Pasquasia: bene la bonifica, ma quale futuro vogliamo?
Mi si chiede una riflessione sulla rinnovata attenzione che sta suscitando la Miniera di Pasquasia e sulle «fibrillazioni istituzionali» che accompagnano il dibattito sullo stoccaggio dell’amianto nel sito.
Non ricoprendo oggi alcun ruolo istituzionale, immagino che la richiesta nasca dal fatto che, per anni, da cittadino attivo, ho seguito e promosso iniziative, mobilitazioni e richieste di accesso agli atti nel tentativo di fare chiarezza su una vicenda complessa come quella della miniera di Pasquasia, che aveva coinvolto istituzioni, politica e magistratura, era oggetto di dichiarazioni di pentiti di mafia su un possibile stoccaggio di scorie radiattive nel sottosuolo, destando di conseguenza non poche preoccupazioni sui rischi per l’ambiente e per la salute dei cittadini.
Una vicenda sulla quale sono rimaste molte domande senza risposta anche a causa della scelta del Governo nazionale che, nel 2008, prorogando il segreto di Stato sugli atti relativi alle inchieste in corso, rese inaccessibile la documentazione richiesta, anche attraverso interrogazioni parlamentari, privando così la comunità della possibilità di poter conoscere la verità.
Ma non è sul passato che voglio soffermarmi.
Oggi si torna finalmente a parlare di Pasquasia.
E si parla di bonifica, messa in sicurezza della miniera e realizzazione di una cella per l’abbancamento dell’amianto già presente nel sito.
Bene. Anzi, benissimo.
E allora perché queste fibrillazioni che turbano la serenità di questo agosto infuocato, capace di surriscaldare impietosamente anche i cervelli?
Da una parte c’è chi, come l’assessore Colianni, guarda con entusiasmo all’avanzamento del progetto e allo stanziamento di17 milioni di euro destinati alla realizzazione delle opere di bonifica.
Dall’altra, il presidente del Consiglio comunale Greco manifesta preoccupazione per il rischio che, dietro l’intervento previsto per Pasquasia, possa prendere corpo un progetto, su proposta della Protezione Civile, che avrebbe ben altri obiettivi e che ipotecherebbe il futuro dell’area: trasformare il sito in un polo regionale per lo stoccaggio dell’amianto.
E qui la questione cambia radicalmente.
Perché una cosa è mettere in sicurezza l’amianto che già si trova a Pasquasia.
Altra cosa sarebbe utilizzare la disponibilità di un sito già interessato da un progetto di bonifica per realizzare ulteriori celle destinate a ricevere rifiuti provenienti da altre province siciliane.
E, a quel punto, la domanda diventa inevitabile ed indifferibile:
Pasquasia deve essere bonificata per essere restituita alla comunità oppure deve diventare il grande sito regionale dell’amianto?
Personalmente trovo inquietante l’idea di vedere centinaia di camion attraversare il nostro territorio con carichi di rifiuti pericolosi, con tutti i rischi connessi, al di la delle varie precauzioni e incapsulamenti previsti per legge.
A questo punto è necessario avere il coraggio di porci una domanda più ambiziosa:
quale futuro vogliamo costruire per Pasquasia?
Perché quella miniera non è soltanto un sito da mettere in sicurezza. È un pezzo della storia economica e sociale delle nostre aree interne, un luogo che ha dato lavoro e dignità a generazioni di ennesi e che potrebbe tornare a essere una risorsa che escluda così qualsiasi ipotesi di tipo diverso.
Perché non immaginare, dopo la bonifica, un grande progetto di archeologia industriale? Un centro museale? Un luogo per la ricerca e l’innovazione? Un sito per la produzione di energia pulita? O una struttura multifunzionale capace di coniugare memoria, cultura, formazione e nuove opportunità economiche?
Le idee possono essere tante.
Quello che non dovrebbe accadere è che il futuro di Pasquasia venga deciso semplicemente in funzione dell’emergenza rifiuti della Sicilia.
Per questo dico: bene l’entusiasmo dell’assessore Colianni per la bonifica e bene anche la preoccupazione del presidente Greco per il rischio di una possibile destinazione a centro di stoccaggio regionale dell’area.
Ma adesso facciamo un passo in più.
Utilizziamo le energie, le competenze e i ruoli istituzionali per costruire un progetto condiviso sul «dopo Pasquasia» e, parallelamente, per chiedere trasparenza su ciò che ancora non è conoscibile della vicenda.
Non per alimentare vecchie polemiche o dietrologie, ma perché una comunità che vuole decidere il proprio futuro ha il diritto di conoscere il proprio passato.
Pertanto la vera sfida, oggi, non è soltanto decidere dove mettere l’amianto.
È decidere che cosa vogliamo fare di Pasquasia.
E sarebbe bello che, questa volta, a discuterne non fossero soltanto le istituzioni, ma l’intera comunità, i cittadini, le associazioni, l’università.
Perché la bonifica di Pasquasia non dovrebbe essere il punto di arrivo.
Dovrebbe essere il punto di partenza per restituirle un futuro e per provare a mobilitare le nostre migliori risorse per un progetto condiviso che possa essere anche un esempio concreto di democrazia partecipata in ossequio ai principi fondamentali della nostra Costituzione.
Tonino Palma


