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L’On Fabio Venezia sull’emergenza Fontanarossa

Riccardo Agosto 14, 2026 8 minuti letti
fabio venezia

𝐀 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐨𝐬𝐬𝐚: 𝐥𝐞 𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐞 𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐚𝐥 𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨𝐥𝐨𝐠i 𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐥𝐞𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐚 𝐭𝐚𝐬𝐭𝐢𝐞𝐫𝐚!
𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄𝐂𝐄𝐍𝐓𝐎 𝐕𝐎𝐋𝐈 𝐒𝐀𝐋𝐓𝐀𝐓𝐈, 𝐕𝐎𝐋𝐈 𝐀 𝐋𝐀𝐌𝐄𝐙𝐈𝐀 𝐓𝐄𝐑𝐌𝐄, 𝐔𝐍 𝐌𝐈𝐍𝐈𝐒𝐓𝐑𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐂𝐇𝐄 𝐋’𝐀𝐄𝐑𝐎𝐏𝐎𝐑𝐓𝐎 𝐄̀ “𝐅𝐔𝐎𝐑𝐈 𝐏𝐎𝐒𝐓𝐎”: 𝐋𝐀 𝐒𝐈𝐂𝐈𝐋𝐈𝐀 𝐎𝐑𝐈𝐄𝐍𝐓𝐀𝐋𝐄 𝐇𝐀 𝐔𝐍 𝐏𝐑𝐎𝐁𝐋𝐄𝐌𝐀 𝐃𝐈 𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄𝐌𝐀 — 𝐄𝐃 𝐄𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐎𝐋𝐔𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐂𝐎𝐍𝐂𝐑𝐄𝐓𝐀
𝑳’𝒆𝒓𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝑬𝒕𝒏𝒂 𝒉𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒅𝒐𝒕𝒕𝒐 𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒈𝒓𝒂𝒗𝒆 𝒄𝒓𝒊𝒔𝒊 𝒂𝒆𝒓𝒐𝒑𝒐𝒓𝒕𝒖𝒂𝒍𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒓𝒆𝒄𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑺𝒊𝒄𝒊𝒍𝒊𝒂 𝒐𝒓𝒊𝒆𝒏𝒕𝒂𝒍𝒆. 𝑵𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒂𝒕𝒂𝒔𝒕𝒓𝒐𝒇𝒆 𝒏𝒂𝒕𝒖𝒓𝒂𝒍𝒆. 𝑬̀ 𝒊𝒍 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒕𝒓𝒆𝒏𝒕’𝒂𝒏𝒏𝒊 𝒅𝒊 𝒔𝒄𝒆𝒍𝒕𝒆 𝒎𝒂𝒏𝒄𝒂𝒕𝒆. 𝑬 𝒔𝒊 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒑𝒂𝒈𝒂𝒓𝒍𝒐 𝒊𝒏 𝒎𝒐𝒅𝒐 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒐, 𝒔𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒄𝒓𝒊𝒗𝒆 𝒍𝒆 𝒄𝒍𝒂𝒖𝒔𝒐𝒍𝒆 𝒈𝒊𝒖𝒔𝒕𝒆 𝒏𝒆𝒍 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒈𝒊𝒖𝒔𝒕𝒐, 𝒏𝒆𝒊 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒔𝒊𝒎𝒊 𝒏𝒐𝒗𝒆 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒊.
Settecento voli saltati in pochi giorni. Fontanarossa chiusa fino alle 2 di notte del 14 agosto. Voli dirottati su Palermo, Trapani, Comiso e su Lamezia Terme, in Calabria. Passeggeri europei che attraversano lo Stretto di Messina via mare per raggiungere la Sicilia orientale. Un danno economico stimato tra 150 e 180 milioni di euro e in crescita.
E il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci che dichiara, con la precisione di chi conosce il dossier da trent’anni, che “fuori posto non è il vulcano ma l’aeroporto.”
Questa settimana ha prodotto qualcosa di più prezioso di una dichiarazione di emergenza. Ha prodotto la chiarezza, finalmente pubblica e istituzionale, che il problema di Fontanarossa non è gestionale. È strutturale. E che le soluzioni strutturali esistono, sono finanziate in parte con fondi europei già approvati, e possono essere tradotte in obblighi contrattuali nelle prossime settimane.
Se qualcuno ha la volontà di farlo.
𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞 — 𝐧𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚
Il dibattito pubblico di questi giorni ha mescolato due questioni distinte che vanno tenute separate per capire cosa fare.
La prima questione è la vulnerabilità strutturale di Fontanarossa. Un aeroporto a otto chilometri dall’Etna in direzione sudovest, la direzione prevalente dei venti durante le eruzioni, sarà sempre esposto alla cenere vulcanica. Non è un difetto gestionale: è fisica. Musumeci ha ragione quando dice che “fuori posto è lo scalo” e quando ricorda che già nel 1999 propose la delocalizzazione nella Piana tra Catania ed Enna, proposta che non trovò sostegno.
La seconda questione è l’assenza di un sistema di resilienza operativa. Quando Fontanarossa chiude, evento strutturale, ricorrente, statisticamente prevedibile con frequenza di tre-quattro volte l’anno, il territorio non ha un protocollo che si attiva automaticamente, non ha un secondo aeroporto attrezzato per assorbire il traffico deflesso, non ha accordi pre-negoziati con vettori e operatori del trasporto alternativo. Ha l’improvvisazione.
Le due questioni richiedono soluzioni diverse e su orizzonti temporali diversi.
La delocalizzazione di Fontanarossa, se mai trovasse il consenso politico e i finanziamenti necessari ,richiede decenni e investimenti dell’ordine di tre-cinque miliardi di euro. È una discussione necessaria e legittima, che questa emergenza riapre con forza.
La costruzione di un sistema di resilienza operativa, il Piano B che il presidente di Confesercenti Sicilia Vittorio Messina ha chiesto pubblicamente questa settimana con le stesse parole che il Patto per la Sicilia orientale usa dal 23 luglio, richiede mesi e investimenti dell’ordine di cinquanta-cento milioni di euro. Buona parte dei quali sono già finanziati.
Su questo secondo livello si può agire adesso. Su questo secondo livello si deve agire adesso.
𝐈 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐪𝐮𝐚𝐝𝐫𝐨
Settecento voli in quattro giorni significa circa 126.000 passeggeri non movimentati, prendendo come riferimento la capienza media di 180 passeggeri per volo. Con i giorni aggiuntivi fino al 14 agosto il totale potrebbe avvicinarsi a 1.000 voli e 180.000 passeggeri. È la crisi aeroportuale più grave nella storia recente della Sicilia orientale.
Il danno economico si scompone in tre livelli verificabili.
Il danno emergente, costi operativi SAC per la pulizia delle piste dalla cenere abrasiva, manutenzione straordinaria degli impianti, assistenza ai passeggeri bloccati, corse speciali di autobus e treni straordinari organizzati dalla Regione, ammonta a circa dieci milioni di euro.
Il lucro cessante, mancata spesa turistica e filiera con il moltiplicatore Input-Output locale a 1,8, mancati ricavi dei vettori e dei servizi aeroportuali, perdite del settore degli affitti brevi e del business travel, supera gli ottanta milioni di euro per i giorni già trascorsi.
Gli effetti indiretti e indotti, perdite nella filiera agroalimentare e culturale, effetto reputazionale sulle prenotazioni del 2027, contenziosi e rimborsi ai sensi del Regolamento UE 261/2004, aggiungono altri venti-trenta milioni.
Totale stimato: 150-180 milioni di euro, in un territorio che fa del turismo e della connettività aerea i pilastri della sua economia.
Applicando la statistica storica dell’Etna, tre-quattro episodi eruttivi significativi per anno, il danno economico strutturale annuo per il sistema catanese nelle annate di alta eruttività supera i 200-300 milioni di euro. È una tassa occulta permanente che il territorio paga non perché l’Etna esista ma perché non è stato costruito il sistema che avrebbe dovuto proteggerlo.
𝐋𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚 — 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨
Il sistema di resilienza operativa che manca non è utopia. È una combinazione di investimenti infrastrutturali, accordi commerciali pre-negoziati e protocolli operativi che altri sistemi aeroportuali europei esposti a rischi naturali ricorrenti hanno già costruito.
