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La Legalità come Stile di Vita: Gaetano Cantaro racconta suo padre Salvatore Cantaro

Non poteva scegliere giorno migliore come quello odierno, ovvero la Festa del Papà, Gaetano Cantaro avvocato per professione ma fine storico, per passione per regalarci una pagina importante della nostra città, la storia di suo padre, il Magistrato Salvatore Cantaro. Non aggiungiamo altro se non augurare a tutti una buona lettura…

La legalità come stile di vita: storie di cronaca giudiziaria e di vita vissuta nei Tribunali della Sicilia centro meridionale.
Nel 1965, Salvatore Cantaro, mio padre, ottenne il suo primo incarico di Giudice del Tribunale di Nicosia, fu poi Pretore di Leonforte e successivamente ancora Pretore di Nicosia.
Nel 1966 nacqui io, a casa, come si usava all’epoca. Nei miei primi cinque anni frequentai l’asilo presso le suore di quella accogliente cittadina, alternandolo con fugaci apparizioni nel Tribunale di Nicosia ubicato nell’antico palazzo del barone Di Falco.
Un foglio di giornale ingiallito mi ricorda una delle prime indagini di Salvatore, quella relativa all’omicidio a colpi di bastone di un ragazzino di 12 anni, trovato agonizzante il 31 marzo del 1967 nelle campagne di Leonforte. Gli inquirenti avevano subito proposto l’arresto del padre, un iracondo pastore con qualche precedente penale, tuttavia, Salvatore lo volle interrogare personalmente e non convalidò il fermo di Polizia: capi’ subito, guardandolo negli occhi, che non poteva essere il padre del ragazzo l’assassino. In seguito le indagini confermarono l’intuizione del giovane magistrato: un ragazzo confessò di essere stato l’autore del delitto nel corso di una lite.
Nel 1969 vi fu una rivolta di detenuti nel Carcere di Nicosia ed il Pretore, che all’epoca svolgeva anche funzioni di sorveglianza, venne chiamato per dare disposizioni in merito. I detenuti pretendevano di parlare con il Giudice ma le guardie lo invitavano a desistere temendo per la sua incolumità in considerazione della pericolosità dei soggetti in campo. Salvatore, nello sbalordimento generale e forse con un pizzico di incoscienza, ripete’ ciò che suo padre Gaetano aveva fatto molti anni prima quando gli fu conferita una medaglia d’argento al valor civile, entrò da solo nel cortile del penitenziario: alle spalle i fucili spianati delle guardie, di fronte un centinaio di detenuti in rivolta, tra cui malavitosi di alto rango. Con quel gesto pacato Salvatore, appena trentenne, guadagnò l’ammirazione dei detenuti, egli ascolto’ le ragioni della protesta e rispose subito con fermezza che alcune cose si potevano fare, anzi andavano fatte, altre no. La qualità del cibo e la pulizia delle celle erano diritti dei detenuti ed andavano concessi, quanto a permessi e libertà si doveva seguire l’iter previsto dalla Legge per ciascuno di essi. Nel giro di qualche minuto tutti i detenuti rientrarono nelle rispettive celle senza alcun danno ne’ per essi, ne’ per le guardie, ne’ per il Pretore di Nicosia.
In quello stesso anno il Consiglio giudiziario della Corte di Appello di Caltanissetta esprimeva parere favorevole alla promozione dell’Aggiunto giudiziario, Salvatore Cantaro, a Magistrato di Tribunale sottolineando che “trattasi di un magistrato di serietà e moralità indiscussa; che, per l’ottima preparazione giuridica non disgiunta da diligenza, laboriosità e spirito di sacrificio, ha esercitato le funzioni giurisdizionali con prestigio, competenza e responsabilità; che le sentenze civili e penali, redatte dallo stesso denotano proprietà di terminologia e capacità di sintesi in uno a notevole chiarezza delle ragioni della decisione”.
