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  • Cultura

ENNA, Ritornerà al suo originario splendore la chiesa di San Michele Arcangelo edificata dove sorgeva una moschea.

Su Febbraio 23, 2020 6 minuti letti

ENNA, Ritornerà al suo originario splendore la chiesa di San Michele Arcangelo edificata dove sorgeva una moschea.
Recentissima è la notizia della consegna dei lavori alla ditta aggiudicataria dei lavori di restauro degli stucchi, delle cornici, delle superfici decorate della secentesca chiesa di San Michele Arcangelo di Enna, che risulta patrimonio del FEC – Fondo Edifici Culto – del Ministero dell’Interno. Dopo un’ultra ventennale chiusura, l’allora prefetto Guida ottenne i fondi per mettere in sicurezza le strutture portanti, del tetto e del prospetto. Ultimati i primi lavori, sporadicamente è stata riaperta per eventi e anche per effettuare visite guidate. Dopo una ulteriore chiusura in attesa dei lavori di completamento, il prefetto in carica, dott.ssa Matilde Pirrera, nei giorni scorsi ha dato notizia dell’avvenuto investimento di 500mila euro finanziati con il Patto per il Sud. Alla cerimonia di consegna, oltre al prefetto e al vescovo della diocesi, Mons. Rosario Gisana, sono intervenuti l’assessore comunale, Francesco Colaianni, gli studenti e i docenti della facoltà d’Architettura della Kore, gli studenti e la preside del Liceo Artistico di Enna, oltre ad autorità locali e rappresentanti delle associazioni culturali ennesi. Ha illustrato i lavori eseguiti e quelli oggetto dell’appalto l’architetto Angelo Varisano della Soprintendenza BB. CC. di Enna. Si è registrata anche la presenza del prof. Giuseppe Marzilla, già preside dell’allora Istituto Regionale d’Arte, che contribuì all’esecuzione, ridisegnandolo, l’artistico pavimento in ceramica con motivi di tralci baroccheggianti. A lavori ultimati, previsti per il 2021, la chiesa sarà restituita alla fruibilità del culto religioso e al circuito turistico.
LA STORIA
La chiesa di San Michele Arcangelo è stata edificata nel XVII secolo, ma la sua storia parte dall’anno 859 con la conquista araba della città. Secondo la tradizione nell’area sorgeva una moschea, la prima fatta costruire dagli arabi, la maggiore dell’epoca, risalente al dominio musulmano, che simboleggiò la preminenza politica e religiosa degli invasori. Lo apprendiamo dalla Storia di Enna in “Castrogiovanni Urbs Inexpugnabilis”, scritta da Giuseppe Candura nel 1979, pubblicata a cura del Rotary Club. “È probabile – afferma il Candura – che la chiesa sia sorta subito dopo che la Sicilia passò, verso la fine del secolo XII, sotto la dominazione normanna, giacché risultava già esistente nel 1308, essendo stata inclusa nell’elenco delle chiese ennesi tenute a pagare la decima al Vaticano”.
“Non molto tempo dopo – leggiamo – le fu affiancato un monastero dell’ordine Benedettino, intitolato a San Michele, che si manteneva con le donazioni e i lasciti dei fedeli, monastero che fu ampliato grazie alla generosità della famiglia Leto Grimaldi, baroni di Capodarso e Priolo, che oltre le elargizioni in denaro, nel secolo XVI donarono la torre e altri ambienti del loro palazzo signorile che sorgeva accanto al complesso monastico”. A metà del Settecento la chiesa fu soggetta, assieme al monastero, a numerose opere di ristrutturazione, affidate all’architetto Vito Mammana di Regalbuto, che si avvalse di vari collaboratori, tra cui un Giuseppe Mammana e Pietro Urso. Ettore Liborio Falautano, nel suo volume sulla Storia di Enna, pubblicata nel 1909, parlando di questa chiesa la definisce “bello edifizio di forma rotonda, specificando che fu fabbricato nel 1756” e che “dapprima le monache si servivano di una chiesetta, di gotico stile, di cui si osservano le vestigia”, oggi difficilmente individuabili. I lavori avviati dalle monache, sia per aderire alle tendenze spaziali degli edifici religiosi barocchi portate avanti in Sicilia dall’architetto siracusano Rosario Gagliardi (1698 – 1762) sia per soddisfare esigenze liturgiche, prevedevano una pianta centrale ellittica sul cui asse maggiore venivano a contrapporsi da un lato l’ingresso, formato da un vestibolo rettangolare di modeste dimensioni, e dall’altro l’abside consistente in un presbiterio di forma semicircolare. A conclusione delle opere la chiesa assunse la forma attuale, tipica di molte chiese benedettine dell’epoca, che, come dice Carmelo G. Severino nel volume ‘Enna, città al centro’, “si distingue per la sua tipologia a pianta centrale ellittica, innovativa per Enna, più raccolta grazie alla sua superficie non ampia, in grado di far apprezzare egregiamente lo svolgersi della preghiera comunitaria nonché l’ascolto della predicazione liturgica”.
Architettonicamente, all’interno, presenta una volta che ripete arditamente le forme curve del pavimento ed ha sei altari laterali, tre per lato, e un altare maggiore decorato con vetro colorato ad imitazione del marmo, oltre a una cantoria munita di sinuosa elegante ringhiera e raggiungibile da un “corridoio”, con andamento curvilineo collegante gli ambienti del monastero.
La facciata, recentemente restaurata, è considerata da alcuni scrittori locali “di stile coloniale spagnolo” in voga a metà Settecento, quando la chiesa subì un totale rifacimento, ricorrendo ad una tipologia impropria, dal momento che lo “stile coloniale spagnolo ben si adattava ad architetture sorte nei territori del Continente Sud Americano dove i colonizzatori europei diffusero il linguaggio dei Paesi d’origine, fondendolo con quello locale”. Ci ne dà notizia Rocco Lombardo in uno approfondito studio, a suo tempo pubblicato.
Lo stile tardo-barocco del prospetto richiama i coevi edifici sorti in Sicilia dopo il terremoto del 1693, specialmente quelli catanesi, diffusi ad Enna dalla schiera di artisti e maestranze provenienti dalla città etnea, attivi proprio a metà Settecento anche nella nostra città. Splendidi esempi di elementi architettonici barocchi, si possono ammirare, per esempio, sia al Duomo sia nella chiesa di San Marco. Anche la loggetta, destinata ad ospitare le campane, esistente già dal 1817, conclude graziosamente in altezza il prospetto, il cui schema lo troviamo riprodotto nelle facciate delle chiese di Santa Chiara e di San Benedetto (ora santuario di San Giuseppe), e che ingloba un elegante portale architravato, con sovrastante targa commemorativa, una finestra protetta da ringhiera a petto d’oca e un finestrone, con cornici finemente decorate.
All’interno ricca è la decorazione ornamentale: volute, pinnacoli, conchiglie, festoni, testine alate ed inoltre pregiati quadri di opere pittoriche, alcuni con ricche cornici. L’originario pavimento ellissoidale, eseguito tra il 1761 e il 1765, in mattonelle di ceramica di Caltagirone fu fornito da mastro Antonio Brandino che si avvalse dei disegni originali dell’architetto Vito Mammana. Data l’usura e la vetustà, il pavimento è stato rifatto alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, riprendendo l’antico disegno, il cui decoro, con motivi di tralci di gusto barocco, è stato ridisegnato magistralmente dall’allora giovanissimo maestro d’arte Giuseppe Marzilla, a cui il direttore della locale Scuola d’Arte, prof. Luigi Cascio, affidò l’impegnativo incarico.
Salvatore Presti

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