La “Grande Madre”: mito e realtà di un rapimento tra gli dei dell’Olimpo.
La divinità primordiale che fin dal Paleolitico superiore – medio accomunava molti popoli dell’area mediterranea, ma anche altri popoli ancor più lontani (fino in India), era quella della “grande madre”, la quale mitizzava la fertilità della terra e il dono spontaneo dei suoi frutti agli uomini. Il culto della “grande madre” esisteva in Sicilia ancor prima che venissero importati nell’isola i culti di Gaia, Demetra, Cibele e Iside considerate tutte “grandi madri”, rappresentanti antropomorfe della fecondità.
A partire dal Neolitico, con l’avvento dell’agricoltura, le donne videro accrescere il loro peso sociale e forse si cominciarono ad affermare alcuni aspetti del matriarcato all’interno della società. La dea della fertilità iniziò a diventare anche dea dell’agricoltura, protettrice dei raccolti e dei campi, dispensatrice del primo impulso di incivilimento degli uomini. Divennero sacri alla dea il toro ed il maiale, quest’ultimo venne poi associato alla “grande madre” Demetra.
Quando intorno all’VIII sec. a.C. i greci giunsero in Sicilia incontrarono una popolazione indigena, già dedita all’agricoltura e alla pastorizia, che praticava una religione ispirata alle varie manifestazioni della natura mediate dalla interpretazione umana. La stretta similitudine tra le divinità indigene e quelle greche, anch’esse ispirate alla natura, fece sì che molti dei culti esistenti nell’Isola venissero assorbiti o modificati dalla cultura greca, mediante un processo di “ellenizzazione”.
Traccia di una probabile sovrapposizione tra il culto greco di Demetra ed uno indigeno preesistente, è rinvenibile nel mito del ratto di Proserpina, Persefone o Kore, figlia di Demetra o Cerere, la quale, secondo antichissima tradizione riportata anche dagli autori romani (cfr. Cicerone e Ovidio), venne rapita da Ade/Plutone nei pressi del Lago di Pergusa, vicino Enna, e trascinata a forza sotto terra nel regno dei morti. Solo un compromesso tra gli dei risparmiò gli uomini dalla perenne sterilità della terra imposta dal dolore di Cerere e consentì alla di lei figlia, Proserpina, di tornare sulla terra per alcuni mesi l’anno durante i quali la natura ritornava a fiorire. Invero, una ingegnosa casta sacerdotale, acquisiti gli arcani della natura, personificandoli e forse profittando della ignoranza dei popoli, tradusse in culto le accidentalità che concorsero alla scoperta del grano, cosicché Cerere, personificazione della terra, trova Proserpina, il grano, la perde, perché il grano è affidato alla terra; le è rapita da Pluto, perché il fuoco, la forza generatrice della terra, trattiene e sviluppa il germe del grano; dopo sei mesi la rinviene perché in tale periodo il grano germoglia e matura. Il medesimo consesso sacerdotale riconobbe, altresì, il bisogno di disciplinare la convivenza tra gli uomini creando così opportune leggi “fatte emanare” da Cerere, che acquisì anche l’attributo di Tesmofora ossia legifera.
È molto probabile che fu lo stesso Lago di Pergusa ad originare o comunque amplificare questo mito, che gli autori latini ritenevano “autoctono” anche in ragione della sua antichità. Infatti, le indagini geologiche confermano che il Pergusa nacque circa 11.000 anni fa a causa di un particolare fenomeno tettonico di sprofondamento della crosta terrestre. Tale fenomeno naturale è noto e diffuso sia nell’ennese che nel nisseno. Pertanto, è plausibile ritenere che la popolazione indigena, che già abitava le alture circostanti il Pergusa, non potendo spiegare altrimenti il fenomeno naturale di sprofondamento della terra (a causa del quale potrebbe davvero essere scomparso qualcuno) e la formazione di un grande lago a riempire la voragine, fece ricorso alla spiegazione soprannaturale, elaborando il mito del rapimento di Proserpina da parte di Ade. È così che il luogo divenne, nell’immaginario dell’uomo primitivo ed anche dei popoli che si avvicendarono nei secoli a venire, la porta dell’Inferno.
Gli studi archeologici del sito inducono a ritenere che l’altura di Cozzo Matrice, presso il Lago di Pergusa, popolata certamente almeno dall’età del rame, sia la sede originaria di elaborazione del mito e ciò è dimostrato dalla scoperta di ben due antichissimi edifici di culto, di cui uno ubicato nella necropoli ed un altro sull’acropoli nella parte antistante una grande caverna naturale, da molti ormai ritenuta come quella della sortita del dio degli Inferi (forse dagli stessi abitanti di quella grotta venne elaborato il mito). Ad oggi, questa è l’unica area sacra attestata intorno al Pergusa e potrebbe essere più antica di quella ennese. L’edificio sull’acropoli è caratterizzato da una serie di vani in parte scavati nella roccia di base, tra cui un’ampia sala con banchine rupestri, interpretata come lesche (λέσχη), utilizzata in occasione dei rituali dedicati a Demetra il che è confermato anche dalla presenza di pozzetti votivi, detti bothros, destinati a raccogliere le libagioni e le offerte per gli dei sotterranei.
