LA MIA POLITICA -Capitolo 2
Nella pubblicazione della mia nota con il titolo politica 1, pubblicata su questa stessa testata, mi ero riservato di intrattenere i lettori anche sui miei rapporti con altri autorevoli personaggi politici.
Riprendo con
– Giovanni Gioia
Delegato provinciale del movimento giovanile di Palermo, deputato per sei legislature, Vicesegretario nazionale del partito nel 1969, capo della Segreteria politica di Fanfani, quando il Presidente del Consiglio manteneva anche la carica di Segretario del Partito, al quale mi legava una profonda consolidata amicizia.
Un solo fatto ritengo di dovere ricordare.
Un giorno del 1966 Giovanni Gioia mi chiamò al telefono e mi disse che mi voleva incontrare.
Ero stato candidato per la prima volta nelle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea regionale ed ero risultato il primo dei non eletti.
A livello politico era stato deciso di eliminare l’On. Giuseppe D’Angelo, Presidente della Regione, eletto nel mio stesso collegio.
Il motivo: gli atteggiamenti di D’Angelo si manifestavano sempre in aperto contrasto con le scelte da concordare con i maggiori rappresentanti del partito in Sicilia di allora: Gioia/Palermo, Drago/Catania e Gullotti/ Messina.
Alcuni proponevano di liquidare D’Angelo offrendogli la Presidenza del Banco di Sicilia, altri erano contrari.
Giovanni mi disse che lui era determinante tra i contrari ma, tenuto conto che nel caso di nomina di D’Angelo e le sue contestuali dimissioni, io avrei preso il suo posto a Sala d’Ercole, si era creato un problema di coscienza per i nostri rapporti.
Gli risposi di considerare soltanto se il potere del Presidente del Banco di Sicilia nominato per cinque anni, ai fini delle linee concordate dai politici siciliani potesse essere minore di quello del Presidente della Regione, al quale potrebbe essere riservato un voto di sfiducia in ogni momento.
Gioia apprezzò il mio disinteressato e responsabile discorso e la nomina di D’Angelo a Presidente del Banco di Sicilia venne accantonata.
Questa situazione fu l’anticamera della mancata elezione di D’Angelo nelle successive elezioni regionali del 1967, da me commentate con la lettera scritta il 6 giugno 2016 al dr. Franco Nicastro, già direttore della rivista “Sicilia Domani” (espressione del gruppo dell’On. Giuseppe D’Angelo), che preferisco trascrivere.
DOTT. FRANCO NICASTRO 6 giugno 2016
già Direttore della rivista “Sicilia Domani”
(espressione del gruppo vicino all’On. Giuseppe D’Angelo)
PALERMO
Caro Franco,
non ti nascondo che speravo di avere l’opportunità d’incontrarti, sia per il piacere di conversare con te, che per farti conoscere i retroscena della mancata elezione del Presidente D’Angelo in occasione delle elezioni regionali del 1967.
L’antefatto risale alle elezioni regionali del 1963.
Rientrato ad Enna nel 1962, dopo essere stato in giro per la Sicilia dal 1954 nella mia qualità di dipendente della CCRVE (Canicattì, Montemaggiore Belsito e Mazzarino), venni utilizzato per risolvere un problema che si trascinava da molti mesi ad Enna: la impossibilità di scegliere un nominativo per la nomina del nuovo Presidente dell’Ospedale Civile di Enna.
Dopo essere stato per circa dieci anni lontano da Enna, pur mantenendo costante il mio impegno politico, ma lontano dalle correnti che già animavano la vita del nostro partito, la scelta concordata fu la mia designazione.
Incarico che mi portò ad avere un certo potere, tanto che il Presidente D’Angelo mi volle in lista per le elezioni regionali del 1963.
In tutte le precedenti elezioni (dati che tu potrai benissimo verificare), nonostante l’impegno profuso i voti ottenuti da D’Angelo nella mia città di Enna oscillavano da 700 a 800.
Nel 1963 D’Angelo ottenne oltre 4.700 voti, mentre io nella mia città ne ottenni circa 4.500.
