di Maggio.
“Beato chi intraprende il santo viaggio” recita il salmo.
Una tradizione che in realtà accomuna diversi centri della Sicilia quella del santo viaggio, segno del peregrinare fisico ed esistenziale dell’uomo che lo ha sempre contraddistinto. Da Gilgamesh, a Ulisse a Dante, fino alle migrazioni e agli esodi dei profughi dei nostri giorni, l’essere umano è sempre stato in cammino: homo viator, che sembra ripercorrere in quel suo movimento la parafrasi di tutta un’esistenza, di tutta una vita. Ma questo è un santo viaggio, c’è qualcosa che ne dà un carattere sacro: la ricerca di una Presenza, non di questo mondo, per cui si va, ci si mette in cammino. E in effetti non deve sorprenderci: si era messo in viaggio anche Abramo, da Ur dei Caldei, per andare verso un luogo che Dio gli avrebbe indicato. Si era messo in cammino il popolo d’Israele verso la terra promessa; attraversando il deserto sperimentava cosa significasse camminare con il suo Dio; si era messo in viaggio soprattutto Gesù, verso Gerusalemme, facendosi egli stesso “Via”. Si sono messi in viaggio i primi discepoli, seguendo il Maestro: anche Filippo si è messo in viaggio con lui, e ancora oggi tanti uomini e donne seguono il suo esempio.
Da diversi centri (Enna, Agira, Capizzi, Piazza Armerina, Nicosia, Leonforte, Mistretta, Valguarnera, Villarosa, Barrafranca, Pietraperzia, Mazzarino, Riesi, Caltagirone, Raddusa, Ramacca, Castel di Judica, Mirabella, San Michele, San Cono, Niscemi) tanti devoti giungono nella piccola cittadina dell’ennese. Un particolare quello della festa di San Filippo di Aidone ma che si rilegge in tutti i centri vicini: qui ad Enna c’è il viaggio a San Francesco di Paola, al Crocifisso di Papardura, o ancora il viaggio scalzo alla Madonna della Visitazione sua Patrona, il viaggio muto alla Madonna della Catena. E poi a Piazza Armerina il pellegrinaggio alla Madonna di Piazza Vecchia, anch’esso in questi giorni, o a San Giuseppe di Valguarnera con la consegna dei miracoli, i covoni di spighe e tanti altri. Questi sono viaggi cittadini che di solito coinvolgono un centro abitato: quando ad essere interessate sono diverse realtà, allora il viaggio acquisisce la natura del “Pellegrinaggio” un viaggio diverso, che richiama tanti fedeli, che ha una natura e un’importanza particolari.
La Sicilia è costellata di questi elementi, di questi pellegrini che a piedi si dipartono dalle proprie residenze verso il santuario designato, distante anche tanti km: basti pensare a Naro, ad Agrigento e a San Salvatore di Fitalia sui Nebrodi, dove ad essere venerato è San Calogero eremita, o ancora Tindari, nel messinese, con la sua famosa Madonna. Pellegrinaggi a piedi che hanno in comune una caratteristica: i santi bruni, i santi neri. Ci siamo mai chiesti perché?
No, non è San Filippo Neri, come erroneamente molti lo definiscono assimilando il cognome “Neri” al nero della pelle: San Filippo Neri è il santo dell’oratorio, vissuto in epoca di Controriforma, che nulla ha a che fare con Filippo Apostolo, se non la fede cristiana. E di certo Filippo non era nero in volto, ricordiamo le sue origini palestinesi. Allora perché San Filippo è nero? Il nero di questo santo, come delle altre statue oggetto di particolare culto e devozione in Europa risale a diverse interpretazioni: per molti il nero doveva essere dovuto al fumo delle candele e dei ceri che finì, nel corso dei secoli per rendere scura la pelle del Santo; per altri é invece il nero dell’ebano, il legno bruno di cui è composto il simulacro, scelto perché legno pregiato e che viene usato per particolari luoghi di culto. Basti pensare alle madonne nere che costellano il mondo: e dove c’è un santo nero ci sono miracoli, segni, pellegrinaggi, retaggi di un passato pagano ma che si fonde alla lieta novella di Gesù e ai suoi testimoni: un sincretismo tutto cristiano che le feste popolari siciliane portano con sé in ogni loro aspetto.
