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  • Cultura

I racconti di Enna: I Vespri di San Primo – di Luca Alerci

Riccardo Luglio 5, 2025 5 minuti letti
foto racconto

I Vespri di San Primo

Il paesaggio su cui si può posare lo sguardo dal nostro altopiano è davvero molto ampio, si direbbe infinito. L’isola sembra un vascello, da quassù, libera di navigare il cielo.
Ad oriente, si apre la grande piana cerealicola, lungo la valle del Dittaino sino al Simeto: è tutto scuro di terra per quattro mesi l’anno, da agosto a novembre, verde da dicembre ad aprile, via via sempre più giallo da maggio a luglio. Da questa valle risale lo scirocco, bianco e caldo d’estate, nero e nebbioso d’inverno. Questo oriente isolano ci offre la vista dei borghi arroccati sopra la valle: Leonforte, Nissoria, Assoro, Agira, Regalbuto, Centuripe e, in fondo, i paesi della cintura etnea. Infine il possente cono del vulcano, maestoso, immanente.
A sud, il paesaggio è più mosso ma meno profondo, lo sguardo si infrange sulle morbide colline degli Erei meridionali, un tempo monti di sabbia (visti i suoli molto permeabili), oggi ubertosi di boschi tra i crinali ondulati. Punteggiati dai borghi gallo-italici, Valguarnera e Aidone, quelli visibili a noi.
A ovest, c’è forse il panorama più sconfinato: si parte dalla valle del Rizzuto, all’ombra delle creste grigie e scoscese del Monte Cannarella, e poi l’occhio si può spostare verso l’altopiano gessoso-solfifero e poi oltre ancora, sui contrafforti verso Valledolmo, Sutera, e infine il colosso dei Monti Sicani, il Monte Cammarata, che chiude questo orizzonte, sulle cui pendici scivola dolcemente il sole al tramonto, d’estate.
Infine c’è il lato nord, quello dell’Appennino siciliano, dai monti più isolati come il San Calogero e poi andando verso est, le quattro cime sorelle delle Alte Madonie, Petralia Soprana, con la quale la nostra città si specchia nel vento, troviamo l’altopiano di Gangi (le luci del borgo si possono vedere riflesse nel cielo la notte), il Monte Zimmara, il Monte Campanito-Sambughetti, e ancora Portella dell’Obolo con Capizzi ai suoi piedi, Monte Soro con Troina e Cesarò, e, lontane, le propaggini più estreme dei Nebrodi orientali.
Ci sono molti luoghi della città-monte da cui poter osservare tutto questo, la vastità e le città del mondo, per citare il mio amato Vittorini, ma un posto resta unico per capire di più della Sicilia interna: la grande sacrestia del Duomo.
Il 3 luglio si celebra un santo quasi bambino, San Primo, un martire delle persecuzioni delle prime comunità cristiane a Roma: i suoi resti furono raccolti da una deputazione nelle catacombe romane e furono portati in città per farne oggetto di culto, tanto che il giovanissimo santo divenne, ed è tuttora, compatrono della città. Dopo la festosa processione della Madonna, è proprio in questi giorni di quiete, magari proprio il 3 luglio, al termine dei solitari vespri (è finita come i vespri di San Primo, si suole dire), che si può andare nella grande sacrestia e godere dell’orizzonte, a settentrione, quando il sole ha appena lasciato il dono rosato del crepuscolo sui crinali che si susseguono.
Di fronte, attraverso l’antica e spessa grata delle alte finestre, vediamo la cima nobile del Monte Altesina, oltre la bella Calascibetta. E si capisce perché gli arabi scelsero quel monte che svetta nell’infinito per descrivere e nominare il mondo siciliano. La caparbia lecceta che la avvolge fino alla cima, la vetta perfetta, le pendici di fertili prati e pascoli: è l’origine, il fulcro, la silente divinità che ci protegge.

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Silivè, un mio compagno di classe, decise, una volta finite le scuole, di andare via per fare il maestro in una provincia lontana, in Lombardia. Tutti pensavamo che, una volta maturata una sufficiente anzianità di servizio, sarebbe sceso, legato com’era a uomini e luoghi della nostra città, compreso me. E invece non è più tornato. Per alcuni anni, abbiamo continuato a scriverci lunghe lettere, a scambiarci telefonate, e i nostri discorsi proseguivano amabili come quando eravamo ragazzi. Poi, poco a poco, come è naturale, i contatti sono diminuiti. Ormai lo vedo solo per i vespri di San Primo. Lui scende per pochi giorni, che sfrutta per fare visita ai suoi parenti rimasti e, a San Primo, mi aspetta per i Vespri. Non facciamo molto, ci salutiamo, ci abbracciamo e poi seguiamo la breve liturgia che lui ascolta sempre dalla stessa sedia, anno dopo anno. Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli perché non fosse più tornato, anche perché dovrei pure chiedere a me stesso perché non me ne sono andato. Una cosa però non possiamo smettere di fare insieme, avvicinarci alle grandi finestre della sacrestia e guardare il profilo dell’orizzonte.
L’anno scorso mi disse: “come faceva quella poesia dell’antologia di Spoon River? Ah, sì, ricordo:
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.
Vedi? – continuò – sia io che sono partito che tu che sei rimasto, siamo entrambi come la barca della poesia. La vita è passata accanto alla nostra generazione, ed è andata oltre, senza nemmeno salutare.”
Non risposi nulla, mi sembrava un discorso un po’ troppo alla Hemingway, per restare nell’ambito della grande letteratura americana.
Per un tempo indefinito fissammo l’orizzonte e, solo dopo, ebbi la forza di dire qualcosa:
“ti ricordi del vino che si faceva ai piedi dell’Altesina? Era tutto un grande vigneto che degradava dolcemente, in origine. Poi arrivò quel fattore dal nord, mi pare fosse emiliano, e si scelse il gentile vitigno Sangiovese, per coltivarlo in questa poderosa montagna del sud: che grande invenzione che fu. Ne ho conservate alcune bottiglie. Dovremmo aprirne una, se tu riuscissi a rimanere qualche giorno ancora.”
“Forse l’anno prossimo – mi rispose – forse.”
“Ciao Silivè – gli dissi uscendo dalla chiesa – non ti dimenticare allora. Ci vediamo ai vespri di San Primo, il prossimo anno”.
Mi fermai a guardare i ragazzi impegnati in una partita nella piazza. Le loro voci sopirono via via l’inquietudine per quell’incontro così dolce e così amaro.
Le rondini altissime compivano i loro voli, padrone del cielo.

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Riccardo

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