Il toponimo stesso di Cozzo Matrice rimanda al termine “madre” o “nucleo originario”. Quel villaggio, oltre ad essere un luogo sacro doveva essere anche un importante centro di produzione di vino data la presenza di numerosi antichissimi palmenti rupestri che consentono di ipotizzare anche la diffusa pratica di riti dionisiaci che, nella città di Enna, concludevano le celebrazioni in onore di Demetra e Kore.
È plausibile ritenere che il mito del ratto di Proserpina, simboleggiante l’alternarsi delle stagioni, non sia stato “inventato” di colpo, subito dopo lo sprofondamento della terra che diede origine al Pergusa, ma sia stato elaborato nel tempo fino a raggiungere la sua completezza con l’influsso della cultura greca che portava con se un nuovo pantheon di divinità.
Intorno alla metà del IV sec. a.C., il villaggio di Cozzo Matrice e gli altri piccoli villaggi della zona vennero abbandonati per il confluire della popolazione sulla rocca ennese, meglio difendibile per le sue caratteristiche geomorfologiche. Fu così che venne edificato un altro grande santuario, dedicato alla “doppia dea” Cerere / Proserpina, che divenne famoso in tutto il mondo tanto da essere celebrato dagli stessi romani che da lì a poco avrebbero conquistato la Sicilia.
Secondo le fonti storico-letterarie antiche, la Sicilia era vista come una delle località possibili del ratto, tuttavia, essa aveva già, nel corso dei secoli, fatto proprio il mito e consolidato l’opinione che il rapimento di Proserpina fosse avvenuto proprio lì. In tal senso numerose sono le testimonianze di vario tipo, da quelle letterarie ed archeologiche a quelle artistiche e numismatiche: in pratica si arrivò al punto di credere che Demetra e Kore fossero divinità originarie dell’isola.
I primi coloni greci, verosimilmente, di fronte alla fertilità dell’isola, (certamente grande per quei tempi, specie se paragonata con le terre più povere da cui provenivano) ebbero la convinzione di essere giunti nella terra prediletta dagli dei, e in particolare dalle due dee della vegetazione, anche in considerazione della dolcezza del clima e della bellezza del paesaggio.
Così si fissò saldamente, nel pensiero dei credenti come nella fantasia dei poeti, una delle più belle leggende del mondo antico, che fu cantata, tra gli altri, da Ovidio con la dolcezza musicale dei suoi versi, e da Claudiano, l’ultimo grande poeta del paganesimo morente, che la scelse a simbolo di ciò che di più bello seppe immaginare ed esprimere lo spirito religioso degli antichi.
Sia Cicerone che Ovidio ambientano il ratto di Proserpina nei pressi del Lago di Pergusa. Il grande Cicerone, padre di tutti gli Avvocati, nella sua appassionata arringa contro il ladro di opere d’arte, ex Governatore di Sicilia, Gaio Licinio Verre, oltre a stigmatizzare la dissolutezza dell’accusato, ebbe modo di soffermarsi sull’origine del mito e sulla popolazione ennese, scrivendo alcune tra le più belle pagine dedicate alla città di Enna (in antico Henna):
“È tradizione antica, signori giudici, che si fonda su antichissime testimonianze dei Greci, che l’isola di Sicilia sia tutta quanta sacra a Cerere e Libera. Questa, che per gli altri popoli è una semplice credenza, è invece così profondamente radicata nell’animo dei Siciliani da sembrare loro congenita.
Essi ritengono che le due dee siano nate in questi luoghi, che i cereali siano stati trovati per la prima volta nella loro terra e che Libera, che essi chiamano anche Proserpina, sia stata rapita dal bosco di Enna: il quale luogo, per il fatto che si trova nel centro dell’isola, è chiamato “ombelico della Sicilia”. Cerere, a quanto si dice, volendo cercare ovunque la figlia, accese le fiaccole alle fiamme che erompono dalla sommità dell’Etna, e, portandole davanti a sé, andò vagando per tutta la terra.
Enna, ove è vivo il ricordo degli avvenimenti che narro, sorge in un luogo altissimo che domina il territorio circostante, sulla cui sommità si estende una pianura uniforme, solcata da acque perenni e tagliata a picco da ogni parte. Attorno ci sono un lago, numerosi boschi e fiori ridentissimi in ogni stagione, a tal punto che lo stesso luogo sembra apertamente attestare quel famoso ratto della vergine, di cui abbiamo sentito parlare sin da bambini. Lì vicino si apre una spelonca, rivolta verso il settentrione, di una profondità immensa, per dove si racconta che il padre Dite, improvvisamente sbucato sul suo cocchio e afferrata la fanciulla da quel luogo, la trascinasse con sé, e che subito dopo, non lontano da Siracusa, penetrasse sotto terra. In questo punto si formò immediatamente un lago, dove ancora oggi i Siracusani celebrano feste annuali con una straordinaria affluenza di uomini e donne” (Verrine II, 4, 106 – 111).