Nel corso della campagna elettorale D’Angelo mi consigliò di non curare i centri di Leonforte, Centuripe, Troina e Calascibetta perché controllati da “suoi” uomini, ai quali lui stesso avrebbe dato le particolari indicazioni.
Purtroppo, i risultati ottenuti nei suddetti Comuni non furono quelli promessi, con l’aggravante che a Calascibetta suo paese, contro i suoi 3.200 voti a me ne vennero riservati solo 120.
In quella occasione D’Angelo ottenne oltre 25/mila voti, Sammarco circa 15/mila ed io circa 13/mila.
Questo risultato non venne da me minimamente commentato, tanto che in occasione delle elezioni del 1967 fu D’Angelo ad “imporre” la mia nuova candidatura.
A questo punto devo fare una digressione per inserire un particolare di una certa importanza.
Trovandomi a Roma, incontrai in un ristorante dell’EUR il mio carissimo amico On. Giovanni Gioia che, a conoscenza della mia nuova candidatura, mi consigliò di abbandonare D’Angelo “perché i grossi magnati delle esattorie avevano deciso di sferrare un attacco per impedirne la rielezione”.
La mia risposta fu la seguente: “È stato D’Angelo ad imporre per la seconda volta la mia candidatura e, quindi, non mi sento di abbandonarlo”.
Purtroppo, alla vigilia del voto accadde un fatto molto strano; due uomini di D’Angelo, di cui tu conosci i nomi, si divisero la provincia per suggerire agli amici di “mollare” Alerci, per non compromettere l’elezione del Presidente.
Informazione che mi venne data da molti dei miei elettori, in particolare da uno dei fondatori della D.C. di Pietraperzia, Giovanni Giarrizzo, il quale era nemico di D’Angelo per fatti collegati alla posizione negativa dallo stesso assunta nel 1948, contro la richiesta popolare di passaggio di Pietraperzia e Barrafranca alla provincia di Caltanissetta.
Giarrizzo al momento della consegna dei miei facsimili, con la indicazione di votare D’Angelo e Alerci mi rispose “D’Angelo mai”.
Allo stesso feci presente che i miei facsimili erano soltanto quelli, che una indicazione diversa poteva soltanto danneggiarmi.
La cosa strana fu che alla vigilia delle votazioni uno dei due uomini, recandosi a Pietraperzia chiese al Giarrizzo, che “gestiva” un certo numero di voti, di mollare Alerci perché il Presidente non era situato “bene”.
La reazione del Giarrizzo fu piuttosto violenta e del fatto mi diede immediata notizia.
Comunicazioni analoghe mi pervennero da amici di diversi Comuni per cui, memore di quanto accaduto nel 1963, invitai i miei collaboratori a regolarsi di conseguenza.
Il risultato, come potrai verificare, consacrò la elezione di Sammarco Assessore Regionale alla P.I. con circa 18/mila voti, il Presidente D’Angelo ne ottenne circa 16/mila ed io circa 14/mila, risultato che determinò la mancata rielezione di D’Angelo, dal momento che la D.C. ottenne un solo seggio.
L’unica cosa che a risultati finali D’Angelo si chiese: “come mai Angiolo in tre Comuni della provincia ha ottenuto più voti di me?”.
Indirettamente D’Angelo pagò il comportamento avuto nel 1963 quando non seppe o meglio non volle, gestire meglio 10/mila voti di preferenza avuti in più rispetto ai voti conseguiti da Sammarco, il quale poteva essere elettoralmente eliminato nel 1963, avendo ottenuto soltanto circa duemila voti in più di quelli ottenuti a me.
La conferma i voti riservatimi nel 1963, non solo a Calascibetta.
Ho voluto darti informazione diretta di quei fatti, perché conosco molto bene quale è stato il tuo rapporto con D’Angelo, ho più volte letto il tuo libro, e chiarirti la vera causa, agevolata dalla lotta degli esattori, che determinò la non rielezione del Presidente.
Un abbraccio


