Tante sono le festività religiose, devozionali e le tradizioni della cittá. Alcune ricche di eventi esterni, processioni solenni, eventi conviviali e ricreativi, feste molto famose e pubblicizzate. Ce n’è una, invero, assai radicata, che non ha bisogno di particolari pubblicità, esteriorità, anzi tocca proprio nell’intimo, nella profondità, nel cuore di ogni ennese, ogni fedele. Ed è la festa di oggi.
Come faccio a dire questo? Basta assistere a quell’andirivieni di gente , silenzioso, ogni 21 e 22 maggio dalle sette del mattino sino a tarda sera, dinanzi a quell’altare stracolmo di rose. Tutte donate.
Anche sei anni fa, in pieno Covid, quando quel 22 maggio il portone della chiesa era chiuso, ma i fedeli andavano comunque e lasciavano dinanzi a quel portone delle rose, tante rose.
Rose rosa, rosse, dal colore bordeux o variopinte, quasi vellutate, a frotta portate dinanzi alla santa dei casi impossibili e disperati, Rita da Cascia velata, di nero vestita, con la croce alle mani e una spina alla fronte. Lo sguardo dolce e malinconico, penetrante ed estatico.
Centro nevralgico e secolare della devozione ritana degli ennesi è certamente la chiesa di Sant’Agostino che, già dalla sua artistica vetrata sulla facciata, mostra la santa della spina inginocchiata dinanzi al Crocifisso.
Il convento agostiniano, tra i più antichi della città di Castrogiovanni, risale secondo alcuni storici all’anno 1004; fu ricostruito pare nell’anno 1584, ma la chiesa attuale venne edificata tra il 1764 e il 1780. Dopo l’espulsione dell’ordine religioso, avvenuto nel 1866 con l’avvento della Unità d’Italia, il convento fu occupato da privati e, in parte, adibito ad istituzione pubblica civile. La chiesa divenne sede della parrocchia San Giorgio, con dimissione della chiesa omonima posta alle spalle dell’edificio agostiniano.
Un pregevole quadro di Santa Rita, rappresentante la santa in estasi nell’atto di ricevere la Sacra Spina, sorretta da un angelo, è custodito nella chiesa ed è proveniente, come riporta il cartiglio ai piedi della monaca, dal convento dell’Ordine Eremiti di Sant’Agostino di Enna, donato “ex devotione Populi Ennensis”, per via, cioè, della devozione del popolo ennese. Da notare come il culto alla santa fosse radicato prima ancora che questa venisse canonizzata da Papa Leone XIII il 24 maggio del 1900. Il quadro, infatti, riporta ancora la scritta “B.Rita de Calsia” cioè “Beata Rita da Cascia” poiché dipinto prima del XX secolo.
Nella parete di destra è custodita, in un’alta e bianca nicchia ornata di stucchi, la veneratissima piccola statua di Santa Rita contornata di alti fusti di rose rosse di ceramica. La santa, in abito monacale agostiniano, porta una rosa tra le mani, un rosario e contempla il Crocifisso.
La devozione per S. Rita nella Chiesa di S. Agostino si deve, quindi, proprio ai frati Agostiniani che, a seguito del trasferimento dell’omonimo convento, affidarono alla parrocchia un reliquiario dove è custodita una spina di rosa e un pezzo della sua tunica.
