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“Gli Estranei. Underclass e Identità Borderline” il libro di Victor Matteucci che verrà presentato martedì 13 luglio alla Biblioteca della Regione Siciliana.

Riccardo Luglio 8, 2021 5 minuti letti

“Gli Estranei. Underclass e Identità Borderline” il libro di Victor Matteucci che verrà presentato martedì 13 luglio alla Biblioteca della Regione Siciliana.

Un’opera che ci fa riflettere sul divario tra inclusi ed esclusi, tra coloro che vivono ai confini nel nuovo Terzo Mondo e quanti continuano a essere garantiti e non guardano ciò che sta loro attorno

S’intitola “Gli Estranei. Underclass e Identità Borderline” il libro di Victor Matteucci (Nuova Ipsa Editore), che verrà presentato alle 17 di martedì 13 luglio alla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, in via Vittorio Emanuele 429. Insieme all’autore, ci saranno il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo scrittore Gino Pantaleone e l’avv. Giorgio Bisagna. Modera la giornalista Gilda Sciortino.

Un libro nel quale immergersi per fare un viaggio anche a ritroso nel tempo che, però, ci riporta a un oggi nel quale il divario tra inclusi ed esclusi, tra il mondo dei garantiti e di quelli che, per rivendicare il loro esistere, sino a qualche anno fa lanciavano sassi dai cavalcavia, è sempre più forte e aumenta progressivamente. Non enuncia nuove tesi né pretende di essere originale quando parla di razzismo, di devianza o disagio economico, quando racconta il dolore che alberga nell’animo di coloro che vivono nelle periferie del nuovo terzo mondo (esclusi, emarginati, immigrati, giovani in conflitto con se stessi e la società), ma il suo valore è quello di mettere in sequenza le figure di “esclusi” secondo i loro generi (devianti, disagiati, esclusi economici, ecc.), dando un ordine alle forme di subalternità culturale, economica ed etnica.

Una rabbia diffusa, quella che emerge, alimentata da determinate promesse non mantenute.

«La globalizzazione ha prodotto una reazione localistica perché ha cancellato l’identità e, quindi, le persone più fragili, di fronte al rischio di essere tutti omologati, soprattutto chi è più insicuro, si aggrappano al territorio, così rinasce il bergamasco, la Padania, i territori come tentativo di attaccarsi a qualunque cosa, a una storia, a un’appartenenza che rischia di far saltare tutto. Questo per le classi medio alte non è un problema, ma il proletariato si trova a perdere la propria identità. Se, poi, a questo aggiungi che non c’è possibilità di lavoro, che non c’è speranza di inclusione, di studiare, di cultura, il risultato sono le famiglie che si disgregano sotto questa continua pressione. E i figli, i ragazzi, gli adolescenti, in quanto più fragili, i vulnerabili, pagano il prezzo del disorientamento, della destabilizzazione, con sempre più crescente disagio, devianza e marginalità».

Tutto questo risulta ancora più grave nel Mezzogiorno, drammaticamente coinvolto in questa crisi.

«Qui un giovane su due non lavora e la disoccupazione è oltre il 50%. Stiamo parlando di un territorio extraeuropeo perché la media europea si ferma a Roma. Da lì in su siamo negli standard europei di servizi, occupazione, sviluppo e infrastrutture esistenti. Da Roma in giù siamo fuori dall’Europa, in un territorio paragonabile ai paesi extraeuropei come qualità della vita, come Pil. E’ chiaro che qui si concentrano un disagio e una devianza molto pesanti. Non è un caso che, dove lo Stato non rispetta il patto sociale, dove non c’è il contratto sociale, dove non si garantiscono alle famiglie sviluppo, inclusione, opportunità, interviene la criminalità organizzata che occupa lo spazio vuoto, organizza i giovani e tutto il contesto in attività illecite, riciclaggio di denaro, attività vessatorie ed estorsive, spaccio di droga».

Un’opera, “Gli Estranei”, che, racconta di un Mezzogiorno dove tornano a farsi sentire con orrore le affermazioni disarmanti di chi, addirittura sino a qualche anno fa, provava a far passare la tesi che “la mafia non esiste”.

«Per arrivare alla verità che la mafia esiste si è dovuto arrivare al Maxi Processo, quindi alle sentenze, al pentitismo di Buscetta e di tanti altri che hanno consentito di ricostruire un’attività permanente con tanto di Cupola, Mandamenti. Sapevamo tutto, ma lo abbiamo dovuto acclamare sul piano del diritto. Sul piano politico e culturale, invece, l’equivalente del Maxi Processo è stata l’azione di Leoluca Orlando. La sua è stata la denuncia, ma attenzione, non di un qualunque comunista di passaggio o di un intellettuale sui generis, il solito Pasolini di turno, ma di un leader della Dc, un borghese aristocratico candidato a essere il punto di riferimento della borghesia siciliana ed europea. Se Orlando, già da giovane con il suo fortissimo consenso popolare, espressione di una famiglia aristocratica, un giorno dice pubblicamente che la Dc è collusa con la mafia, il Partito Stato, facendo nomi e cognomi non di briganti o contadini, ma di senatori, ministri di governo, capiamo bene che per gravità, esplosività, equivale al Maxi Processo in politica. C’è un prima e un dopo in politica, un prima e un dopo Orlando. Con lui c’è la prova definitiva che la mafia e lo Stato sono coinvolti e che pezzi dello Stato sono collusi da sempre, che il Patto Stato Mafia è sempre esistito. Cosa che va di pari passo con il Maxi Processo, acclamato sul piano del diritto. Allo stesso modo in politica, non dobbiamo più dimostrare che la mafia esiste, tant’è che esponenti della Dc sono stati messi sotto processo, alcuni sono morti, Lima, Ciancimino, Andreotti (badiamo bene, non è stato assolto, ma c’è stata prescrizione). Per arrivare a questa verità ci sono voluti morti e, nel caso di Orlando, ha significato l’isolamento politico. A Falcone il Maxi Processo è costato la vita, a Orlando l’isolamento perchè, rispetto a questi uomini, quando tocchi il nervo del sistema, il cuore del sistema, quando dici la verità che è oscena e si deve tacere, scatta la reazione di quella parte di Stato coinvolta».

Preziose, per la riuscita del libro, che si avvale del contributo di uno dei leader delle BR, Alberto Franceschini, insieme alle prefazioni dello studioso Mauro Laeng, noto per avere riformato la scuola negli anni ’70, e della scrittrice marocchina Rita El-Khayat, la cui testimonianza di donna araba e intellettuale racconta di un mondo le cui contraddizioni investono più livelli.

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