Il primo elemento è Comiso come secondo nodo operativo reale, non alternativa teorica. In questa emergenza Comiso ha assorbito poco più di cento voli in cinque giorni perché dispone di sole sei piazzole di sosta per aeromobili. Per assorbire il 30-35% del traffico deflesso da Fontanarossa ne servirebbero almeno sedici. La soluzione è finanziata: la Commissione europea ha approvato nel novembre 2025 quarantasette milioni di euro di fondi FSC per il potenziamento di Comiso, area cargo, piazzole aggiuntive, infrastrutture operative. Caso SA.120942 sul sistema SANI2, validazione ai sensi dell’articolo 56bis del Regolamento UE 651/2024. Quei fondi esistono. Quell’approvazione europea è agli atti. Manca solo il piano esecutivo che li traduca in piazzole costruite.
Il secondo elemento è il protocollo di emergenza vulcanica pre-negoziato. Quando il VONA dell’INGV raggiunge il livello arancione, eruzione in corso senza impatto operativo immediato, deve scattare automaticamente un sistema pre-contrattualizzato: trasferimento programmato del 30% dei voli su Comiso, prima corsa di bus straordinari Catania-Palermo, comunicazione multilingue ai passeggeri. Non improvvisazione ,procedure pre-definite con responsabilità assegnate, risorse pre-allocate e attivazione automatica al raggiungimento della soglia.
Il terzo elemento è il sistema informativo integrato. Un passeggero europeo con volo cancellato deve poter trovare in tempo reale, in una piattaforma unica, in cinque lingue: il mio volo è stato dirottato? Su quale aeroporto? Come raggiungo quella città? Chi paga il trasferimento? Questo non richiede tecnologia sofisticata, richiede che SAC, vettori, Trenitalia e operatori del trasporto su gomma parlino attraverso un’API comune. La tecnologia esiste. Manca l’accordo.
Il quarto elemento è il sistema di monitoraggio e mitigazione del danno economico. Quando l’evento supera tre giorni consecutivi di chiusura totale in alta stagione devono scattare automaticamente strumenti pre-definiti, sospensione temporanea dei versamenti fiscali per le imprese della filiera turistica, accesso semplificato ai fondi di garanzia per le PMI, cassa integrazione straordinaria per i lavoratori dipendenti dall’aeroporto. Il modello è quello adottato in altre regioni europee esposte a rischi naturali ricorrenti, dalle zone alluvionali olandesi alle aree sismiche giapponesi.
Il costo complessivo di costruzione di questo sistema, includendo le piazzole aggiuntive di Comiso, gli accordi contrattuali con vettori e operatori del trasporto, i sistemi informativi integrati, i costi operativi annui di mantenimento, è stimabile in sessanta-ottanta milioni di euro nei primi tre anni. Meno della metà del danno di questa singola settimana di eruzione.
𝐈𝐥 𝐧𝐨𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚 — 𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐝𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐧𝐨𝐯𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢
Tutto quello che è descritto nel paragrafo precedente ha un presupposto che questa settimana nessuna dichiarazione istituzionale ha nominato esplicitamente.
La privatizzazione di SAC S.p.A. è in corso. Dieci operatori internazionali, tra cui Mundys, Vinci Airports, Royal Schiphol Group, Adani, Macquarie e altri, stanno esaminando il dossier nella data room di Roma. Le offerte preliminari arriveranno nelle prossime settimane. Il contratto definitivo seguirà.
Quel contratto regolerà la gestione di Fontanarossa e Comiso fino al 2049. Ventitré anni. Settanta-novanta eruzioni attese sulla base della statistica storica dell’Etna.
Se le clausole che costruiscono il sistema di resilienza vulcanica, piazzole aggiuntive a Comiso, protocollo di emergenza obbligatorio, accordi pre-negoziati con i vettori, sistemi informativi integrati, utilizzo vincolante dei quarantasette milioni europei già approvati, vengono inserite in quel contratto, il sistema esiste e funziona indipendentemente dalla buona volontà del gestore.
Se non vengono inserite, il territorio è esposto per ventitré anni alla stessa improvvisazione di questa settimana, con un gestore privato che ha incentivi strutturali a minimizzare i costi operativi di Comiso e a non costruire sistemi di resilienza che non producono ricavi diretti nel breve periodo.
La scadenza per la risposta formale del Patto per la Sicilia orientale, il documento che queste clausole le chiede da tre mesi, trasmesso il 23 luglio a quindici destinatari istituzionali, è il 22 agosto. Nove giorni.
