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Al Centro Studi Pio La Torre la conferenza del progetto educativo antimafia su “Mafia, antimafia e media con Giuseppe Giulietti, Marco Romano e Salvatore Di Piazza

Riccardo Marzo 16, 2023 8 minuti letti

Prosciugare l’acqua attorno alla mafia, combattendo una battaglia di ordinarietà. Importante il ruolo dell’informazione se colleghiamo il fenomeno mafioso alla mancanza di diritti, all’assenza di dignità.
Al Centro Studi Pio La Torre la conferenza del progetto educativo antimafia su “Mafia, antimafia e media con Giuseppe Giulietti, Marco Romano e Salvatore Di Piazza
«Guai a scoprire la lotta alla mafia il giorno dell’evento, guai a scoprire Messina Denaro il giorno del suo arresto, guai ad accendere i fari solo in quella giornata, dimenticando il prima e il dopo, anche perché nel caso di arresti eccellenti il prima è parte del racconto, parte delle trattative, parte di ciò che sta nel sottosuolo. Il compito dei giornalisti è quello, per riprendere le parole di Papa Francesco, di consumare le suole e andare anche nel sottosuolo».
Ad affermarlo è stato Giuseppe Giulietti, presidente FNSI, ad apertura conferenza sul tema “Mafia, antimafia e media”, appuntamento in diretta streaming dal Centro Studi Pio La Torre con gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado italiane. Un appuntamento introdotto dalla presidente del Centro Studi “Pio La Torre”, Loredana Introini, e moderato dalla giornalista Rai, Lidia Tilotta.
«La memoria si può usare come commemorazione – ha proseguito Giulietti – mettendo una targa per poi riprendere la nostra vita come se nulla fosse, oppure come memoria attiva. Come la memoria attiva usata a suo tempo da Pio La Torre, la cui era di non isolare mai il fenomeno mafioso, ma legarlo ai diritti, all’assenza di lavoro, all’assenza della dignità, all’assenza della pace; si poneva il problema di prosciugare l’acqua attorno alla mafia. Abbiamo bisogno rafforzare l’ordinarietà dell’azione quotidiana. Faccio una riflessione a nome di una vasta comunità che è quella di “Articolo 21”, una grande associazione che si batte per la libertà di informazione e che in questi giorni ha siglato un patto di cui fa parte anche il Centro “Pio La Torre”, l’associazione Partigiani,d’Italia, le Acli, le associazioni religiose, la Federazione della Stampa, l’Ordine dei Giornalisti. Sono onorato di essere oggi in questo centro che porta il nobile nome di Pio La Torre, assassinato il 30 aprile del 1985 insieme al suo compagno Di Salvo. La battaglia di Pio La Torre era una battaglia di quotidianità e ordinarietà che riguarda anche i giornalisti, anche gli studenti, riguarda tutti coloro i quali hanno a cuore l’articolo 21».
Una battaglia che presuppone una ricetta di base. “Può mai esistere una risposta per ciascuno di noi?”. chiede uno degli studenti collegati.
«Direi proprio di no. Dovremmo pensare a rafforzare la scuola pubblica ovunque, dare spazio e dignità agli insegnanti che ringrazio perché chi sta qua ha già fatto una scelta, difendere la dignità del lavoro e ribellarsi alla prepotenza. Per i giornalisti, la ricetta non è arrivare prima per fare lo scoop, ma andare alla radice. Una regola aurea del giornalismo è dare un testo ai contesti; siamo sommersi dai testi, che da soli non ci dicono niente. Pippo Fava affermava: “Il problema è ripetere ogni giorno, legare i fatti, fare memoria, questo svela le trame occulte”, un metodo usato da tanti altri giornalisti. La Sicilia ha pagato un pezzo altissimo. Noi raccontiamo storie di mafia, ma dovremmo raccontare storie di straordinari personaggi, poliziotti, carabinieri, giornalisti come Alfano, ma anche le storie di tanti altri che hanno indagato sulla mafia e sono stati assassinati. Cercavamo legami, segni, tracce, erano ordinari, ripetevano la denuncia ogni giorno. Pensate a Mauro Rostagno a Trapani o alla rinuncia quotidiana di Peppino Impastato con la sua radio. Cosa fare? Come aiutare chi è rimasto? Ricordando, tornando sui luoghi, scavando, usando i social in modo corretto, schierandosi come muraglia di solidarietà attorno ai giornalisti, a quei sindaci, poliziotti, insegnanti sotto tiro. C’è quella bella frase di Peppino Impastato che dice: “La mafia è una montagna di merda”, ma ce n’è una ancora più bella sempre di Peppino che riguarda giornalisti, cittadini, tutti quelli che amano la Costituzione Italiana ed è questa: “Se si insegnasse la bellezza alla gente si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà».
Ma il ruolo della stampa oggi è sempre importante?