A Enna non sono stati trovati resti di grandi templi come quelli di Agrigento, tuttavia, sono state rinvenute alcune colonne di piccola dimensione che lasciano pensare alla presenza di diverse edicole votive tipo Naiskos, con colonne e timpano, all’interno delle quali erano ubicate le statue di cui parla Cicerone. Verosimilmente, i luoghi di culto erano ubicati sulla cosiddetta Rocca di Cerere, all’interno del Castello di Lombardia (che all’epoca non esisteva), nello spazio oggi occupato dal Duomo ed in quello occupato dalla Chiesa di Montesalvo, ove sorgeva il tempio di Bacco.
Recentemente, nei pressi della Rocca di Cerere è stata scoperta un’area sacra caratterizzata da edicolette votive incise nella nuda roccia relative al culto demetriaco. Pertinente a tale culto erano la grande vasca ed i pozzetti terrani scavati nella roccia, collegati da canalette per lo scorrimento dell’acqua sorgiva, ubicati in un antichissimo passaggio sotterraneo nei pressi dell’ingresso principale del Castello di Lombardia, che all’epoca doveva essere l’ingresso di un santuario, ove veniva praticato il rito dell’abluzione cioè del lavaggio del corpo a scopo di purificazione.
Ciò dimostrerebbe, come confermato dallo storico locale Paolo Vetri, che a Enna si praticassero riti religiosi misterici di un antichissimo culto agrario basato sulla rappresentazione del Ratto di Proserpina da parte di Ade in un ciclo di tre fasi: la discesa (perdita), la ricerca, l’ascesa di Persefone e la riunione con sua madre Demetra.
Tale passaggio sotterraneo, preceduto dall’abluzione, si prestava benissimo al rito iniziatico in quanto i fedeli attraverso di esso “discendevano negli Inferi”, cercavano, fiaccola in mano, Persefone e poi, percorrendo in salita la galleria che sboccava nel grande cortile chiamato oggi “Piazzale degli Armati”, ascendevano a nuova vita ritornando alla luce del sole. I riti misterici, riservati a pochi iniziati, tra cui lo stesso Cicerone, erano tenuti segreti, pertanto, ad oggi non si conoscono i particolari, sebbene alcuni ipotizzano anche l’uso di sostanze alcoliche o psicotrope.
Per gli iniziati, la rinascita di Persefone simboleggiava l’eternità della vita che scorre di generazione in generazione; essi credevano che avrebbero ricevuto una ricompensa nell’aldilà.
Nell’ennese l’avvento della religione cristiana fu lento e non cancellò del tutto le tradizioni legate all’antico culto pagano che addirittura permane nella lingua corrente come nel caso dell’antica esclamazione “cori, cori !” che, fino a poco tempo fa, i nostri nonni utilizzavano come reazione emotiva di timore o paura avvertita di fronte a un pericolo o a un danno. Ebbene tale esclamazione altro non è se non la medesima invocazione di Cerere che, fiaccola in mano, cercava la propria figlia Kore in un lontanissimo e misterioso passato.
Il culto demetriaco ennese raggiungeva il culmine con una grande processione popolare, che ricordava la ricerca della figlia da parte di una madre addolorata ed era costituita dal vagabondare delle devote per la città, vestite rigorosamente di bianco e reggendo una torcia dalla rocca di Cerere a Montesalvo (in antico Mons Arboris, il monte degli alberi), ove sorgeva il tempio di Bacco ed ove si concludeva il rito con un grande falò e con il consumo di vino.
Il fenomeno sincretico delle “dee madri” interessò anche il culto della Madonna, la “grande madre” dei Cristiani, che assorbì alcune delle caratteristiche delle altre grandi madri pagane.
Per estirpare definitivamente il paganesimo, nel 1412, i cristiani ennesi acquistarono a Venezia una statua in legno della Madonna, che ancora oggi, così come avveniva per la statua di Cerere, viene portata in processione il 2 luglio, data coincidente con la festa demetriaca.
Allo stesso tempo, si diede fuoco all’ultimo simulacro di Cerere che continuava ad essere adorato dai pagani in un luogo che ritengo essere ubicato in una delle tre grotte (quella centrale) ancora oggi visibili nel versante meridionale della rocca ennese, all’interno della quale si trovano i pozzetti votivi (bothros) dedicati alle offerte ed alle libagioni sacre.
Tanto è vero che la contrada circostante si appella “Cerasa” da “Cerere arsa”, come la via che scorre sul piano superiore.
Dopo un percorso lungo decine di secoli, un insegnamento il mito di Persefone potrebbe suggerirlo, ancora oggi, a quanti sponsorizzano lo sfruttamento intensivo delle coltivazioni e degli organismi geneticamente modificati: la natura ha le sue leggi, il suo equilibrio, le sue stagioni, che l’uomo moderno, al pari dei suoi avi, farebbe bene a rispettare pena il ritorcersi del caos provocato contro l’uomo stesso.
Gaetano Cantaro



epprosita