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  • Cultura

Racconti da Enna: Le notti del Sudamerica – di Luca Alerci

Riccardo Gennaio 9, 2025 5 minuti letti
sudamerica

Eravamo seduti in cima alla scala di Santa Chiara, nel tardo pomeriggio del giugno del 1993. Mentre parlavamo tra amici di cose che non ricordo, ma che erano sicuramente molto piacevoli, salì le scale un uomo sulla cinquantina, che non avevo mai visto (eppure mi vantavo di conoscere tutti in città).
Me lo presentò Calosio, e quell’uomo con un sorriso intrigante mi disse che era il suo cugino uruguagio. Per un po’ non capii, non ne avevo mai sentito parlare. E in effetti, tutti sorrisero al mio stupore. C’era una lontana parentela, era vero, ma nulla di più. Ma le entrate ad effetto, l’istrionismo erano una delle sue caratteristiche, come ebbi modo di capire in seguito.
A. era un giornalista, per anni e anni corrispondente dal Sudamerica, ma che prima aveva lavorato per i più importanti giornali isolani, e per L’Ora, il quotidiano che per noi incarnava le più grandi speranze di emancipazione dalla tetra sottomissione mafiosa. Questo per me era sufficiente per farmelo vedere come una sorta di eroe, un eroe dei due mondi, alla luce della sua seconda vita sudamericana.
In quell’estate del 1993, quando a poco a poco ci conoscemmo meglio, cominciò a raccontarci mille storie, un infinito narrare: le notti trascorrevano tra versi di poeti, gesta di guerriglieri, profumi di locande, voci di barrios latinoamericani, ma anche ricordi delle sue prime esperienze da cronista locale, quando riportava notizie di ritrovamenti archeologici, di fatti culturali, di antichi monumenti perduti. Mi fece leggere l’articolo con il quale aveva riportato, tanti anni prima, la riscoperta della grotta dei Santi, la cosiddetta grotta bizantina, grazie all’intervento del suo grande amico Liborio. Era bello ascoltarlo.
Tra tutte quelle storie fantastiche, un po’ sciasciane un po’ figlie di Borges, ricordo più di altre, la storia di un poeta martire, il peruviano Javier Heraud, colpito a morte insieme ai suoi compagni rivoluzionari, in una delle mille rivoluzioni latinoamericane. A. amava sopra ogni cosa la poesia e così ci recitava a memoria quei versi di vita e di speranza: “Vado a combattere per amore dei poveri della mia terra, in una pioggia di parole silenziose, in un bosco di palpiti e di speranze, con il canto dei popoli oppressi, il nuovo canto dei popoli liberi”.
Dopo gli anni sudamericani, era tornato a lavorare per un quotidiano siciliano, e lo faceva con la solita passione, con la curiosità di quando era ragazzo, con la generosa premura di un padre verso le nuove generazioni. Ci ritrovavamo spesso lungo il perimetro monumentale della Madrice oppure dentro, tra le fredde colonne nere, e i suoi racconti erano sempre vividi e rivelatori. Un giorno, quando eravamo saliti sulla torre campanaria per vedere le vestigia della prima edificazione trecentesca, inglobate dalla costruzione successiva all’incendio del 1446, mi disse: “Parto, devo tornare in Sudamerica. Ma non sarà un addio, questo. Magari starò laggiù solo durante il freddo inverno della nostra montagna, e a primavera tornerò qui, e ricominceremo a parlare di poesie e di belle donne”. A. per me era la perfetta personificazione del protagonista del film di François Truffaut “L’uomo che amava le donne”, eppure quando lo vedemmo insieme agli amici non apprezzò per nulla la pellicola (Un chiummu, chiosò). Chissà perché.
Per molto tempo, fece proprio come mi disse. L’inverno lo passava laggiù, e in primavera riappariva: aprile, il mese eliotianamente più crudele, diventava il più dolce, grazie al suo ritorno.
Il pomeriggio di ogni Natale, in quel periodo, mi arrivava sempre una telefonata dall’Uruguay. Era lui che mi chiamava dall’altro lato del mondo per fare gli auguri a tutti: mi chiedeva con dolcezza di riferire le sue parole a ognuno di noi che lo avevamo accolto in quel 1993, esule nella sua città che pure aveva amato sempre.
Ricordo una lunga discussione tra me ed A. in una calda estate del 2013. Non stava più molto bene. Entrammo dentro la grande aula della chiesa Madre. Io gli raccontavo la testimonianza di un anziano mastro che aveva lavorato ad alcuni restauri negli anni Cinquanta e che ricordava l’originario argano in legno, ormai perduto, usato per issare la statua della Madonna sull’altare. Lui mi parlava, con grande capacità immaginifica, degli ultimi dignitari della Collegiata, il Decano, il Ciantro, il Priore. Poi ci soffermammo sul vasto sguardo verso nord delle finestre della sagrestia e ci perdemmo nel sogno di quei luoghi così arcani. “Sai – mi disse – ho sempre pensato che, alla fine di tutte le mie peripezie, questo paesaggio mi avrebbe accolto per sempre. Nel silenzio, nella lontananza, senza domande, e senza risposte.”
Oggi A. non c’è più. Quando penso al suo inesausto amore per la vita mi affiorano alla mente i versi di Neruda, di quei Cien sonetos de Amor che mi regalò nei primissimi mesi della nostra amicizia: “Quella volta fu come mai e come sempre: andiamo lì dove nulla v’è che attenda e troviamo tutto ciò che sta attendendo”.

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Luca Alerci
Gennaio 2025

Nota

Non tutto quello che ho scritto è accaduto. Molto però sì. E’ il ricordo doveroso di un grande amico.

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Riccardo

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