Per il direttore del Giornale di Sicilia, Marco Romano «assume una rilevanza ancora più superiore non soltanto come mera narrazione dei fatti, ma andando a toccare le corde dell’emotività di chi legge, guarda un telegiornale o clicca su un giornale digitale; tutte possibilità date ai giovani che 40 anni fa non c’erano. Oggi più che mai c’è la possibilità di decidere come informarsi e attraverso quali canali farlo. Sembra una straordinaria forma di libertà e democrazia mediatica, ma va gestita con il giusto senso di responsabilità. Faccio sempre la metafora del coltello: lo puoi usare per uccidere, ma anche per tagliare il pane. Non è mai lo strumento il problema, ma l’uso che se ne fa. Lo dico perché negli anni ci siamo dovuti confrontare in una lotta distonica e distopica con quello che passava e passa attraverso i social: una comunicazione che spesso viene intesa erroneamente come informazione. Informazione che non si deve fermare a narrare, ma deve sapere far comprendere, deve essere un importante punto di analisi e un importante punto di approfondimento rispetto alle dinamiche della cronaca che ci accompagna specie in questi giorni».
Un’informazione che, per esempio, nel caso di Messina Denaro ha raccontato l’ex Primula Rossa attraverso particolari che hanno solleticato la curiosità comune, senza sottolineare l’aspetto criminale del mafioso, l’uomo dal quale è partito il comando che ha poi seminato sangue in tutta la Sicilia e non solo.
«L’informazione è importante nel raccontare la mafia, ma anche nel sapere approcciarsi al concetto di antimafia. Se dobbiamo limitarci a parlare di Antimafia con la A maiuscola – ha detto ancora Romano – se ci riferiamo all’antimafia delle carriere, a quella referenziale delle medagliette, avremmo fatto un grande errore anche etico, antropologico. Quella che conta è l’antimafia dell’ordinarietà, dei comportamenti a scuola, a casa, tra gli amici, l’antimafia di chi non si volta dall’altra parte, di coloro che non accettano le ingiustizie, discernendo tra cosa è giusto e cosa sbagliato. Appuntamenti come quello di oggi sono fondamentali, sono iniziative importanti che non si concludono con il click alla fine della conferenza, ma continuano come una scintilla che deve diventare fiamma. La nostra società è piena di scintille, ma abbiamo bisogno di grandi incendi. Quello sarà il momento in cui l’antimafia perderà l’A maiuscola della referenzialità e diventerà l’antimafia con la a minuscola dell’ordinarietà dei comportamenti di noi tutti».
A sottolineare l’importanza della dimensione linguistica del fenomeno mafioso è stato Salvatore Di Piazza, docente Unipa.
«Un filologo ebreo che visse il regime nazista – ha spiegato il professore Di Piazza – disse che, per rimanere dritti, era necessario vigilare sulla lingua. Nella lingua traspare una cultura, una ideologia, un modo di pensare. La dimensione comunicativa della mafia è particolarmente interessante perché non c’è struttura di potere, anche la più violenta, che non abbia la necessità di costruirsi forme di consenso. Pensiamo al caso più emblematico, persino il nazismo aveva istituito il Ministero della Propaganda perché, costruirsi il consenso, è una delle modalità che hanno le strutture di potere di esercitarlo. Se la violenza fisica è quasi l’estrema ratio di strutture come la mafia, questo è ciò che consente di costruirsi un brodo di coltura nel quale il potere può proliferare. Ecco la necessità che ha la mafia di costruire attorno a sè una rete di consenso che si collega a quell’immagine che lei stessa vuole veicolare».
Ma quando parliamo di Messina Denaro e di Castelvetrano, lo hanno chiesto gli stessi studenti in collegamento, come è stato possibile che per quasi 30 anni l’antimafia a Castelvetrano sia stata assente?
«La memoria che alimentiamo con il nostro progetto educativo antimafia serve a spiegare cosa è successo negli anni, com’è cambiata la cultura antimafia, come si è diffusa e come questo è avvenuto anche con il contributo dei più giovani – risponde Vito Lo Monaco, presidente onorario del Centro “Pio La Torre” -. Nel 2011 la prima rappresentazione che abbiamo fatto scrivere a Gabriello Montemagno, come prosecuzione dell’altro atto scritto da Vincenzo Consolo “Pio la Torre, orgoglio di Sicilia”, è stato portato in scena da studenti dei licei di Castelvetrano. In un teatro che scoppiava, a Castelvetrano, erano presenti tutti quelli che potevano entrare. I ragazzi cosa dicevano? “Castelvetrano è nostra, non di Matteo Messina Denaro”. E questo nel momento più alto della sua latitanza, smentendo quello che anche alcuni media sostenevano. Quando Messina Denaro è stato arrestato, nel suo alloggio è stato trovata la locandina de “Il Padrino”. La scorsa settimana la Rai ha trasmesso il film riproponendo un’immagine quasi positiva che, non alimentava certo quella dell’assassino. Con “Il Capo dei Capi” tanti ragazzi si sono presentati emulando Riina. È la cultura contro la quale da anni ci battiamo. È passato il nostro messaggio? In gran parte si perché nell’indagine che proponiamo loro negano apertamente la cittadinanza alla mafia».
Numerose le domande degli studenti a cui hanno risposto ai relatori. Per ascoltarle tutte e rivedere la conferenza bisogna collegarsi sul sito del centro Pio La Torre e sul canale youtube dell’associazione.

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