E in fin dei conti la statua di San Filippo ce lo sembra confermare: osservando con attenzione la restaurata statua si nota che il volto di San Filippo è molto simile a quello raffigurato in una moneta d’argento di Morgantina risalente al periodo 213-211 a.c. nella quale c’è raffigurato proprio Zeus, il dio per eccellenza.
San Filippo è il Santo, per noi ennesi e del circondario: è un santo austero, che nella sua immagine trasmette forza ma anche irreprensibilità. È il santo del popolo, della gente comune dell’entroterra: chi si chiama Filippo, in queste zone lo deve a lui, a qualche suo intervento miracoloso, qualche suo segno.
Giuseppe Pitrè lo annovera tra i santi patroni delle cose arcane, difficili da risolvere, considerato grande taumaturgo e “miraculusu”: tutti noi abbiamo un’immagine di San Filippo, un’acquasantiera, una statuetta, un’immaginetta sgualcita posta a protezione della casa. Tutti noi abbiamo avuto, conservate sotto i cuscini, nel portafoglio, in macchina, nei cassetti i “Zagareddi”, che altro non sono che un retaggio medioevale. I pellegrini che compivano un pellegrinaggio sulle tombe dai santi accostavano pezzi di stoffa o di carta alla tomba del santo e poi li consideravano reliquie personali. I Zagareddi sono strisce di tessuti multicolori che vengono strofinate alla statua e che diventano una testimonianza dell’atto di devozione, o meglio ancora segno della necessità di avere un contatto, portare la sua presenza a casa, ai propri cari, a chi magari non può uscire, e che ricorda con nostalgia i fasti della festa di San Filì.
La festa di San Filippo di Aidone infatti è festa di incontro, di gente, di fiera, di tamburi comprati per i più piccini, calia e simenza: è festa di famiglia per le campagne, festa popolare come solo la Sicilia riesce a fare; il corso in questi giorni é brulicante di venditori, gente, pellegrini, bambini, di quegli odori dei paninari che fanno tanto il carattere di festa.
Questo, però, non deve distrarre l’attenzione dal Santo viaggio: ciò che muove le persone sono la fede e la devozione di un popolo che ha bisogno di un contatto, a chi affidarsi, a chi chiedere aiuto. Nel volto paterno e fiero, nella statura ieratica e forte San Filippo sembra rappresentare tutto questo: la stabilità della chiesa di Cristo, i pilastri apostolici a cui Gesù fa poggiare la sua chiesa. Ma è un santo “esigente”, come esigente è la testimonianza di fede che viene chiesta a noi cristiani. Si narra che l’apostolo scacci con il suo bastone chi richiede insistentemente una grazia senza fede, anche dopo aver compiuto il viaggio ed essere giunto stremato alle porte della chiesa. Il viaggio, la festa non basta: occorre la fede, ci dice San Filippo. Fare il viaggio significa rileggere nella propria vita i segni della presenza del Signore, quel Padre sceso in terra che lo stesso apostolo non riusciva ancora a comprendere quando il maestro predicava ma che, una volta incontrato il Risorto e dopo essere stato insignito dallo Spirito del sigillo apostolico, gli fece abbracciare la croce e testimoniare con la vita la sua fede nel Signore.
Quello che ho sempre apprezzato lungo la strada, nel mio personale viaggio verso il santuario di San Filippo, da pellegrino,penso racchiuda il senso del pellegrinaggio: il dedicarsi tempo.
Il tempo dedicato al pellegrinaggio è un tempo che ci si ritaglia dal quotidiano ordinario della propria vita dandosi un obiettivo diverso, coniugando desiderio di preghiera ed intelletto, assaporando la bellezza del creato, passando per le campagne primaverili, e gustando l’opera della manualità dell’uomo, la festa, il rito, il santo. Diceva San Giovanni Paolo II che ” i santuari sono come le pietre miliari poste a segnare i tempi del nostro itinerario sulla terra: essi consentono una pausa di ristoro nel viaggio, per ridarci la gioia e la sicurezza del cammino, insieme con la forza di andare avanti, come le oasi nel deserto, nate ad offrire acqua e ombra.”
Questo per me è il viaggio ad Aidone: una pausa, una ricerca iniziata in un momento particolare della mia vita, ma che porta sempre grandi conferme.
Un augurio a tutti coloro che compaiono il santo viaggio e rendere omaggio a San Filippo, u “santu ri Daduni”.

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Riccardo

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