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Intervista al Professore Domenico De Masi Gli insegnamenti del coronavirus, nuove dimensioni di spazio e tempo, il telelavoro e tanto altro – di Giuliana Amata

Intervista al Professore Domenico De Masi
Gli insegnamenti del coronavirus, nuove dimensioni di spazio e tempo, il telelavoro e tanto altro.
fonte: giornale di sicilia
Il professore Domenico De Masi si occupa da quasi quarant’anni di telelavoro, fa ricerche, scrive libri, tiene convegni e conferenze in tutto il mondo, ma fin qui le sue teorie al riguardo sembravano delle improbabili, remote prospettive in un mondo quasi immaginario e futuribile alla Blade Runner. Fino a oggi, quando il Coronavirus ci ha costretti tutti invece alla quarantena forzata, in una incredibile situazione di lockdown a livello globale. E di telelavoro. L’abbiamo incontrato in videoconferenza, e intervistato per il nostro giornale.
«Questa pandemia ci ha costretto a una specie di immenso seminario, un corso di formazione accelerato a cui ha sottoposto alcuni miliardi di abitanti del pianeta. Chiaramente una situazione imprevista, che insieme al suo lato tremendo ha però alcuni aspetti perfino interessanti. Mi sembra che in questo seminario ci sia un docente, il virus, e tutti noi invece che siamo degli apprendisti. Non si era mai tenuto un corso di lezioni così inedito».
Cosa ci sta insegnando?
«Innanzitutto il rapporto tra il tempo e lo spazio. Prima eravamo abituati a uno spazio infinito, prendevamo aerei, treni, andavamo da un continente all’altro, e però il tempo ci mancava. Non avevamo mai il tempo per far le cose, per riflettere su noi stessi, per dedicarci ai nostri bisogni più radicali, più intimi, più personali; oggi all’improvviso questo insegnante inflessibile, che punisce tutti quelli che non imparano facilmente, e li punisce con la morte, ci ha fatto capire come è diverso quando abbiamo invece molto tempo a disposizione e pochissimo spazio».
Il coronavirus ha quindi stravolto un sistema di riferimento bimillenario spazio-temporale, che era già in parte entrato in crisi con l’era informatizzata?
«Sì, dobbiamo rimodulare tutte le nostre categorie essenziali dell’esistenza. Questa è un’altra cosa che tenta di insegnarci il virus: che il mondo è globalizzato. Tutti i sovranismi che stavano prendendo piede prima e che ci portavano a rinchiuderci addirittura con dei muri, staccionate e fili spinati nei nostri confini sono ridicoli, perché il virus scavalca i muri, i fossati e quindi noi dobbiamo rassegnarci al fatto, che può essere anche meraviglioso, di considerarci tutti abitanti di un unico grande villaggio, il villaggio globale di cui parlava McLuhan».
Dunque, secondo Lei, se cambiano lo spazio e il tempo, cambierà anche la nostra civiltà urbana?
«La città come l’ha usata la società industriale, non è la città millenaria, l’unica città che è stata pensata per l’automobile è stata Brasilia, di cui l’altro ieri ricorreva appena ora il sessantennio dalla fondazione. Tutte le altre città sono state pensate senza l’automobile, quindi sono state adattate, ma è stato un adattamento mal riuscito, perché costa traffico, inquinamento, stress».
Come risolvere il problema?
«Ridurre gli spostamenti, prima di tutto. Se almeno il 10% di noi resta in casa qualcosa si modifica. Se poi restassero in casa 50% delle persone a giorni alterni o addirittura tutti i giorni, il problema del traffico si risolverebbe. Il mio primo libro sul telelavoro è del 1993, in esso sintetizzavo alcune ricerche fatte negli anni precedenti. Quindi ci stiamo occupando di telelavoro in Italia da quarant’anni. Abbiamo fatto convegni, tante pressioni, articoli. Per avere da parte dello Stato che consentissero il telelavoro, perché le aziende lo adottassero.
Resta il fatto che il 1 gennaio di quest’anno c’erano soltanto 570.000 italiani che telelavoravano, quindi in 40 anni non avevamo ottenuto nulla. Poi in quattro settimane invece il coronavirus ha ottenuto che 8 milioni di italiani, pare siano queste le stime, stanno telelavorando. E stanno scoprendo che così risparmiano tempo, denaro, stress, che possono dedicarsi alla famiglia. Poi, ora c’è il coronavirus, ma se non ci fosse il virus potrebbero passeggiare, recuperare tempo. Le aziende a loro volta risparmierebbero sugli uffici, sui servizi, le mense etc e recupererebbero il 15-20 % di produttività. In città ci sarebbe meno traffico, inquinamento, meno spese per la manutenzione stradale: insomma, cambierebbe proprio la vita! Tutti questi vantaggi non sono stati sufficienti a convincere i capi ad adottare il telelavoro finora».
Ora che la gran parte di noi sta telelavorando, passata l’emergenza continuerà a farlo?
«La testa di quei capi è rimasta la stessa, perché volevano i dipendenti a portata di mano. C’è questa mania, controllarli attimo per attimo. Non appena la pandemia sarà finita questi 800.000 capi faranno di tutto per riportare i propri dipendenti in ufficio».
A scapito della produttività, però, se è vero che si sta già registrando un incremento produttivo proprio grazie allo “smart working” o “lavoro agile”.
