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Festeggiamenti Maria SS della Visitazione: “Che cosa se ne fa la Madonna di tutto quell’oro?” – di Luca Ballarò

Riccardo Luglio 2, 2026 4 minuti letti
oro madonna

“Che cosa se ne fa la Madonna di tutto quell’oro?”
Una domanda provocatoria, sterile possiamo dire, che non di rado qualcuno espone, un po’ per superficialità, altre volte per poca comprensione di simboli e gesti.
La Madonna , di certo, di quell’oro che addobba la sua statua non se ne fa nulla; esso è, però, un linguaggio potente, potentissimo, che non è un mero ornamento, ma rivela agli ennesi, ai devoti, secoli di devozione e attaccamento filiale.
Sono ori ex-voto. L’ex voto è un’offerta nata dal cuore in segno di gratitudine o richiesta, trova le sue radici nell’antica espressione latina “ex voto suscepto”, che letteralmente significa “per voto fatto” o “secondo la promessa fatta”.
Un gesto semplice, ma carico di significato, che nel corso dei secoli ha assunto forme diverse e ha arricchito i santuari di tutto il mondo. La Madonna di Enna, avvolta in un manto scintillante di gioielli, è un esempio luminoso di questa devozione popolare. Ogni gioiello, ogni monile, è un piccolo miracolo, un’offerta d’amore che si rinnova di generazione in generazione.
Anello dopo anello, collana dopo collana, pendente dopo pendente: uno ad uno, gesto per gesto, quei semplici gioielli privati, messi insieme, hanno creato quel tesoro, di immenso valore devozionale oltre che economico, che le vediamo indosso. Ed è solo una minima parte del più ricco “Tesoro della Madonna”.
Visto da lontano sembra un miraggio di filigrana dorata. Ma avvicinandosi, quel tessuto si scompone in migliaia di battiti del cuore: sono i sei “fasciuna” — il corpetto, la vistina, il collare, il mazzolino, il pendente e la bavetta del Bambino — un’opera d’arte vivente in cui ogni millimetro è un dono. È una costellazione dove le fedi d’oro più umili toccano i diamanti più rari e lucenti, dove i bracciali e le collane di ogni epoca si fondono a orecchini, spille e orologi, bracciali alla schiava, perle, pendenti. Non è più metallo: è l’abbraccio d’oro della gente alla propria Santa Patrona.
Tra questi spicca il famoso Pellicano d’ oro, una spilla smaltata con rubini, nel petto un grosso topazio brillantato, di sotto tre piccoli pellicani, con le ali ornate da una serie di rubini che si ripetono sul capo dei piccoli. La simbologia del pellicano rappresenta la funzione salvifica del sacrificio di Cristo che si immola per l’umanità, come il pellicano per i propri piccoli.
La spilla fu donata probabilmente da una nobile famiglia ennese nel XVII secolo. Tanti sono gli ori che non vengono più indossati e che sarebbe davvero bello poter ammirare.
Nella consegna di una preziosità personale alla Madonna si manifesta il linguaggio di un “popolo sacro”, che raccoglie indipendentemente dalle classi sociali di appartenenza la fede, la sofferenza, la disperazione e la richiesta di grazia dei fedeli.
Quegli ori sono lacrime di madri e padri, figli e figlie, mogli o mariti. Sono lacrime di angoscia, lacrime di speranza, lacrime di profonda gioia, lacrime di ringraziamento.
“Donare l’oro” alla Madonna significa privarsi di qualcosa di prezioso per ottenere tesori più grandi: la salute, il coraggio nella prova, la vicinanza delle persone care e magari in pericolo. È una rinuncia certo, ma soprattutto un’accorata preghiera! Mi privo di qualcosa per avere in cambio qualcosa di più grande.
Quegli ori sono lacrime, ma anche grazie, sono la prova lampante delle attestazioni di grazie ricevute nei secoli per intercessione della Madonna: vedere Maria così ornata fa capire allora ciò che il Sommo Poeta Dante vuole dire e che si lega a ciò che i padri hanno lasciato in maniera molto concreta: ricorrere a Maria se si vuole ottenere grazie dal Signore.
Ecco, a quella gente che dice ” cosa se ne fa la Madonna di tutto quell’oro” risponderei così : ” dell’oro non se ne fa
niente, ma delle nostre lacrime si”.
E Maria non è ammantata d’oro, ma si lacrime.
Le lacrime di un popolo che da secoli la invoca come Madre e Regina.

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Riccardo

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