Nel 1970 Salvatore ottenne il trasferimento come Giudice istruttore al Tribunale di Enna dove poco dopo arrivò come impiegato amministrativo anche suo padre Gaetano, mio nonno, che vi transitava dal Corpo degli Agenti di custodia. Era lo stesso Tribunale in cui si recava sovente da ragazzino per assistere ai processi di Corte di Assise che tanto lo incuriosivano ed ove ebbe modo di udire le arringhe di celebri giuristi del calibro di Francesco Carnelutti.
In quegli anni mia madre lavorava a scuola come maestra; io trascorrevo la mia infanzia tra la scuola ed il Tribunale di Enna, allora ubicato all’interno dell’antico Palazzo medievale dei Chiaramonte, in uso ai monaci francescani. Vivevo molto del mio tempo all’interno di quei locali, dove spesso facevo i compiti e mi divertivo ad apporre timbri altisonanti sui miei quaderni in attesa che mio padre o mio nonno finissero di lavorare e mi portassero via. Quel luogo aveva per me un fascino incredibile, a volte, quando ci riuscivo, sgattaiolavo nel grande corridoio ove si alternavano le celle dei monaci, a quel tempo adibite ad uffici di Cancelleria del Tribunale, non mancando di suscitare il buonumore degli impiegati che talora mi regalavano qualche francobollo usato da incollare sulle mie composizioni “artistiche”.
Fuori dal Tribunale mi attendeva un premio proporzionale alla mia resistenza: la visita all’edicola del Sig. Randazzo con relativo acquisto dei fumetti dei Supereroi della Marvel.
Salvatore, da Giudice istruttore del Tribunale di Enna e poi da Sostituto Procuratore della Repubblica impiegava la maggior parte del tempo a svolgere indagini giudiziarie non sempre gradite, tanto che qualcuno già allora cominciava a pensare di “farlo fuori”. Fra gli anni ‘60 e gli anni ‘70 il magistrato era percepito quasi come un corpo estraneo alla società, c’erano cose che si erano sempre fatte in un certo modo e quel giovane giudice, che pretendeva addirittura di far rispettare la Legge, cominciò a dar fastidio.
Negli anni ‘70, quando molti negavano l’esistenza ed altri semplicemente sussurravano intimoriti la parola “mafia”, il salotto di casa era pieno di fascicoli, tanto che per attraversarlo da un capo all’altro occorreva seguire una specie di piccolo viottolo. Ogni tanto accidentalmente capitava che scivolasse fuori da qualche fascicolo la foto di un morto ammazzato ed io mi rendevo conto, così, di quanta sofferenza fosse raccolta in quelle carte che raccontavano le azioni più riprovevoli di cui l’essere umano può essere capace.
In quel periodo Salvatore si guadagnò il soprannome di “Sceriffo”: bastava che qualcuno, avendo subito un torto, minacciasse di rivolgersi al Giudice Cantaro che tutto spontaneamente rientrava nell’ambito della legalità, così come narra il compianto Dott. Luigi Prestipino nel suo libro (“U carusu da Judeca”, pag. 275) allorquando l’Ufficio ennese in cui egli lavorava ed ove palesò tale “minaccia” si trasformò in “un pollaio come ai tempi dei bombardamenti” dove “al suono delle sirene le galline correvano tutt’attorno senza una meta prefissa, sbandate ed impaurite”.
Nel 1985, poco dopo il trasferimento del Tribunale nel nuovo edificio di Viale Diaz, Salvatore decise di andare via da Enna a causa dei contrasti che si svilupparono con il Procuratore capo, Pietro Giammanco. Nella gestione dell’ufficio molte cose non trovavano d’accordo Salvatore, il quale preferì andare via nella prima sede libera disponibile. Negli anni seguenti egli si confrontò personalmente sull’argomento anche con il suo indimenticato amico Giovanni Falcone che analoghi contrasti ebbe quando, qualche tempo dopo, Giammanco gli fu preferito dal CSM all’incarico di Procuratore capo di Palermo. Ciò pare abbia indotto anche Falcone a trasferirsi ad altra sede.