«È vero, si calcola che sia del 20% l’incremento di produttività in più in questi giorni. Pensi quanto hanno danneggiato le aziende in questi anni. Inoltre si sarebbe potuto introdurre il telelavoro con calma, facendolo per bene: l’hanno dovuto fare precipitosamente. La stessa cosa vale per l’insegnamento. Quanto insegnamento si sarebbe potuto fare in teledidattica, e non si è fatto. E ora invece all’improvviso si è stati costretti a farlo, chiaramente in modo rabberciato, senza le dovute strumentazioni, con piattaforme differenti, perché non si era giunti preparati».
Professore De Masi, siamo già in recessione economica e la pandemia ha aggravato in modo drammatico questa situazione. C’è chi dice però che questa potrebbe essere l’occasione per creare un nuovo modello produttivo, una ripartenza, una sorta di boom economico post-bellico. Lei, Professore, cosa ne pensa?
«L’occasione sarebbe preziosa. Purtroppo, però, gran parte degli allievi non ha alcuna voglia di apprendere molto di quello che il virus sta cercando di insegnarci. Sicuramente la pandemia sarà un retrogusto, uno scenario che almeno nel nostro inconscio collettivo ci indurrà a comportamenti estremi. Saremo consumisti impauriti, o propendere verso una maggiore austerità, oppure propendere verso la cosa di dire “beh, fin quando son vivo è meglio che campo”, una sorta di “carpe diem”».
E dell’Italia cosa abbiamo imparato?
«Stiamo imparando tra l’altro che ci sono regioni d’Italia che sono talmente malate di consumismo e di lavoro che sono dispostissime a rischiare il contagio e morire, pur di continuare a lavorare e ad arricchirsi. E che tra il Nord e Sud esiste ancora una differenza enorme nel concetto di famiglia. Nel Sud non si usa mandare i vecchi in un ospizio, invece su oltre 4000 case di cura oltre la metà stanno al Nord. Molti vecchi lì sono stati esposti al contagio e sono morti in poche settimane. Mai come adesso ci siamo sentiti disuguali di fronte la morte, perché una cosa è essere un vecchio che sta in un ospizio, un’altra è essere una persona che ha una villa in campagna a totale riparo dalla pandemia».
E allora a chi tocca ridurre o eliminare tutte queste disuguaglianze, a livello sociale?
«Lo Stato è necessario, non possiamo cioè vivere senza una regia centrale, che tenga a bada le forze centrifughe delle varie regioni. Il coronavirus ci sta insegnando che di fronte alle tragedie non siamo tutti uguali: gli anziani, i single, i precari, i clandestini, gli homeless, sono veramente i più tartassati, non avendo alcun rifugio a cui appellarsi. In questi giorni stiamo imparando ancora che è importantissimo il welfare, senza il quale, soprattutto nei momenti di stasi nell’economia, alcune fasce della popolazione non potrebbero andare avanti altrimenti. Noi abbiamo criticato il reddito di cittadinanza, ma se in questi mesi non ci fosse stato tre milioni di persone sarebbero morti di fame o si sarebbero dati ad atti disperati. E invece un modo per resistere ai momenti difficili, lo invocano tutti ora, anche gli imprenditori».
Eppure in Italia, la martoriata sanità pubblica sta facendo miracoli…
«E’ importantissima la sanità pubblica. Anche in una regione come la Lombardia, dove sono stati dirottati gran parte dei finanziamenti pubblici alla sanità privata. Adesso invece ci si sta accorgendo che quella privata è un grande business e che nel momento di bisogno se non ci fosse la sanità pubblica morirebbe ancora più gente. Si sta comprendendo che “gli statali” non sono quegli infingardi, sfaccendati, i famosi furbetti del cartellino. Basti pensare al personale sanitario e a quanti medici e infermieri hanno perso la vita sul lavoro».
Altri insegnamenti che ci vengono da questa esperienza?
«Stiamo imparando anche quanto sia prezioso il volontariato, senza il quale molte persone isolate non sarebbero state aiutate. L’importanza delle competenze, perché non è vero che “uno vale uno”, un virologo in questo momento vale più di un avvocato, di un architetto o di un sociologo. E ancora quanto sono importanti i processi decisionali, che è difficile decidere quando si tratta di salvare o la salute o la democrazia o l’economia. E ci sta insegnando l’importanza della comunicazione, che deve essere precisa, tempestiva, né esageratamente abbondante né esageratamente deficiente».
Tante materie da studiare, in questo corso di formazione obbligatorio e super-accelerato.
«Purtroppo, però, gran parte degli allievi non ha alcuna voglia di apprendere molti degli insegnamenti che il virus sta cercando di darci. Siamo dei pessimi allievi. Man mano torneremo al modello di vita precedente, perché i capi sono gli stessi di prima. Ripartirà il consumismo, anche se per un paio di anni saremo pezzenti, ci saranno differenze più marcate, chi ci rimetterà sarà la classe media che dovrà comprimere i propri bisogni, ma il modello di vita resterà quello di prima. Non siamo diventati solidali in tre mesi, è impossibile».
Eppure forse in qualcosa ci sentiamo uguali, nella nostra fragilità, nell’essere impotenti, chiusi nelle nostre rispettive case, che apriamo quando siamo in videoconferenza, come adesso. Lei che ne pensa professore?
«La maggiore domesticità ha fatto sì che per la prima volta gli insegnanti abbiano visto le case dei loro allievi e viceversa. Questo sta accentuando le differenze, il fatto di entrare dentro le case e vedere come sono realmente. E questo è bello, però, perché toglie delle illusioni, e ci rende più umani».
Ringrazio il Professore De Masi e lo saluto con questa speranza. Che dalla lezione del coronavirus ci resti almeno questo tratto di umanità.
Giuliana Maria Amata

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