Confesercenti Sicilia, Confindustria Catania, le associazioni di categoria del turismo, i sindacati, tutti coloro che questa settimana hanno posto la domanda giusta, “dov’è il Piano B?” , devono sapere che il Piano B si scrive adesso, in quelle clausole, in quel contratto.
𝐃𝐨𝐩𝐨 𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐫𝐦𝐚 𝐞̀ 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐭𝐚𝐫𝐝𝐢.
La conclusione — la risposta all’unica domanda che conta
Musumeci ha ragione: nel lungo periodo l’aeroporto è fuori posto. Ma nel lungo periodo siamo tutti morti, come diceva Keynes e nel frattempo c’è un contratto di privatizzazione da firmare e ventitré anni di eruzioni da gestire.
La domanda concreta è una sola: chi scrive quelle clausole, e quando?
Confesercenti le chiede con la formula “dov’è il Piano B.” Il Patto per la Sicilia orientale le chiede con un Protocollo d’Intesa formale dal 23 luglio scorso. I passeggeri bloccati a Lamezia Terme le hanno chieste a modo loro questa settimana.
La risposta non è nel decreto di emergenza. Non è nella conferenza stampa. Non è nella dichiarazione del ministro.
È nel contratto. E il contratto si scrive adesso.
Nove giorni. Poi è troppo tardi.
𝑳’𝒂𝒖𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒂𝒓𝒕𝒊𝒄𝒐𝒍𝒐,𝑭𝒓𝒂𝒏𝒛 𝑪𝒂𝒏𝒏𝒊𝒛𝒛𝒐, 𝒆̀ 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒖𝒍𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒆𝒄𝒐𝒏𝒐𝒎𝒊𝒄𝒐-𝒇𝒊𝒏𝒂𝒏𝒛𝒊𝒂𝒓𝒊𝒐, 𝒆𝒔𝒑𝒆𝒓𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒂𝒏𝒛𝒂 𝒑𝒖𝒃𝒃𝒍𝒊𝒄𝒂 𝒆 𝑴&𝑨 𝒔𝒖 𝒂𝒔𝒔𝒆𝒕 𝒔𝒕𝒓𝒂𝒕𝒆𝒈𝒊𝒄𝒊. 𝑬̀ 𝒊𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒎𝒐𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝑷𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒂 𝑺𝒊𝒄𝒊𝒍𝒊𝒂 𝒐𝒓𝒊𝒆𝒏𝒕𝒂𝒍𝒆, 𝒇𝒊𝒓𝒎𝒂𝒕𝒐 𝒊𝒍 23 𝒍𝒖𝒈𝒍𝒊𝒐 2026 𝒂𝒍 𝑺𝒆𝒎𝒊𝒏𝒂𝒓𝒊𝒐 𝑨𝒓𝒄𝒊𝒗𝒆𝒔𝒄𝒐𝒗𝒊𝒍𝒆 𝒅𝒆𝒊 𝑪𝒉𝒊𝒆𝒓𝒊𝒄𝒊 𝒅𝒊 𝑪𝒂𝒕𝒂𝒏𝒊𝒂 𝒅𝒂 𝒔𝒆𝒕𝒕𝒆 𝒔𝒐𝒈𝒈𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒆 𝒕𝒓𝒂𝒔𝒎𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒂 𝒒𝒖𝒊𝒏𝒅𝒊𝒄𝒊 𝒅𝒆𝒔𝒕𝒊𝒏𝒂𝒕𝒂𝒓𝒊 𝒊𝒔𝒕𝒊𝒕𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂𝒍𝒊. 𝑳𝒂 𝒔𝒕𝒊𝒎𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒅𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒆𝒄𝒐𝒏𝒐𝒎𝒊𝒄𝒐 𝒆̀ 𝒆𝒍𝒂𝒃𝒐𝒓𝒂𝒕𝒂 𝒔𝒖 𝒅𝒂𝒕𝒊 𝑺𝑨𝑪 2025, 𝑬𝑵𝑰𝑻, 𝑰𝒔𝒕𝒂𝒕 𝒆 𝒎𝒐𝒅𝒆𝒍𝒍𝒊 𝑰𝒏𝒑𝒖𝒕-𝑶𝒖𝒕𝒑𝒖𝒕 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒂 𝒑𝒓𝒐𝒗𝒊𝒏𝒄𝒊𝒂 𝒅𝒊 𝑪𝒂𝒕𝒂𝒏𝒊𝒂.

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