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  • Cronaca

Interris.it: Prevenire la depressione da disoccupazione

Riccardo Aprile 7, 2021 6 minuti letti

Prevenire la depressione da disoccupazione
da
Marco Managò –
La depressione da disoccupazione, in aumento nel periodo attuale di crisi economica mondiale, colpisce i giovani e le persone che hanno perso il lavoro, finendo per rappresentare un’ulteriore calamità in questo periodo di grande disagio. Per i giovani significa il naufragio dei sogni e delle aspettative coltivate sin da bambini. Si tratta di una pesante frustrazione che causa disistima in se stessi e nella società.

Il senso di inutilità e il pensiero ricorrente alla mancanza di lavoro, sia per questioni economiche da gestire sia per la valorizzazione umana e sociale, portano a situazioni psicologiche tendenti all’apatia, all’irascibilità, a pesanti sintomatologie, a intraprendere strade negative e talvolta pericolose, al ricorso a sostanze dannose.

Il terremoto economico e occupazionale, creato dalla pandemia, ha accelerato questa piaga sociale già notevolmente diffusa, sia sotto il profilo psicologico sia sotto quello pratico, aumentando il numero dei “nuovi poveri”.

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L’ansia da “fallimento” è ancora di più viva e pressante, si accompagna alla perdita di stima di se stessi, ai sensi di colpa, alla sensazione di inutilità, a un atteggiamento rinunciatario.

Per alcuni, risulta anche motivo di rabbia e frustrazione l’etichettatura semplicistica di “neet”, acronimo di “not in education, employment or training”: un individuo che non è impegnato in attività di studio, formazione o lavoro.

Lo scorso 8 dicembre, nell’indire l’anno dedicato a San Giuseppe, Papa Francesco ha esortato con decisione “La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della pandemia di Covid-19, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!”.

In questa circostanza, considerando l’impatto enorme del Coronavirus, in una società così reticolata nelle sue articolazioni, si verifica la cosiddetta “sindemia”: la somma di più crisi ed emergenze, da quella sanitaria (a sua volta innescata su altre patologie) a quella economica, occupazionale, sociale e mentale.

La condizione già difficile per un giovane disoccupato, addestrato al “lavoro” giornaliero per trovare un impiego, scandita da tentativi quasi rituali nel corso delle ore, risulta ancora più desolante e deprimente in questo ultimo anno di chiusura di opportunità e di attentato alle ultime speranze. La tenacia del più ottimista dei giovani in cerca di lavoro sembra incontrare un ostacolo innanzitutto inibente.

I giovani, per la loro fisiologica tendenza alla vita in compagnia, superiore alle altre fasce di età, hanno risentito maggiormente della netta contrazione dell’attività sociale e, per molti di loro, alle prese con la definizione del futuro occupazionale, si è verificata una doppia crisi. La condizione di ansia, stress e depressione che si è originata sta producendo danni al loro stato mentale, generando un’angoscia per le conseguenze non ancora quantificabili in termini di tempo, di forma e di sostanza.

In un comunicato stampa dello scorso 12 marzo (dal titolo “Il mercato del lavoro”), riferito al IV trimestre 2020, visibile al link https://www.istat.it/it/archivio/254990, l’Istat precisa “Nel quarto trimestre 2020 le dinamiche del mercato del lavoro sono ancora influenzate dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria […] In termini tendenziali, l’occupazione è ancora in calo (-414 mila unità, -1,8% rispetto al quarto trimestre 2019), nonostante i dipendenti a tempo indeterminato aumentino di 98 mila unità (+0,7%); a diminuire sono soprattutto i dipendenti a termine (-383 mila, -12,3%), ma continuano a calare anche gli indipendenti (-129 mila, -2,4%) […]Il tasso di disoccupazione diminuisce, in termini congiunturali e tendenziali, mentre quello di inattività – tra le persone con 15-64 anni – aumenta soprattutto nel confronto con il quarto trimestre 2019 […[ La media 2020 è la sintesi delle dinamiche trimestrali del mercato del lavoro, fortemente e diversamente influenzate dalla pandemia: alla crescita tendenziale dell’occupazione nel primo trimestre, segue il consistente calo del secondo trimestre che è proseguito, seppur a ritmi meno sostenuti, anche nel terzo e nel quarto trimestre 2020. In media annua si osserva un calo dell’occupazione senza precedenti (-456 mila, -2,0%), associato alla diminuzione della disoccupazione e alla forte crescita del numero di inattivi”.

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Il professor Claudio Mencacci, psichiatra, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, in un articolo pubblicato lo scorso 8 marzo sul proprio sito, dal titolo “Risvolti psicologici della pandemia”, esprime quanto segue: “La pandemia da Covid-19 ha colpito l’umanità come un uragano senza precedenti per i suoi effetti sulla salute, sulle abitudini sociali e sull’economia. Metà delle persone contagiate ha ora dei problemi psichiatrici, con incidenze del 42% per insonnia e ansia, 28% per stress post-traumatico e 20% per disturbi ossessivo-compulsivi. Le conseguenze da Covid-19 riguardano anche chi non è stato toccato direttamente dal virus. Tra i familiari dei pazienti deceduti, il 10% andrà incontro entro l’anno ad uno stato di depressione. La crisi economica provocata dalla pandemia incrementa a sua volta i disagi familiari: il rischio di depressione è doppio se il reddito annuale è inferiore ai 15mila euro e diventa tre volte di più se in casa c’è un disoccupato. Si stima che saranno almeno 150mila i nuovi casi di depressione dovuti alla disoccupazione”.

La soluzione a questa situazione è ardua e non esistono formule magiche. Si può partire, tuttavia, in senso opposto, considerando ciò che non si deve fare: arrendersi, rassegnarsi e abituarsi. Solo una reazione dal punto di vista morale e fisico, cercando, per quanto possibile, di non farsi sopraffare dagli eventi, può avere uno sviluppo positivo. Il sacrificio e la volontà ricevono sempre un riconoscimento, seppure in alcuni periodi possa sembrare impossibile. Le etichettature, le categorizzazioni sociali e mediatiche (sull’esempio del “neet”) non contribuiscono a risolvere il problema se non per le semplificazioni accademiche o statistiche. Il Coronavirus ha generato anche egoismi di rilievo, tra i quali l’accaparramento alimentare e la scorciatoia per essere vaccinati prima del previsto.

La solidarietà del più fortunato del momento, al contrario, deve ora trovare la sua massima applicazione e sostenere l’individuo attualmente più disagiato, senza discriminazioni o indifferenza. Il malessere sociale appare individuale solo in apparenza: spezzare la catena della solidarietà, perché non direttamente interessati al disagio, significa ignorare il malessere di ritorno che, in una comunità, si ripercuote necessariamente e matematicamente, come il peggiore dei boomerang.

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Riccardo

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