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A Fera do Signuri – di Luca Ballarò

Riccardo Settembre 10, 2026 6 minuti letti
fera

A Fera do Signuri
Nell’album dei ricordi del cuore, i giorni “da fera do Signuri” non erano una semplice data sul calendario, ma una vera e propria epifania dei sensi, un rito di passaggio che profumava di autunno imminente e di novità.
I ricordi si accendono ancora tra le bancarelle, ricordando quelle di un tempo, assiepate l’una all’altra, come un labirinto colorato che ridisegnava la piazza più grande della città. La memoria corre a quel fiume umano, a quella gente che saliva e scendeva lungo la piazza Europa, mossa da un fermento collettivo e da un obiettivo preciso: acquistare il guardaroba invernale.
C’era una solennità quasi sacra nella scelta del cappotto nuovo e della sciarpa nuova, comprati proprio tra le grida degli ambulanti ed esposti con orgoglio solo mesi dopo. Quei capi, che odoravano ancora di stoffa nuova e di fiera, venivano indossati rigorosamente il giorno dei Morti, il 2 novembre, o per l’Immacolata, quando il primo freddo vero bagnava le pietre della città.
Ma la fiera era anche la soglia dell’anno che ricominciava dopo la calura estiva: tra i banchi ci si perdeva a scegliere il diario, il borsellino, la cartella scolastica e lo zaino, compagni di viaggio per i mesi a venire, che portavano con sé la promessa di nuove avventure tra i banchi.
E poi, lo stupore degli occhi bambini davanti alla vita che brulicava, ai suoni, agli odori di cacio, formaggi e salumi, rapiti dalle luci delle giostre. Da un lato i tanti animali, come i pulcini offici come batuffoli di cotone (chi non ne ha avuto in dono almeno uno?) e i coniglietti dalle orecchie tese, poco più in là, una teca impressionante con il miele e le api tutte intorno. La fiera era un mondo dove gli opposti convivevano: all’angolo del campo sportivo risuonava il metallico concerto di “pignati e cazzaroli”, stoviglie lucide destinate alle cucine ennesi, mentre dall’altra parte brillavano i lampadari, cascate di luce sospese nel vento di settembre. Di tutto e di più si poteva trovare “’nna fera do Signuri”.
Questa tradizione, lo si scopriva crescendo, non è sempre stata così. Un tempo, quando i ritmi erano dettati dalla terra, era una fiera di bestiame, un mercato di fatiche, cavalli, capre, buoi e contrattazioni fatte con una stretta di mano tra gli allevatori dell’entroterra, lo ricordava bene u Zze Ginu, mio nonno : “a fera do Signuri” fu istituita nel 1630 con l’approvazione delle autorità del Regno e dell’Amministrazione Civica del Regno, legandosi indissolubilmente alle festività in onore del Santissimo Crocifisso di Papardura “u Signuri di Papardura”, a cura dei Massari e dei Depositari, gli allevatori delle campagne ennesi e custodi secolari del santuario. Tracce di fiere locali a Enna risalgono, però, persino al XV secolo (come le richieste al re Ferdinando I d’Aragona nel 1420), nate per segnare i ritmi del calendario agricolo.
Del resto si sa, anche oggi si dice “Nun quadia si nun passa a fera di maiu” oppure “Ppa fera do Signuri sempri malutimpu!”, nel senso che entrambe sono, rispettivamente, preludio e conclusione dell’estate ennese.
La fiera di settembre, insieme a quella gemella di maggio, dedicata alla Madonna dell’Indirizzo, aveva una grande valenza economica per lo scambio di merci, bestiame e prodotti della terra.
Quella di maggio fu istituita nel 1505, concessione confermata dal Presidente del Regno di Sicilia, l’ennese don Pietro Paolo Vulturo. Altre fonti invece riportano come data il 22 marzo 1638, data in cui “si istituì una fiera da svolgersi nei pressi della chiesa San Bartolomeo e i cui proventi dovevano essere versati alla chiesa stessa con lo scopo di incrementare il culto alla Madonna dell’Indirizzo. L’11 aprile dello stesso anno il Consiglio Comunale stabilì che la fiera si svolgesse dal 18 al 31 maggio; il provvedimento venne ratificato dal vice re e la fiera venne anticipata al 17-18 maggio in occasione della festa della Madonna dell’Indirizzo.” Scrive così Paolo Vetri, storico ennese. Al parroco della parrocchia di San Bartolomeo si pagava il “testatico”, cioè le tasse angariche, che consistevano in un tarì da parte del compratore e del venditore di ogni “vistuolo”, animale grosso (bue, giumenta, mulo, cavallo, asino bardotto) e di un “carlino” (pari alla metà del tarì) per ogni animale minore (pecora, maiale, capra, montone etc.): al parroco si pagava altresì in canneggio, cioè l’occupazione del suolo da parte del negoziante
La nomenclatura della “Via Mercato” nacque proprio da questa tradizione, perché la fiera avveniva lì, per essere poi spostata sulla piana del Rabato, u Munti.
Il bestiame “sbarcava” a mezzogiorno in punto del 18 maggio e del 13 settembre, per ritornare nelle proprie dimore con nuovi acquirenti, il giorno stesso o l’indomani.
“Magnifica era l’entrata del bestiame, i cui tintinnaboli, muligni, quartaroli nella notte del 16 maggio e del 13 settembre risuonavano per gli stradali e per un lungo tratto della Via Roma e del Popolo sino al Monte: impressioni fortemente estetiche dava quell’affollamento di uomini, donne e fanciulli, in quella vasta parte della città, aperta, sul Monte, un orizzonte meravigliosamente bello e vario, che dominava tutto il Centro della Sicilia.”
C’era, infine, una sottile e struggente malinconia che chiudeva quel cerchio di giorni felici. Si era un po’ tristi quando la fiera andava via, quando la prima nebbia — a Paisana — si intravedeva. Perché in quel preciso istante, mentre gli ultimi camion si allontanavano, si capiva che la festa finiva e incominciava la scuola. Il sipario dell’estate calava definitivamente, lasciando nel cuore il calore di una sciarpa nuova e la nostalgia di un tempo sospeso.
Oggi, le modalità sono cambiate. I tempi corrono veloci, ci sono sempre meno espositori e i grandi tendoni lasciano spazi vuoti che un tempo sarebbero stati impensabili. Eppure, i ricordi rimangono indelebili quando si percorre il viale, ed è sempre bello fare “un giro alla fiera”.
Basta chiudere gli occhi per ritrovare quella magia tra gli stand, tra un grido e l’altro degli ambulanti che ancora vendono sogni e mercanzie.
Chi non ha dei bei ricordi con la propria famiglia, i propri amici, tra le bancarelle da “fera do Signuri?”

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Riccardo

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