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Racconti di Enna. I campi di luglio – di Luca Alerci

Riccardo Giugno 18, 2026 4 minuti letti
campi di luglio

Ci sono odori freschi, nella prima estate. Sono i candidi profumi delle fioriture, ed è il
profumo delle cariossidi del grano che si indorano volgendo il solstizio.
Per alcuni anni, alla metà degli anni Novanta, ho dovuto seguire il raccolto del grano
tra diversi campi, dalla vallata fino alle colline più fresche. I campi più in alto
naturalmente li mietevamo tardi, nella prima settimana di luglio, mai a giugno.
E in quei giorni di inizio luglio, ogni sera andavo a controllare lo stato di residua
umidità delle spighe, per capire quando fossero realmente pronte al raccolto.
Ed ogni sera notavo, sul colle di fronte, cinto da pini e roverelle, un uomo che,
intorno alle sette, o comunque verso il tramonto, arrivava nella sua piccola casa di
campagna. Aveva una macchina inglese, bianca, una di quelle berline a tre volumi
tipiche degli anni Ottanta, comode ma un po’ tozze. La posteggiava sempre nello
stesso posto, accanto al cortile e, lentamente, dopo aver aperto la porta della casa,
si recava nell’orto che era nascosto dall’abitazione. Non vedevo cosa facesse, ma di
sicuro c’era che tornava sempre con un bel raccolto, soprattutto zucchine e
pomodori ma anche ortaggi a foglia larga ben cresciuti che, da lontano, non riuscivo
a riconoscere bene: probabilmente cime di zucche, lattughe, che in quell’altipiano
anche in estate si poteva contare su un clima non troppo caldo, e ubertoso. Lo
guardavo e ne seguivo i movimenti, spesso distraendomi dal controllo dei campi di
grano colmi di spighe.
Verso la fine della prima decade di luglio arrivavano le mietitrebbie, gigantesche e
molto rumorose: io, prima del loro arrivo, cercavo di controllare se in mezzo al
campo ci fossero nidi o tane di uccelli o animali selvatici che sarebbero stati
inesorabilmente falciati. Fortunatamente non ne trovai mai anche perché non avrei
ben saputo come fare a salvarli.
Nei giorni della mietitura non sempre riuscivo a seguire i movimenti dell’uomo con
l’auto inglese bianca, ma riuscivo a vedere che era sempre lì, quando gli ultimi raggi
di sole sfioravano il cortile della sua linda e piccola casa di campagna.
In poco tempo, quelle macchine enormi finivano il lavoro e anche io lasciavo i campi
ormai vuoti; naturalmente l’uomo con la berlina inglese bianca sarebbe sempre
arrivato, al tramonto, anche nei giorni e nelle settimane seguenti lungo tutta l’estate
e probabilmente fino all’autunno, per seguire le ultime grandi raccolte. Io però avrei
dovuto aspettare l’anno seguente, tra giugno e luglio, forse, per rivederlo.
Non ricordo bene per quanti anni svolsi quel lavoro di preparazione della mietitura,
ma ricordo che ogni anno ebbi il privilegio di osservare la calma vita di quell’uomo,
tra le cure alla casa di campagna e i raccolti dell’orto.
Poco tempo fa (gli anni nei campi erano ormai lontani) ricevetti una lettera da un
mittente sconosciuto. La aprii curioso e insieme timoroso. Recitava così:
“Buon pomeriggio gentile professore, mi chiamo Giovanni Frisco. Spero di trovarla
bene. Mi scuso per doverla disturbare ma ho avuto questo incarico da mio padre
Don Sisto che è da poco scomparso, dopo una vita serena che per tanto tempo ho
trascorso insieme a lui. Mi manca molto, moltissimo. Ma non voglio tediarla. Prima di
morire, mio padre mi ha chiesto una cosa particolare: andare a prendere nel suo
studio una busta. Quando l’abbiamo aperta insieme ho visto che era piena di
fotografie tutte dello stesso formato, molto simili. Infatti in ogni foto c’era lo stesso
orizzonte, la stessa luce e, tra le fronde, un uomo intento ad osservare i campi.
Quell’uomo è lei, lo potrà verificare dalle foto che ho accluso a questa lettera. Mio
padre mi ha detto che, tra giugno e luglio di parecchio tempo fa, per alcuni anni, ogni
sera quando andava in campagna la vedeva da lontano e seguiva, con curiosa
benevolenza, le sue mosse. E allora ad un certo punto ha deciso di fotografarla, per
ricordare quegli sguardi immaginati, a distanza, quell’amicizia tra sconosciuti, mai
confessata. Spero di averle fatto cosa gradita. E soprattutto è per me un modo di
ricordare una delle cose che più ho amato di mio padre: la quieta ripetitività delle sue
sere estive, dolcissime per noi quando lo vedevamo ritornare in città, fiero dei suoi
raccolti.
Con osservanza, Giovanni (e Don Sisto) Frisco.”
E dunque era andata così. Io che ero convinto di aver osservato, non visto,i placidi
gesti di quell’uomo, ero invece stato oggetto della sua curiosità e della sua
attenzione.
Ogni sera d’estate riguardo i miei ritratti. E rivedo la mia vita d’un tempo. Chissà che
fine avrà fatto la berlina inglese bianca di Don Sisto.
Luca Alerci
Giugno 2026

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Riccardo

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