Salute mentale, ascoltare la voce del corpo: tra trauma, emozioni e disagio contemporaneo.
di Iva Marino – Psicologa clinica, Criminologa
La salute mentale è una delle grandi questioni di questo tempo.
Ansia, depressione, disturbi della personalità, difficoltà relazionali, senso di vuoto, fragilità identitaria …così presenti oggi, raccontano, descrivono. Di una sofferenza, di un dolore, di un turbamento latente, ma che non sempre trova parole per essere espresso. Viviamo in una società che ci chiede di essere efficienti, produttivi e costantemente disponibili, ma che spesso lascia poco spazio all’ascolto. Rispondiamo a richieste esterne, controlliamo emozioni, impariamo a nascondere vulnerabilità, ma arriviamo al punto di non riconoscere più ciò che accade dentro di noi. E quando dico accade significherà che “la sofferenza psichica non si manifesterà soltanto attraverso i pensieri o le parole ma attraverso una dimensione, quella corporea”. E così la tensione si fa persistente, il respiro si fa corto, il battito si mostra accelerato. Uno stato di allerta che non si attenua, oppure si avverte una sensazione di immobilità e distacco. Il corpo partecipa alla nostra esperienza emotiva e può esprimere stati di attivazione che la coscienza non riesce ancora a riconoscere. Questo non significa che ogni sintomo fisico abbia un’origine psicologica, ma invita a considerare la persona nella sua interezza, senza separare artificialmente dimensione corporea, emotiva e relazionale.
Ascoltare la voce del corpo significa imparare a riconoscere ciò che sentiamo prima che il disagio diventi l’unico linguaggio possibile. È questa una delle prospettive che orientano l’interesse contemporaneo per gli approcci terapeutici centrati sulla relazione tra corpo e psiche, tra cui il Somatic Experiencing, sviluppato da Peter A. Levine, per il trattamento delle reazioni associate al trauma. Questo approccio presta attenzione alle sensazioni corporee, ai livelli di attivazione e alle risorse che possono aiutare la persona a recuperare una maggiore capacità di regolazione. Il lavoro procede gradualmente, rispettando i tempi individuali e favorendo una percezione più consapevole di ciò che accade nel presente.
L’interesse per il Somatic Experiencing si inserisce in un più ampio orientamento clinico che riconosce l’importanza dei processi psicofisiologici nella comprensione del trauma. Le esperienze traumatiche possono modificare il modo in cui una persona percepisce il pericolo, reagisce agli stimoli e vive le relazioni. Anche quando la situazione minacciosa è terminata, possono persistere reazioni di allarme, evitamento o distacco. Tuttavia, le evidenze scientifiche specifiche sul Somatic Experiencing sono ancora in evoluzione: è quindi importante considerarlo come una possibile risorsa all’interno di un percorso clinico appropriato, senza presentarlo come una soluzione universale o sostitutiva dei trattamenti di efficacia consolidata.
Il trauma, infatti, non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma anche il modo in cui l’esperienza viene vissuta, ricordata e integrata. Una persona può sapere razionalmente di essere al sicuro e continuare, nello stesso tempo, a reagire come se il pericolo fosse ancora presente. In questi casi, il lavoro terapeutico può aiutare a riconoscere le reazioni corporee, distinguendo il passato dal presente e sviluppare strumenti per affrontare gradualmente le sensazioni difficili. L’obiettivo non è forzare il ricordo né provocare una nuova esposizione al dolore, ma costruire condizioni di sicurezza e favorire una relazione più tollerabile con la propria esperienza.
Un tema strettamente connesso è quello della disregolazione emotiva, che può manifestarsi attraverso impulsività, irritabilità, rabbia intensa, ansia, oscillazioni affettive o difficoltà a recuperare l’equilibrio dopo un conflitto. Quando le emozioni diventano difficili da riconoscere e modulare, il comportamento può trasformarsi in una risposta immediata alla tensione interna. Si può reagire senza riuscire a riflettere, allontanare gli altri per paura di essere feriti oppure cercare continuamente conferme per contenere l’insicurezza. In alcune condizioni cliniche, comprese diverse forme di disturbo della personalità, queste difficoltà possono compromettere profondamente la stabilità delle relazioni e il senso di continuità dell’identità.
Non basta, tuttavia, osservare il comportamento: occorre comprendere l’esperienza emotiva che lo accompagna. La mentalizzazione, cioè la capacità di interpretare il proprio comportamento e quello altrui in relazione a pensieri, emozioni, intenzioni e desideri, permette di interrompere alcune risposte automatiche e di sviluppare una maggiore consapevolezza. Riconoscere la rabbia, per esempio, non significa giustificare un comportamento aggressivo; significa poter comprendere che cosa abbia attivato quell’emozione e scegliere una risposta più adeguata. Allo stesso modo, riconoscere la paura dell’abbandono può aiutare a distinguere una minaccia reale da un timore legato alle esperienze precedenti.
