AEROPORTI SICILIANI, SOSTEGNO E SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI IN LOTTA
Esprimiamo piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori degli aeroporti siciliani che oggi si mobilitano contemporaneamente a Catania, Palermo, Trapani e Comiso. La protesta non riguarda soltanto le loro, pur fondamentali, condizioni di lavoro, ma la gestione dell’intero sistema aeroportuale siciliano e il diritto della Sicilia a disporre di una rete di trasporto organizzata, coordinata e capace di affrontare le emergenze.
I lavoratori stanno avanzando una proposta concreta e di buon senso. Chiedono che le emergenze non vengano affrontate ogni volta improvvisando, ma attraverso una programmazione preventiva. Dopo le ripetute limitazioni dell’aeroporto di Catania provocate dalla cenere dell’Etna, le organizzazioni sindacali hanno chiesto un fondo strutturale per le emergenze aeroportuali e un piano capace di collegare rapidamente i quattro scali siciliani, garantendo contemporaneamente sostegno ai lavoratori chiamati a sostenere il peso dell’emergenza.
L’Etna non è un evento che si possa eliminare e non è nemmeno l’unica emergenza che si può verificare. Un aeroporto può essere costretto a limitare o sospendere le proprie attività per eventi meteorologici estremi, incidenti, incendi, problemi tecnici, eventi di protezione civile o altre circostanze imprevedibili. Quello che invece può essere previsto e organizzato è la gestione di questi eventi.
Si può decidere in anticipo come redistribuire i voli, come trasferire i passeggeri, quali aeroporti devono essere messi nelle condizioni di ricevere traffico aggiuntivo, quali collegamenti ferroviari e stradali devono essere attivati, quali strutture devono assistere i viaggiatori e quali risorse devono essere immediatamente disponibili. Si può, soprattutto, decidere come sostenere e coadiuvare le lavoratrici e i lavoratori che, durante l’emergenza, sono chiamati a far funzionare un sistema sottoposto a una pressione straordinaria.
Durante l’emergenza estiva la Regione ha dovuto organizzare oltre cento corse speciali di autobus e cinque treni speciali tra Palermo e Catania. La stessa Regione ha riconosciuto la necessità di potenziare il sistema aeroportuale siciliano e che Comiso non può, da solo, assorbire i volumi di traffico necessari in caso di forte limitazione di Fontanarossa.
È evidente, quindi, che la disponibilità dello scalo di Sigonella potrebbe rappresentare una risorsa strategica per il sistema aeroportuale siciliano, trasformandola da pista ad uso militare a civile ed entrando a pieno titolo nella discussione sul futuro della mobilità siciliana e sulla progressiva trasformazione di infrastrutture oggi esclusivamente militari in infrastrutture al servizio della collettività.
La Sicilia, come sappiamo, dispone di diversi aeroporti, ma non dispone ancora di un sistema aeroportuale sufficientemente integrato da poter funzionare come una rete unica davanti a una situazione di emergenza. Gli aeroporti continuano troppo spesso a essere considerati come realtà separate, mentre, quando uno scalo entra in difficoltà, le conseguenze si riversano immediatamente sugli altri.
La questione posta dai lavoratori è dunque anche una questione di programmazione pubblica. Catania, Palermo, Trapani, Comiso e, ci auguriamo anche Sigonella, devono poter essere messi nelle condizioni di collaborare e di sostenersi reciprocamente, non soltanto quando l’Etna erutta, ma ogni volta che una parte della rete viene temporaneamente compromessa.
Non basta però parlare genericamente di coordinamento. Servono strumenti concreti. Serve un piano regionale di emergenza aeroportuale, servono protocolli condivisi tra gestori, ENAC, Regione, compagnie aeree e servizi di trasporto, servono collegamenti alternativi già programmati e serve anche un fondo con risorse realmente disponibili e immediatamente utilizzabili. L’ENAC, durante l’emergenza dell’Etna, ha già operato in coordinamento con la Regione e ha verificato le azioni delle compagnie aeree e dei gestori per la tutela dei passeggeri. Il passo successivo sarebbe quello di trasformare questa cooperazione emergenziale in un piano e in una collaborazione permanente.
E dentro questa nuova organizzazione del sistema aeroportuale un ruolo centrale deve essere riconosciuto alle lavoratrici e ai lavoratori. Sono loro, infatti, a conoscere concretamente ogni giorno il funzionamento della macchina aeroportuale, i suoi snodi, le sue interconnessioni e soprattutto i punti di maggiore fragilità. Sono loro che, durante un’emergenza, si trovano in prima linea a gestire le criticità e a trovare soluzioni immediate ai problemi che si presentano.
