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Racconti di Enna – Cammini e camini – di Luca Alerci

Riccardo Dicembre 16, 2024 5 minuti letti
foto racconto luca

Il momento più intimo dell’anno scorre lento nei giorni tra l’Immacolata e l’inizio delle novena di Natale. Sono i giorni migliori per camminare, seguendo gli insegnamenti di Thoreau, camminare non nella natura in questo caso, ma tra le storie, tra i vicoli dove la città antica regala istanti di perfezione. Si incontrano i portoni e le finestre di tante persone del nostro passato, echeggiano nomi che sono puro suono: ballacazzizza, nfunfù, bacchittera, i matrarì. Suoni di arcano ermetismo, di sincretismi linguistici millenari.
Cammino, quindi. Tra gli archi, uno dentro l’altro, mi investono i ricordi delle donne cinte di scialli neri, indossati per tutta la vita: il lutto, del resto, si teneva nove anni e in quei nove anni altri lutti sicuramente si ripetevano e si ricominciava, e così il colore nero non abbandonava più gli abiti di quelle infelici (Fosco Maraini ne ha ritratte alcune di queste donne in scialle nell’inverno ennese, immagini straordinarie che invito a riscoprire).
Tra tutte queste figure resiste fortissimo il ricordo di Donna Biagina, con la sua ostensione di agli e di altri prodotti di una agricoltura biologica ante litteram, anzi del tutto naturale. Ho impressa in mente la volta che andai da lei poco dopo la perdita di mio padre. Andai a comprare le lenticchie nere, sua specialità: casualmente avevo un dolcevita blu scuro e lei ne intese il freudiano spirito di lutto, pur non sapendo cosa fosse successo. Subito mi disse: “tuo papà lo ricordo ancora com’era da ragazzo, riccio, e tristu (tristu da noi sta per ragazzo molto vivace, troppo vivace). Quando è successo?” Risposi che erano passati 4 mesi circa. Lei mi guardò, fissandomi, per lunghissimi momenti di silenzio. Mi sentii come sotto l’incantesimo di Armida o della Sibilla. Non disse più nulla. Riempì un sacchettino di carta con le lenticchie e, porgendomelo, trattenne le mie mani nelle sue, rugose, sicure, forti. Non c’era, in effetti, bisogno di alcuna altra parola. Andai via, ma continuai a guardarla da lontano, di nascosto, tanta era la grazia dei suoi gesti.

Il tono di queste memorie è forse troppo malinconico, lo so, e chiedo perdono al malcapitato lettore. Ma, vedendo il nostro piccolo mondo svuotarsi così velocemente, i ragazzi andare via a 18 anni senza più possibilità di ritorno, le case che ci hanno visto crescere, abbandonate e vinte dal tempo, sento la necessità di lasciare una traccia di quello che è stato, di quello che siamo stati. Eppure bisogna essere fiduciosi, credere nelle nuove generazioni: i giovani troveranno quello che noi evidentemente non abbiamo trovato.

Continuo a camminare. Scendendo dalle aree orientali, attraverso il quartiere di Sant’Agostino (il mio amico Paolo mi dice che, da anni, le nascite si contano sulle dita di una mano in questa zona della città), arrivo nelle case arroccate della Judèca, l’originaria enclave ebraica. Conosco molti amici che abitano qui, ma più di tutti mi viene voglia di fare visita al carissimo Peppe che non vedo da tanto tempo. Per arrivare fino al suo portone, si salgono e scendono mille scalette scivolose di muschio.
Busso, e mi viene incontro la splendida moglie che lo chiama; lui arriva, mentre io mi accomodo infreddolito, e mi dice, con la consueta ironia: “ce l’hai fatta ad arrivare”. Io sorrido e, una volta riposto il giubbino, mi faccio accompagnare verso il cuore della casa, dove c’è la cucina a legna, indispensabilmente accesa a dicembre. Il forno aveva già cotto i buccellati alla mandorla e con l’arriminato (l’impasto di fichi secchi, cioccolato, mandorle e caffè tipico della nostra ricetta) e ne mangio uno.
“Se ti sei scaldato – mi dice Peppe – vieni che ti devo fare ascoltare una cosa. Ho trovato nella rete il vinile di Nat King Cole, la prima edizione, perfettamente conservato. L’ho subito preso, pensando a te.”
Ci accomodiamo di fronte al suo prezioso Hi-fi e ascoltiamo assorti i famosi capolavori, Unforgettable e Non dimenticar, e poi la straordinaria Nature boy. Grazie alle cure di Peppe, artista dell’elettricità e dell’elettronica, quella musica arriva dal disco nitida e luminosa, ed è facile seguire lo struggente testo:
“The greatest thing you’ll ever learn
Is just to love
And be loved
In return
(La cosa più importante che imparerai è: amare, ed essere amato a tua volta)”.
Ci guardiamo, e con difficoltà tratteniamo la commozione.
Decido quindi di accomiatarmi, non prima di aver avuto in dono un po’ di buccellati per la mia famiglia, e aver ricambiato con la promessa di un invito in campagna.
Uscendo, mi fermo a guardare il digradare soave dei tetti, i camini che sbuffano e, in fondo, le vestigia dell’antica chiesa di San Giovannello, ormai integrata nell’abitato.
Mentre risalgo verso la parte più alta della città, ripenso a quello che dovrò fare rientrando: preparare le lezioni per la scuola, ritirare la spesa, chiedere un appuntamento al meccanico per l’auto.
L’odore della legna che brucia, confinata nelle poche case ancora vive e vissute, mi conforta sempre. E ripenso ad un’altra canzone dell’album di Nat King Cole, la celebre Smile, scritta da Charlie Chaplin. Inizia così: “Smile though your heart is aching, Smile even though it’s breaking (Sorridi anche se il tuo cuore soffre, sorridi anche se si sta spezzando)”.
Anche per la vita dimenticata delle nostre piccole città, sempre più vuote, resta il tempo di un sorriso.

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Dicembre 2024

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Riccardo

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