Beddivì
Camminando lungo la strada di “Santu Lì ” appena si gira la curva che supera la chiesa parrocchiale, si apre agli occhi una gande vallata verde e gialla per il grano fatta di case, tetti, comignoli, rocce, sentieri scoscesi su cui sembra essere quasi poggiata placida una chiesa: è il quartiere di Valverde, Beddivì per gli Ennesi, quello che più di tutti mantiene il fascino di un tempo passato e che ancora si rende presente.
Compiere “u viaggiu ‘a Madonna”, o semplicemente passeggiare in queste strade nei giorni di fine Agosto permette di fare un cammino esperienziale, di tornar indietro nel tempo. Lo capisci quando percorri le antiche salite e discese, le grotte accanto alla chiesa di Santu Lì, “u vadduni” ed i suoi insediamenti rupestri dove un tempo abitavano i “fullones”, gli antichi cardatori di pelle e contadini.
Queste “rutte” dalla folta vegetazione rampicante ed “erba di vintu” infestante tipici della macchia mediterranea adornano ancora “Cirasa” o “via Cerere Arsa” ,una stretta via dove si dice che un tempo gli ennesi arsero l’immagine della Dea Cerere, madre delle messi e della terra, avendo conosciuto e accolto la fede in Cristo.
Sembravi tornare indietro nel tempo sino a qualche anno fa quando, in un baglio di questa via, vedevi ancora il pascolo di qualche capra “du Zze Ginu Ballarò” che, nonostante l’età, trovavi lì chino a mungere e a chiamare le sue “girgentane”, con i fischi di un tempo mentre queste, al suon dei loro fragorosi campanacci, correvano frettolose e a volte, incontrandosi in avvincenti duelli a suon di corna, trascorrevano gli afosi pomeriggi estivi al riparo degli alberi di fico. Purtroppo stanco per l’età ha dovuto dar via le sue capre Zze Ginu, mio nonno, ma quei luoghi parlano ancora, con i loro colori, con i loro odori.
Non troverai più a Zze Carminedda, mia nonna, che aspettava impaziente davanti l’imbocco della stradina il marito, pronta a rimproverarlo per essersi attardato con altre, le capre ovviamente, mentre ormai era tutto pronto per la cena. La sua presenza però sembra ancora vivere quei luoghi nei ricordi, nella memoria della sua famiglia, dei suoi vicini.
Già, il fico, l’albero di “fichi” e “bifiri” o “ fichi incoronati” dal caratteristico colore violaceo e dall’odore penetrante sono la costante di queste vie, alberi dal caratteristico fogliame grande e quasi vellutato. Togli una foglia dal ramo e ti si riempie la mano “do latti”, liquido linfatico biancastro e appiccicoso. Li raccogli i fichi, i più grossi, i più alti : uno, due, tre… ne mangeresti a dismisura.
Li trovi ancora a casa do Zze Ginu o do Zze Pinu Greco, con la sua Fiat panda bianca posteggiata poco più su, famosa in tutto il rione; lo potresti trovare all’uscio di casa che ti saluta festante e ti racconta, insieme alla sua amabile consorte, del tempo che fu .
E poi ancora le “pale di Ficudinia” (Pale di Fichi d’India), emblema della sicilianità, arrampicate sulle rocce impervie, difficili da raggiungere, spinose,ma cariche di prelibati frutti zuccherini e variopinti: rosso, giallo o ancora verdi.
I cuniculi “da sciata dei crapara” si aprono più sù in inaspettati bagli, “catui” e rocce al cui interno trovano posto botti del vino o resti di mangiatoie di animali. Procedendo lungo la stretta via che si getta “o vadduni” c’è l’edicola votiva della Madonna della Grazia, che con il suo sguardo magnetico, orientale e quasi faraonico ti osserva, ti attira e ti benedice. E poi ancora una volta un altro baglio: case basse, finestre aperte, tendine.
E lì, da una di queste case, affacciata alla finestra, puoi trovare a “zzè Marì” , anziana donna ma pimpante e lucida, tiene a discorso tutto il quartiere: non ha mai perso il calore tipico di una Sicilia accogliente, votata alla cura e all’ attenzione degli altri.
È lì, rigorosamente con il suo “fadale” (grembiule) alla vita, pronta a salutarti con il suo “s’abbanadica” a cui devi rispondere tassativamente “santu e riccu sino o iurnu ri Pasqua”. Prendi un dolcino, quattro caramelle che sicuramente ti offre calorosa e continui a salire .
