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Ennamagazine; Una dottoressa ennese in trincea all’ospedale Center Covid di Bergamo

fonte; Ennamagazine
Una dottoressa ennese in trincea all’ospedale Center Covid di Bergamo
Il racconto di una giovane ennese che ha scelto di fare il medico per vocazione
Una dottoressa ennese in trincea all’ospedale Center Covid di Bergamo13
APR
2020
Non doveva essere li, perché in verità lavora a Milano, ma per una pura coincidenza, che si coniuga con la sua professionalità, C.S, ennese di nascita, ha fatto le valigie a 18 anni, salutato mamma e papà ed ha scelto di intraprendere il suo sogno, diventare medico. Nonostante i suoi interessi di famiglia che avrebbero potuto trattenerla nella sua città natale, la ragazza non ne ha voluto sapere. Ed i suoi genitori si sono rassegnati, in ogni caso contenti di avere una figlia così determinata.
In verità la ragazza sceglie di fare il medico, non per lavoro, ma per vocazione. Per lei è un richiamo, quello di entrare nel mondo dei malati, soccorrerli, a costo di sacrificare tanto. Non si fa, però, mancare nulla, non è la secchiona di turno, che studia h 24. Ha solo un dono, è brava e questo la porterà a Bergamo, ospedale Covid, Papa Giovanni.
“Da luglio 2018 mi sono trasferita nel capoluogo lombardo, lasciando Milano, perché me l’ha chiesto il mio primario. Il ritmo di lavoro lì è sempre stato abbastanza concitato”. Tutto, però assume altri connotati dal primo di marzo. ” Ricordo che quella domenica, ero a fare una gita fuoriporta con il mio compagno, gita che a posteriori si sarebbe rivelata l’ultima per chissà quanti mesi. Arrivò sul gruppo della nostra équipe un messaggio di aiuto dal mio primario: troppi, troppi ricoveri nel neo formato reparto COVID, chi era di guardia non riusciva a visitare tutti quei pazienti”.
Pazienti che non registravano sintomi da protocollo sanitario ,ma accusavano disturbi complicati, da ventilare al più presto. “E ancora non sapevamo con che cosa ventilarli”. Comincia così la concitata esperienza della ragazza che improvvisamente abbandona la sua parentesi spensierata e si ritrova coi suoi colleghi nel pieno dell’emergenza.
” Una giornata infernale e ovviamente non sarebbe stata l’ultima”.
Da quel giorno è un affannoso lavoro di organizzazione, soccorso, ma la situazione si evolve drammaticamente.
” Cerchiamo di fare turni di 6 ore, quasi mai si riesce. Il carico più “pesante” non è quello delle ore che passano, è quello che ti porti dentro, a casa. Come medici siamo purtroppo abituati a tenere fuori dalla porta ciò che si soffre a lavoro, in questa situazione, invece, è impossibile”.
Il fardello emotivo da sostenere non si può immaginare. I pazienti sono completamente soli. Il personale sanitario deve fare di più. Un sorriso, un conforto, seppure bardati in modo surreale, possono aiutare chi soffre. Ma tutto è troppo complicato.
“A casa continui a sentire quei monitor che suonano, il fischio delle CPAP. E i volti dei pazienti, le telefonate continue dei parenti”. Il momento più tragico della giornata?
“Il pomeriggio, quando i medici rispondono a chi chiede notizie dei loro cari. Avverti
tutta l’apprensione, la preoccupazione. Senti anche andare via l’ultima speranza quando sei costretto a comunicare il decesso. È dura spiegare per telefono, ancora più dura accettare la morte annunciata con una laconica telefonata.” E da lì il copione è sempre quello. Una raffica di domande da chi non si sa dare pace.. ” Ma avete fatto tutto il possibile? Come mai? Come è possibile?
Purtroppo di coronavirus si muore anche improvvisamente, alcune volte anche se si stava andando meglio clinicamente. Questo non si può spiegare a chi ha perso il proprio padre, la propria madre, magari nel giro della stessa settimana. E si vivono le giornate in trincea. Con la paura dei medici di essere contagiati.
” No. Io non la vivo così. Certo ai brividi di freddo che ogni tanto per la stanchezza alla sera sopraggiungono, un po’ di preoccupazione c’è…ma la più grande ansia non sarebbe per me, quanto per comunicarlo ai miei genitori. ” Cosa manca di più in questo momento?
“L’affetto. Poterli riabbracciare liberamente è la cosa che più desidero. Da siciliana che lavora al Nord ho pochissime occasioni di tornare giù, e ho sempre dato per scontato questa possibilità. Al prossimo week end, alla prossima festività. Avevamo programmato una loro visita a febbraio, rimandata a marzo, rimandata, poi, a chissà quando. Quando il tampone sarà negativo, si spera”.
Eroi, angeli, le definizioni si sprecano. Ne sono morti, finora 100, per via delle inadeguate protezioni sanitarie. È difficile da accettare questa realtà. Di solito i medici ed il loro staff curano, almeno sono lì per cercare di farlo, nell’immaginario collettivo sono figure distanti dalle sofferenze. Ed invece trovarsi, loro, intubati, alla stregua dei pazienti che hanno magari visitato fino a qualche giorno prima e per di più consapevoli che non avranno scampo, se si aggravano le loro condizioni di salute neanche la sepoltura, è la tragedia nella tragedia. Tutte queste bare, migliaia, senza essere accompagnate dai propri cari. Non siamo preparati a questo evento cosi drammatico e inaspettato. Ma la dottoressa mostra tutta la sua forza, non ha nessuna intenzione di lasciare il campo di battaglia, vuole vedere questa luce in fondo al tunnel che il mondo aspetta. Loro, i camici bianchi, senza distinzione alcuna, sono i veri guerrieri di questa guerra mondiale, ma , come dice C. “Non siamo eroi né angeli, facciamo solo il nostro lavoro con una quota in più di impotenza e frustrazione per questa situazione”.
La colpa non è di nessuno. Forse degli Stati che hanno speso ingenti fortune in armamenti, ed invece, come suggeriva Bill Gates già dal 2005, si doveva investire sulla ricerca. Perché adesso anche le guerre hanno altre modalità per uccidere le masse.
La dottoressa, che si è specializzata in anestesia da sola, perché era iniziata la quarantena, avrà tanto da raccontare quando tutto sfumerà, ma non finirà così presto.
Per il momento non si ferma un attimo e ci confessa.
” All’inizio di tutto questo, mi sono venute alla mente le parole scritte all’ingresso del mio vecchio liceo: la scuola che vi temprò al sacrificio. Mai frase fu più profetica”.

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