Andato via da Enna, dove continuò ad abitare, Salvatore fu nominato Pretore di Riesi ove, nel 1987, durante la sua reggenza, venne crivellato di proiettili in pubblica piazza Antonio Di Cristina, fratello del noto boss mafioso Francesco detto “la tigre”.
Nel frattempo io terminai il liceo, espletai il servizio militare ed iniziai gli studi di giurisprudenza all’Universita’ di Catania.
Ancora oggi sono sgomento al pensiero ciò che è accaduto alla mia famiglia nel 1988, quando Salvatore fu nominato Presidente della Corte d’Assise di Caltanissetta ed iniziò a celebrare gravissimi processi di mafia, provenienti per competenza anche da Palermo, processi che lo portarono anche negli Stati Uniti per interrogare il “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta.
Chiusa la parentesi nissena, Salvatore, all’età di appena 53 anni, fu nominato Presidente del Tribunale di Gela, istituito nel 1991 per arginare lo strapotere mafioso.
Infatti, tra il 1987 e il 1990, una violentissima guerra di mafia (“stidda” contro “cosa nostra”) causò oltre 120 omicidi, un numero incalcolabile di feriti e altrettanti incendi giornalieri. Quasi tutti i commercianti venivano taglieggiati con la richiesta del “pizzo”; alcuni pagavano con la vita, pochissimi altri denunciavano, esponendosi a feroci ritorsioni. Il tutto culminò nella cosiddetta “strage di Gela” (27 novembre 1990), quattro agguati simultanei in diversi punti della città che provocarono otto morti e undici feriti, eppure quella strage cambiò la storia della città di Gela e, come tutte le altre stragi mafiose che seguirono in Sicilia, segnò l’inizio del riscatto della società civile. L’evoluzione umana passa purtroppo attraverso la sofferenza.
L’inaugurazione del Tribunale si celebrò il 10 gennaio 1991 alla presenza delle più alte cariche dello Stato e del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che portò in dono a Salvatore una copia anastatica della Costituzione della Repubblica Italiana, sulla quale tutti i servitori dello Stato prestano giuramento. Partecipò all’inaugurazione anche l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, all’epoca Vice Segretario della DC ed al seguito del corteo presidenziale. Il Presidente Cossiga tenne a precisare di aver mantenuto la promessa fatta ai giovani di Gela nell’aver fatto costruire quel presidio di legalità; egli si rivolse anche ai giovanissimi magistrati di prima nomina che lo Stato aveva inviato nel fronte di guerra più caldo equiparandoli ai “ragazzi del 1899” anch’essi inviati a combattere sul fronte della prima guerra mondiale nel 1917. Dopo la cerimonia, come riportato nell’archivio storico del Quirinale: “alle ore 12:50 il Presidente della Repubblica, unitamente al Ministro di Grazia e Giustizia ed al Vice Presidente del Consiglio superiore della magistratura, incontra, nello Studio del Presidente del Tribunale Cantaro, i Presidenti delle Corti d’Appello ed i Procuratori Generali presso le Corti d’Appello siciliane”. Tutto ciò accadeva sotto i miei occhi meravigliati ed orgogliosi.
Purtroppo, poco tempo dopo, il Tribunale di Gela si trovò sommerso da un numero straordinario di processi provenienti dal Tribunale di Caltanissetta, la cui celebrazione impose un formidabile impegno per impedire la scadenza dei termini di custodia cautelare e/o prescrizione. Nel frattempo, Gela continuava ad essere campo di battaglia tra le due feroci fazioni rivali. In città si susseguivano numerosi omicidi, si sparava e si uccideva ovunque tra la folla ignara, nei mercatini rionali, nelle piazze. Si uccideva anche per errore o per motivi futilissimi come la mancata precedenza di accesso al bar.
