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ORESTIADI DI GIBELLINA 2025 edizione n. 44 Ascoltando il passato/Guardando al futuro Venerdì 18 luglio – “Wonder woman” di Antonio Latella

Riccardo Luglio 14, 2025 5 minuti letti

ORESTIADI DI GIBELLINA 2025 edizione n. 44

Ascoltando il passato/Guardando al futuro

Venerdì 18 luglio – “Wonder woman” di Antonio Latella

(per la prima volta alle Orestiadi)

Sabato 19 luglio – “Autoritratto” di Davide Enia

DOWNLOAD CARTELLA STAMPA (c.s., schede spettacoli, foto)

Venerdì 18 luglio al Baglio Di Stefano Antonio Latella (per la prima volta alle Orestiadi) con il suo “Wonder woman”, un testo scritto con Federico Bellini, per raccontare la storia di una ragazza vittima di stupro che lotta per la verità, come la Wonder Woman dei fumetti si batte per la giustizia. Ad anticipare lo spettacolo, alle 19.30 al Baglio di Stefano, presentazione del libro “GIBELLINA. IDEOLOGIA E UTOPIA” (Franco Angeli – 2025) di Giuseppe La Monica.

Come ogni anno, le Orestiadi, il 19 luglio a Gibellina, ricordano Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, attraverso il teatro. A 32 anni dalle stragi mafiose, Davide Enia racconta l’impatto di Cosa Nostra sulla nostra vita di persone, di cittadine e cittadini e traccia «un Autoritratto intimo e collettivo» di una comunità costretta a convivere con la continua epifania del male.

“Wonder Woman” (venerdì 18 luglio – ore 21.00), di Antonio Latella e Federico Bellini, regia di Antonio Latella, con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti (musiche e suono di Franco Visioli, movimenti Francesco Manetti, Isacco Venturini. Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile), prende spunto da un fatto di cronaca del 2015, accaduto ad Ancona, che racconta di una ragazza peruviana vittima di uno stupro di gruppo. Le giudici della Corte d’Appello chiamate a emettere una sentenza decisero di assolvere gli imputati perché la ragazza risultava “troppo mascolina” per essere attraente e quindi vittima di violenza sessuale. La Corte di cassazione ha ribaltato il giudizio condannando i ragazzi autori dello stupro, eppure rimane nella memoria il precedente indelebile di un giudizio emesso per ragioni che fanno riferimento all’estetica della vittima, come se quella ragazza fosse colpevole del proprio aspetto. Lo spettacolo si muove da questa vicenda affidando a quattro giovani donne il racconto, immaginato e teatralizzato, del caso giudiziario. Vichingo, questo il soprannome con cui, nella realtà, era chiamata dai ragazzi la vittima, diviene una Wonder Woman contemporanea in lotta per ristabilire una verità che viene continuamente negata.

“Nello spettacolo – spiega Antonio Latella – la ragazza vittima di stupro lotta per la verità. Come la Wonder Woman dei fumetti si batte per la giustizia, ma ogni incontro, dai poliziotti di quartiere alle giudici stesse, finisce per rafforzare l’idea di una comunità in cui non c’è spazio né per la pietà né tantomeno per la giustizia stessa. Wonder Woman è un flusso di parole senza interruzioni che corre, palpita e a volte quasi s’arresta come il cuore della ragazza, sottoposta a continui interrogatori, richieste, spiegazioni che la violenza subita non può rendere coerenti, logiche e senza contraddizioni. Eppure, come la Wonder Woman disegnata e creata da William Marston, l’eroina di questo racconto teatrale non si darà mai per vinta, forte della propria volontà interiore, qui metaforicamente simboleggiata dal lazo della verità, l’arma che costringe chiunque ne venga avvolto a non mentire”.

Sabato 19 luglio (ore 21,00 – Baglio di Stefano) andrà in scena “Autoritratto” di e con Davide Enia, accompagnato dalle musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri (scene e luci a cura di Paolo Casati e suono di Francesco Vitaliti).

Intrecciando cunto e parole, corpo e dialetto, usando gli strumenti che il vocabolario teatrale ha costruito nella sua Palermo, Autoritratto esplora il rapporto nevrotico con Cosa Nostra e il suo devastante impatto emotivo nella vita di ognuno. Autoritratto è una tragedia, un memoriale, un’orazione civile, una interrogazione linguistica, un processo di analisi personale e condiviso, e quindi al contempo intimo e collettivo. “Io non ho nessun ricordo del 23 maggio 1992 – racconta Davide Enia -. Non ricordo dove fossi, con chi, quando e dove ho appreso la notizia della bomba in autostrada che ha ucciso il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e alcuni agenti della scorta. I miei parenti, i miei amici, i miei compagni, tutte le persone che conosco hanno un chiaro ricordo di quel giorno. Io ho un vuoto che non si riempie. Le mie difese emotive hanno operato una rimozione tanto profonda quanto dolorosa. Ma non è la rimozione uno degli effetti della nevrosi? In Sicilia praticamente tutti abbiamo avuto, almeno fino alle stragi, un rapporto di pura nevrosi con Cosa Nostra. È un discorso che ha a che fare con la coscienza collettiva condivisa, con la pratica del quotidiano, con strutture di pensiero millenarie. Per diverse ragioni, da noi la mafia è stata minimizzata, sottostimata, banalizzata, rimossa o, al contrario, mitizzata. Ovvero: non è mai stata affrontata per quello che è”.

Lo spettacolo poi prenderà in esame un caso particolare, un vero e proprio spartiacque nella coscienza collettiva: il rapimento e l’omicidio di Giuseppe di Matteo, il bambino figlio di un collaboratore di giustizia, rapito, tenuto per 778 giorni in prigionia in condizioni spaventose e infine ucciso per strangolamento per poi venire sciolto nell’acido. “Una storia disumana che si configura come l’apparizione del male, il sacro nella sua declinazione di tenebra. Siamo in presenza dell’orrore, di una ferocia smisurata, di una linea di azioni così abiette da essere impossibile ogni aggettivazione. E su tutto vibra il sacrificio di una vittima innocente”.

Questo nuovo lavoro di Enia, co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Accademia Perduta Romagna Teatri, Spoleto Festival dei Due Mondi, è una tragedia, una orazione civile, un processo di autoanalisi personale e condiviso, un confronto con lo Stato, una serie di domande a Dio in persona. Lo spazio scenico così non può che essere il teatro vuoto: via le quinte, via i fondali, via tutto. Resta la nudità di una struttura eletta come luogo della rappresentazione. Il teatro svuotato diventa così il correlativo oggettivo dell’inconscio, sia individuale che collettivo

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Riccardo

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