A questo altare ogni giovedì e nei giorni della festa giungono copiose offerte di cerei e rose profumate: un tempo era facile vedere ai piedi della santa tante donne vestite con un abitino votivo nero che richiamava, nelle fattezze, l’abito monacale della santa con cocolla bianca senza cappuccio, una cinta di cuoio nero alla vita, simbolo di devozione e penitenza, indossato con zelo ogni giovedì dell’anno. L’uso di indossare l’abitino votivo, tipico di tanti culti del mezzogiorno, si legava alla richiesta di intercessione, di grazie, ottenute per mezzo della santa. Emozionanti i loro racconti: ognuna aveva ricevuto grazie per figli genitori e parenti guariti da gravi malattie, come ricordano gli innumerevoli ori ex voto che adornano la nicchia nel giorno della festa. Segno e retaggio di un comune sentire, di lacrime, del privarsi e affidarsi alla Santa dei casi impossibili . Si soleva, quindi, ricordare tale intercessione ogni giovedì; questo giorno della settimana era, infatti, un tempo legato alla venerazione di Rita e, da tutta la città, si accorreva alla chiesa agostiniana per la messa votiva, offrire un lumino, sgranare un rosario; si sentiva spesso recitare
“Mentre Dio ne accorda vita
Diamo tutti laude a Rita
Sempre, sempre sia lodata
Rita in cielo coronata.”
Una tradizione , quella del giovedì, fortunatamente ripresa grazie al neo parroco.
Non erano però solo le donne adulte a portare l’abitino, ma anche le bambine.
Nel mezzo delle processioni della Settimana Santa ci sono ancora oggi prioprio alcune fanciulle, vestite da angioletti e monachine, molte delle quali indossanti l’abitino agostiniano di Santa Rita, per voto familiare: a schiera le monachine incedono a piccoli passi, avvolte nel saio e con il viso stretto dentro la cuffietta bianca. Le piccole suore tengono le mani giunte o portano una rosa e talvolta accennano ad uno sguardo assente al contorno delle processioni, come se fossero immerse nel loro ruolo. Le processioni della Settimana Santa, dominate dagli incappucciati maschili, vedono solo questa forma di partecipazione femminile, che è l’unico elemento che dà grazia e che sa attirare le simpatie di tutti.
Non è raro trovare nelle case ben conservate le bustine contenenti i petali delle rose benedette essiccate e confezionate che vengono donate ai fedeli nel giorno di festa: dentro il portafogli, sotto il cuscino, dentro cassapanche e cassetti poco importa: sono il segno del legame con una santa che, in quanto madre, moglie e monaca, ciascuno sente vicina.
La festa, a cura dei gruppi parrocchiali attivi nella parrocchia San Giorgio e operanti nella chiesa di Sant’Agostino, viene organizzata dal 1823: il triduo solenne porta dritto alle solenni celebrazioni del giorno di festa, gremite all’inverosimile e alla benedizione delle rose, i cui petali vengono donati ai fedeli.
Rose confezionate prontamente da ambulanti o fiorai, rose di campagna fragranti e variopinte, altari di legno o di marmo diventano in un sol giorno roseti rigogliosi e profumatissimi.
Perché gli ennesi, e non solo, portano la rosa a Santa Rita?
È il simbolo per eccellenza di questa santa, ne richiama il patrocinio delle cose impossibili e i casi disperati.
Ogni anno, come fece la parente, stavolta nel bel mezzo della primavera, devoti e fedeli portano in dono le rose alla Santa. Un semplice gesto ma carico di affetto, stima, devozione, affidamento.
Le rose che vediamo a frotta al suo altari sono, in verità, lacrime, storie di madri, di donne, di spose, di figlie, di uomini anche, che vedono in Rita un modello, un legame con la famiglia a volte in difficoltà. Le rose sono preghiere, voto da sciogliere per ringraziamento, saluto a colei che per tutti è la santa dei casi disperati.
La rosa è il segno di un legame, di un contatto, di un omaggio, di una speranza, di un conforto nella sofferenza, nel dolore, nella prova.
Sono infine da “monito” a Rita, perché si ricordi di ciascuno di questi fedeli che, oranti, ricorrono a lei che in vita fu paciera, consigliera, saggia guida e confidente.
Lei non fa altro che ciò che fece in vita: ci mostra quel Crocifisso, in cui ciascuno può ritrovare le risposte che il cuore desidera. Lui, il vero dispensiere di Misericordia che la fece sua sposa.