Il 16 maggio 1991, arrivarono a Gela il Ministro della Giustizia Claudio Martelli ed il Giudice Giovanni Falcone, nominato nel frattempo Direttore Generale degli Affari Penali, al fine di concordare opportune strategie di contrasto alla criminalità dilagante. Quel momento dei miei 25 anni è impresso nei ricordi più cari ed in una foto che mi ritrae seduto dietro Giovanni Falcone. Quel filo diretto che aveva dato immediati risultati, purtroppo, si spezzò con la strage di Capaci.
Salvatore, unico magistrato anziano tra i giovanissimi di prima nomina inviati dallo Stato, si autonomino’ GIP e GUP per i reati di omicidio e strage di competenza della Corte di Assise di Caltanissetta, concentrando così sulla propria persona tutti i rischi e le responsabilità. Proprio in quel periodo e durante i maxiprocessi presieduti da Salvatore iniziava la carriera di Pubblico Ministero di un giovanissimo magistrato, Nino Di Matteo, ancora oggi uomo di punta nella lotta contro la mafia.
Il 13/11/1992, Salvatore ricevette la Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta dall’on.le Luciano Violante, che si recò a Gela per constatare le catastrofiche condizioni in cui si trovavano ad operare gli uomini che lo Stato aveva inviato per ripristinare la legalità.
“Al Tribunale di Gela erano necessarie persone che si sacrificavano e lottavano, in quel momento Gela aveva trovato una persona simile nel suo Presidente, che come maestro d’orchestra giostrava tra mille difficoltà a chiedere il necessario alle istituzioni locali e statali per colmare le carenze degli uffici…distribuiva cose e persone secondo la sua intuizione, dove serviva per poter trarre il meglio da ognuno e vantaggio agli uffici” (pag. 54 “Storie del Tribunale di Gela 1991-2001” di Calogero Urso”).
Dopo che furono sventati almeno un paio di attentati in suo danno e dopo diverse interrogazioni parlamentari sullo stato di assoluto abbandono dei magistrati gelesi, a Salvatore, che già da anni era sotto tutela con un Carabiniere al seguito armato di mitraglietta M12 (il fedelissimo e prezioso Brigadiere Giuseppe T.), venne assegnata una scorta oggi cosiddetta di “primo livello” con 13 uomini armati (13/8/1992).
La nostra abitazione di Enna venne trasformata in un fortino attorniato da garitte blindate e militari armati in assetto da guerra; i cittadini ennesi, non abituati a quell’insolito e fastidioso rumore di sirene, ne avranno ancora chiara memoria, così come Salvatore ha chiara memoria del loro affetto. Io, avendo la pretesa di intendermi di armi e di sicurezza, mi occupavo personalmente di comunicare gli spostamenti alla scorta evitando l’uso del telefono.
Un giorno, durante l’audizione di uno dei tanti collaboratori di giustizia, con l’aula gremita di presunti mafiosi dietro le sbarre, giunse la notizia di una telefonata che annunciava la presenza di una bomba in Tribunale, Salvatore capì che era il momento di reagire con fermezza, senza battere ciglio disse: “giacché qui si salta in aria tutti insieme l’udienza prosegue regolarmente”.
Tale realtà venne ben descritta dal giornalista Giorgio Bocca, nel suo libro “L’Inferno” (“profondo sud, male oscuro” – agosto 1992) laddove la città di Gela figurava addirittura come “il pozzo dell’Inferno”. Così egli descrisse, a pag. 144, l’incontro con mio padre: “si respira finalmente aria di libertà, di dignità nell’ufficio del presidente del tribunale Salvatore Cantaro che ha una sua allegria francescana, lieto nella povertà e nel disastro. Il presidente non ha chiesto il trasferimento anzi si è autonominato giudice istruttore in attesa che gliene mandino uno e mancando i fondi per la cancelleria ha garantito lui per cinquanta milioni. E ride sulle sue disgrazie e sui colleghi di Caltanissetta che appena saputo che si era aperto un tribunale a Gela gli hanno mandato di fretta tutti i processi pendenti in città: <<Ma pensi, mi sono arrivati dei processi del 1972 che hanno dormito nei cassetti per venti anni, figuriamoci dove sono ora i testimoni, gli imputati. Abbiamo fatto il pieno fino al ‘93 e ieri mi telefonano da Caltanissetta per avvertirmi che stanno mandandomi altri tremila procedimenti>>. <<E lei, giudice che fa ?>> <<Faccio che sono qui a rappresentare lo Stato con questa signorina appena laureata>>

<>. <> <>” (uno dei “giudici ragazzini” inviati per combattere la mafia).