La salute mentale contemporanea richiede quindi un’attenzione che non si limiti alla riduzione dei sintomi, ma comprenda la possibilità di dare significato al corpo e alle emozioni. In questa prospettiva, inseriamo l’importanza della funzione simbolica che consente di mettere in relazione conscio ed inconscio attraverso immagini, sogni, narrazioni e significati. Quando un’esperienza non riesce a essere pensata o raccontata, può rimanere difficile da integrare nella propria storia personale. Il simbolo può offrire una forma attraverso cui avvicinarsi a contenuti interiori ancora poco comprensibili, senza pretendere di spiegare ogni sintomo attraverso un significato nascosto.
Corpo, parola e simbolo possono così essere considerati dimensioni complementari del lavoro psicologico. La persona ha bisogno di riconoscere ciò che sente, comprenderne il contesto e costruire una narrazione che le permetta di non identificarsi interamente con la propria sofferenza. La cura non consiste nel cancellare la fragilità, ma nel creare condizioni affinché essa possa essere riconosciuta e affrontata senza trasformarsi necessariamente in una ripetizione del dolore.
Questa necessità appare particolarmente evidente negli adolescenti, di cui oggi si parla tanto, impegnati nella costruzione della propria identità in un contesto caratterizzato da iperconnessione digitale, confronto sociale e ricerca di approvazione. Il bisogno di appartenenza si intreccia con la paura dell’esclusione, mentre l’esposizione continua a immagini di successo e perfezione può alimentare insicurezza e senso di inadeguatezza. Il disagio può manifestarsi attraverso irritabilità, impulsività, isolamento, demotivazione o difficoltà a esprimere le proprie emozioni. Non si tratta di patologizzare l’adolescenza, ma di riconoscere che dietro alcuni comportamenti possono esserci vissuti che il giovane non riesce ancora a comprendere o comunicare. La presenza di adulti capaci di ascoltare, porre limiti coerenti e offrire sostegno può rappresentare una risorsa fondamentale, oggi, come sottolinea l’Unicef , “un genitore su due” ,ha pensato di chiedere aiuto, per affrontare le emozioni legate alla genitorialità.
Anche la solitudine degli anziani costituisce una questione centrale per la salute mentale. La perdita delle relazioni significative, il lutto, la riduzione dell’autonomia e il progressivo restringimento della rete sociale possono compromettere il senso di appartenenza e la percezione del proprio valore. La solitudine non è soltanto mancanza di compagnia: può diventare mancanza di riconoscimento, di ascolto e di qualcuno con cui condividere la propria storia. Contrastarla significa promuovere reti di prossimità, servizi accessibili e occasioni di partecipazione, riconoscendo che la relazione umana rappresenta una componente essenziale del benessere.
Adolescenti e anziani, pur vivendo esperienze profondamente diverse, ci ricordano quanto sia importante essere riconosciuti nella propria individualità. Gli uni cercano di dare forma a un’identità ancora in costruzione; gli altri possono essere chiamati a ridefinire il proprio senso di sé di fronte alle perdite e ai cambiamenti. In entrambi i casi, la possibilità di raccontarsi e di essere ascoltati può contribuire a contrastare l’isolamento e a sostenere il benessere psicologico.
In una società che privilegia la velocità, la prestazione e la gratificazione immediata, recuperare la capacità di fermarsi diventa una necessità clinica e culturale. Non tutto ciò che proviamo può essere compreso immediatamente; non ogni crisi può essere superata attraverso una soluzione rapida. Il dolore richiede tempo, le emozioni hanno bisogno di essere riconosciute e le esperienze difficili necessitano di contesti relazionali nei quali possano essere elaborate.
Promuovere la salute mentale significa investire nella prevenzione, nell’educazione emotiva, nei servizi psicologici e nella qualità delle relazioni sociali. Significa anche riconoscere i limiti delle spiegazioni semplicistiche e la necessità di interventi clinici fondati sulle evidenze scientifiche. Nessun singolo approccio può rispondere a tutte le forme di sofferenza, ma una prospettiva integrata può aiutare a comprendere meglio il rapporto tra corpo, emozioni, pensiero e storia personale.
La storia lo insegna: salute mentale non è semplicemente assenza di malattia, è anche la possibilità di abitare il proprio corpo, comprendere le proprie emozioni e costruire legami nei quali sentirsi accolti senza rinunciare alla propria individualità. In un tempo che ci spinge continuamente verso l’esterno, forse la sfida più importante consiste nel recuperare la capacità di ascoltare ciò che accade dentro di noi, per trasformare la sofferenza in un’esperienza che possa essere riconosciuta, condivisa e, gradualmente, elaborata.
Dott.ssa Iva Marino