Non è accettabile che il sistema venga considerato efficiente quando funziona normalmente e che, quando arriva una crisi, il costo dell’emergenza venga scaricato sulle persone che lavorano negli aeroporti. Le organizzazioni sindacali denunciano turni, carichi di lavoro e condizioni che, durante le emergenze, possono diventare insostenibili e chiedono che vengano riconosciuti anche economicamente gli sforzi compiuti per garantire la continuità dei servizi.
A questi lavoratori va quindi non soltanto la nostra solidarietà, ma anche il sostegno alla loro richiesta di programmazione. Perché quella che stanno ponendo non è una rivendicazione corporativa. È una proposta che riguarda la sicurezza, la qualità del servizio, i diritti dei passeggeri e la capacità della Sicilia di affrontare le emergenze senza trasformarle ogni volta in un caos.
Tuttavia, le Istituzioni, lungi dal raccogliere le proposte dei lavoratori, stanno andando nella direzione opposta: privatizzando la gestione degli aeroporti. Per Catania e Comiso è già in corso la procedura di privatizzazione. Ma se una parte sempre maggiore della gestione aeroportuale viene affidata a soggetti privati, chi finanzierà il sistema delle emergenze?
Chi pagherà il fondo che i lavoratori chiedono di istituire? Chi sosterrà i costi dei trasferimenti straordinari? Chi garantirà le risorse necessarie per assistere i passeggeri? Chi sosterrà i lavoratori sottoposti a carichi eccezionali? Quali obblighi verranno messi nero su bianco nei confronti dei futuri gestori privati? E, soprattutto, è stato previsto che i privati contribuiscano strutturalmente a finanziare questi strumenti?
Quelle che vogliono privatizzare, infatti, sono infrastrutture che svolgono una funzione strategica ed essenziale per la collettività. Il paradosso, e il rischio molto concreto, è che nei periodi di normalità i gestori faranno profitti e trarranno il massimo vantaggio da infrastrutture strategiche e monopolistiche, e quando arriverà l’emergenza scaricheranno i costi e l’onere di risolvere le difficoltà sulla collettività e sulle istituzioni pubbliche.
È questa un’ulteriore questione che andrebbe affrontata prima di procedere oltre sulla strada delle privatizzazioni. Non si può privatizzare la gestione delle infrastrutture strategiche senza stabilire con precisione anche le responsabilità sociali ed economiche di chi le gestirà. Non si può lasciare alla mano pubblica il compito di intervenire ogni volta che qualcosa va storto e, contemporaneamente, consegnare ai privati i vantaggi economici della gestione ordinaria.
Più in generale, la lezione dell’Etna dovrebbe essere quindi molto semplice: le emergenze non si programmano, ma la loro gestione sì. Non possiamo impedire a un vulcano di eruttare, ma possiamo decidere cosa fare quando accade. Non possiamo impedire che un aeroporto debba chiudere temporaneamente, ma possiamo fare in modo che la chiusura di Catania non paralizzi la Sicilia orientale e non metta in difficoltà Palermo, Trapani e Comiso. Non possiamo eliminare l’imprevisto, ma possiamo impedire che l’imprevisto diventi disorganizzazione.
Per questo la mobilitazione dei lavoratori va sostenuta. Perché chiede esattamente ciò che dovrebbe essere normale in una regione che vuole definirsi moderna e dotata di infrastrutture strategiche: programmazione, coordinamento, interconnessione, risorse già disponibili, tutela dei passeggeri e tutela del lavoro.
Ci spaventa, in questo Mediterraneo e mondo sempre più coinvolti in calamità naturali, guerre, emergenze di ogni tipo, la miopia e la mancanza di senso strategico dei nostri decisori pubblici. Gli aeroporti non sono semplicemente aziende che producono profitti o infrastrutture che scarrozzano i turisti, ma per la Sicilia una porta d’accesso al mondo e infrastrutture vitali per la mobilità, il lavoro e l’economia dell’Isola.
Ai lavoratori degli aeroporti siciliani va dunque il nostro sostegno. La loro protesta pone una questione che riguarda tutti. Prima di parlare di privatizzare gli aeroporti, sarebbe necessario spiegare ai siciliani come verranno garantiti il coordinamento del sistema, la gestione delle emergenze e le risorse necessarie per affrontarle. Perché, altrimenti, la conseguenza nefasta sarebbe la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle difficoltà e delle perdite: un modello che non darà certo prospettive future per la realizzazione di un sistema aeroportuale siciliano efficiente e al servizio della popolazione.
Nicola Candido – Direzione Nazionale
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