Salvatore era consapevole che il fenomeno mafioso andasse combattuto anche nelle scuole cosicché non lesinò il suo tempo in tale attività incontrando i giovani direttamente negli Istituti scolastici spiegando loro il perché la legalità era la strada giusta da percorrere.
Nel 1994, giunse ad Enna una troupe della BBC (la TV inglese), che, avendo sentito parlare di un giudice italiano che, pressoché da solo, pretendeva di amministrare giustizia “in terra di nessuno”, volle realizzare un documentario che andò in onda in eurovisione. Rimasero ad Enna per 4 giorni intervistando anche me; di certo i cari giornalisti inglesi non dimenticheranno mai il meraviglioso panorama che poterono godere dall’alto della rocca ennese.
Gli immani sacrifici di quel tempo che si estesero di riflesso a tutta la famiglia, con gravi limitazioni della libertà personale di ciascuno, mi indussero a ritenere che la Magistratura non fosse la mia strada e che la famiglia Cantaro avesse dato già abbastanza a tale nobilissimo Ufficio, che sopporta la responsabilità del decidere secondo giustizia ma comporta anche il coraggio della solitudine perché il magistrato, “come la moglie di Cesare” non solo deve essere onesto ma deve anche apparire di esserlo (cfr. Plutarco).
Nel 1996 il Tribunale di Gela, dopo tanti sacrifici da parte di tutti, era diventata una creatura solida e ben funzionante, anche la società civile comincio’ a sviluppare buoni anticorpi contro il malaffare. A quel punto Salvatore decide che è il momento di continuare il suo percorso di “magistrato itinerante” (quasi fosse un missionario) e si trasferisce a svolgere altre funzioni giudiziarie apicali a Roma, ove, collocato a riposo dopo ulteriori 15 anni di permanenza in magistratura, gli è stato conferito il titolo di Procuratore Generale Aggiunto Onorario della Suprema Corte di Cassazione, così ottenendo il massimo riconoscimento a cui un magistrato, di umili ma oneste origini, inviso ai poteri forti e del tutto estraneo ad ogni logica correntizia, poteva aspirare. Di certo, il 13/6/2009, in tempi non sospetti, non lo favori’ nella carriera la pubblica denuncia finanche innanzi alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, delle logiche di spartizione correntizia in base alle quali il Consiglio Superiore della Magistratura esercitava la sua attività di “autogoverno” della Magistratura italiana: nihil novi sub sole ! Lui, dopo 45 anni di servizio, quest’ultimo sassolino dalla scarpa lo doveva e lo poteva togliere con relativa tranquillità. Effettivamente in quella fermezza, in quella serenità ed in quella sua totale assenza di dubbi v’è ciò che egli mi ha insegnato: saper camminare a testa alta senza mai voltarsi indietro.
Dopo aver vissuto la mia giovinezza all’ombra dei giganti, decisi che la Giustizia si poteva servire diversamente, pertanto, conseguita la laurea in giurisprudenza al tempo delle stragi mafiose del ‘92, intrapresi la “libera” professione forense dedicandomi alla difesa dei diritti e confrontandomi giornalmente con le miserie e le ingiustizie umane, consapevole che tutti gli afflitti sperano nella giustizia, che tutti ne sono assetati e che tutti vedono nella toga un vigile baluardo di tale speranza: quella stessa toga che io, da Avvocato, mi onoro di indossare è la prima che Salvatore acquistò per se’ nel 1965, poco prima che io nascessi…mi accompagnerà per sempre ricordandomi le battaglie combattute per la giustizia e la legalità, mostrandomi il modo migliore di essere uomo.
Gaetano Cantaro

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