Dalla casa da zzè Mari si inerpica u “Fuddaturi”, altro posto caratteristico della nostra città, dove un tempo in grotte e vasche, in salamoia e con le foglie della pianta di sommacco venivano conciate in larga scala le pelli di cui l’agro ennese è ricco ancor oggi; salite di basolato, ma anticamente battute da “scecchi”(asini) carichi all’inverosimile di ogni sorta di stoffa e alimenti o adorni, “Bardati”, con campanelle in festa per la “cugliuta”, la questua per la festa della Madonna.
Anche qui vicoli, vanedde, dove da qualche finestra puoi ancora scorgere “ricotte” fatte essiccare e salate, fichi essiccati per la mostarda o pomodori esposti in cromatiche esposizioni dagli odori forti e penetranti.
E, adombre di alberi di fichi, scale e piccole viuzze che conducono ad una grande rocca dove, nel non tanto lontano 1943, le genti del quartiere nascosero i tesori della chiesa e il simulacro della Madonna, miracolosamente scampato al bombardamento del 13 Luglio durante la II guerra mondiale.
Un luogo votato all’accoglienza, alla cura è sempre stato Valverde, che in quel Luglio di guerra aveva aperto le braccia a tanti ennesi accorsi per rifugiarsi nelle sue “rutte” per scampare dai “bummi”.
Infine degli scalini che si affacciano su un superbo panorama dell’intera vallata che, all’imbrunire, regala uno dei tramonti più belli e caratteristici della nostra città, da dove puoi scorgere i monumenti più belli e importanti del paese, le vie e le case che tornano ad illuminarsi, una sorta di presepe vivente che ogni giorno si presenta a chi ha la fortuna di vivere questi luoghi e che, in base alla tipologia atmosferica presente, sia essa la nebbia, o la neve, o la pioggia o l’afa delle sere di Agosto, regala emozioni e sensazioni particolari.
Anche qui ad accoglierti è l’odore caratteristico di “beccume”, il cibo dato a gallinacei e animali d’allevamento presenti alle falde della vallata.
Ormai la campana suona intermittente, chiama a raccolta frettolosamente le donne e gli uomini che lungo le vie di questo pittoresco quartiere confluiscono al santuario. Lì ad aspettarti sull’altare variopinto e scenograficamente allestito c’é la Madonna di Valverde, che gli ennesi chiamano “ a Madonna di Beddivì”, nel suo simulacro slanciato, bello, sorridente. Una Madonna dai tipici tratti mediterranei, quasi una contadina o una vicina di casa, una massaia come quelle incontrate lungo il viaggio, una donna dei nostri giorni per dirla alla Tonino Bello, incoronata ma assai semplice, ornata di gioielli tipici delle mamme e delle nonne, con il suo bracciale alla schiava in una mano, i pendenti alle orecchie , pronta come le tante massaie del quartiere ad aprire l’uscio di casa, a donarti qualcosa come a Zze Carminedda, a ZZe Paolina o a ZZe Marì, in questo caso il Figlio giocondo con la spiga in mano: dona, come donano sorrisi, accoglienza, ospitalità, aiuto, le genti di Beddivì perchè Lei, in fin dei conti, è una di loro.
Beddivì testimonia la presenza di un culto antico, l’affidamento degli abitanti di questo lembo di città alla Madre, un culto che soppianta quello di Cerere, una Madre che chiama a raccolta umili, povere e semplici genti che del loro lavoro campano senza nulla di preteso, fermandosi alla fine di Agosto per due settimane di festa.
Ti chiama Maria, ti aspetta ed è pronta a porti sotto quel suo bel manto verde che da secoli accoglie e protegge tutto il rione, ti chiama ad unirti insieme a quelle genti che da secoli gridano
“Evviva a Bedda Matri di Beddivirdi, Evviva a Bedda Matri ca n’ada guardari”.
Grido e devozione a cui mi unisco con grande gioia e gratitudine, sentendomi, per i natali, anche io figlio di questa Madre, di questa terra che è Beddivi.
Buona festa a tutti gli abitanti del quartiere di Valverde, ai confrati, ai devoti, ad Enna tutta, in festa ancora una volta per la Vergine, per mezzo della quale conobbe in questi luoghi la fede in Cristo.
Viva Marì 💚


