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Trentacinque giorni nel "Tunnel" del Covid 19; Serafino Cocuzza "Il reparto Covid di Enna una vera eccellenza"

Una esperienza che lascia a che pensare su come tenere i rapporti futuri con le persone. Ma riuscita ad affrontare con serenità soprattutto grazie all’altissima professionalità ma ancor di più alla grande umanità di quella “bella famiglia” che è il reparto Covid dell’Ospedale Umberto I di Enna. E’ così che il leonfortese cinquantanovenne Serafino Cocuzza, racconta la sua esperienza nel nosocomio ennese di ben 35 giorni, dal 21 marzo al 25 aprile, nel “tunnel” del Covid 19. Una esperienza molto forte ma come lo stesso Serafino conferma riuscita a vivere con relativa serenità. “Dal momento del ricovero ti ritrovi da solo senza avere più rapporti con gli affetti più cari, sino al momento della dimissione – racconta – e quindi non è facile gestire psicologicamente questo lungo periodo anche perché su questa pandemia, magari oggi si inizia ad intravedere qualche informazione in più. Ma alla fine di marzo quando è scoppiata l’emergenza in provincia di Enna c’era il buio totale. Ma invece devo dare atto che il reparto Covid nato all’Umberto I con l’emergenza in corso, per l’esperienza vissuta sula mia pelle è una sorta di “piccola Svizzera” in tutti i sensi con una altissima eccellenza di personale medico. Su delle terapie con particolari farmaci utilizzati che e che stiamo sentendo adesso sui media nazionali, posso assicurarvi, anche perché vissuto sulla mia persona, diverse intuizioni a Enna sono iniziate molto tempo prima. Terapie personalizzate somministrate con grande attenzione e meticolosità e solo dopo avere saputo per filo e per segno la storia medica di ognuno”.
Quindi si sfata il luogo comune che nell’ospedale Umberto I di Enna ci sia una sorta di emergenza nell’emergenza?
“Ma nel modo più assoluto – continua – io lo ribadisco ancora una volta. Questa struttura per quanto mi riguarda è una vera eccellenza in tutte le sue componenti dall’igiene, all’alimentazione a tutto il personale medico e sanitario sia come professionalità che come rapporti umani. Io per 35 giorni mi sono sentito come in famiglia e sfido chiunque di queste persone che criticano l’operato a ritrovarsi dall’oggi al domani con una situazione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare di queste proporzioni. Ma quando qualcuno dice che ci sono state disfunzioni io ricordo che quello che non sbaglia è sempre quello che non fa mai nulla. E malgrado ciò anche nei momenti di massima sollecitazione dell’intera struttura con oltre 100 ricoverati tutto il personale è stato sempre disponibile gentile, attento alle tue esigenze ai tuoi momenti anche di sconforto avendo sempre la giusta parola per ognuno di noi. Anche nel momento della dimissione con l’applauso per ognuno che va via e che vi posso assicurare ti fa emozionare non poco”. Che segno lascia questa esperienza da un punto di vista umano. “Che la vita è troppo bella e per certi versi breve per litigare molto spesso per delle banalità. Siamo appesi veramente ad un filo ed io non ho più intenzione di farlo”. Cosa le ha dato la forza per vedere la luce in fondo al tunnel. “Io devo dire che tranne che per le prime 48 ore di ricovero quando sono stato un po aiutato con l’ossigeno poi non ho avuto particolari problemi. Ma ripeto un periodo così lungo lo si affronta solo intanto grazie al personale che c’è nel reparto che ti sostiene sempre, ma anche grazie alla fede”.
Riccardo Caccamo

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