FRA L’EDUCAZIONE È LA REPRESSIONE
ESSERE SCOUT E POLIZIOTTO .LA TESTIMONIANZA DI UN ADDETTO AI LAVORI
Nell’ambito dell’incontro “Educare al dialogo contro ogni forma di violenza giovanile”, abbiamo ritenuto utile ed opportuno, far parlare fra i presenti, uno scout del MASCI, che per la sua attività lavorativa, era presente, appunto, in doppia veste, quella dello scout adulto e quella del poliziotto. Si tratta di Mario Di Prima sovrintendente capo della Polizia di Stato, in forza alla Squadra Polizia Amministrativa e di Sicurezza presso la Questura di Enna e Magister della Comunità MASCI di Enna, che è seguita spiritualmente da padre Sebastiano Rossignolo, Vicario Foraneo di Enna. “La divisa e il fazzolettone da scout , la prima è quella che mi ha insegnato cos’è la violenza quando è già accaduta. La seconda è quella di capo scout , che mi insegna cosa sia la violenza prima che accada”. Di Prima sostiene che i due punti di vista dovrebbero interfacciarsj maggiormente, quindi le istituzioni dovrebbero creare maggiori momenti di confronto costruttivo per arginare il fenomeno della violenza giovanile. “Come poliziotto- riprende – quando interveniamo per una rissa fuori da scuola, per un’aggressione in piazza, per un video estorto, il ragazzo che abbiamo davanti non è un criminale ma il più delle volte è un ragazzino spaventato che fa il duro perché ha paura di passare per debole davanti agli altri”.
Ma c’è una cosa che colpisce frequentemente Di Prima , la quasi totale assenza di percezione della conseguenza da parte dei ragazzi: “ Mi è stato detto in faccia: “tanto che mi fate?”. Non per sfida alla legge, ma perché sono convinti davvero che non succeda loro nulla, che ci sarà il genitore che arriva, con l’avvocato, quindi la giustificazione”
Quando si evita la conseguenza certa e rapida, si evita la rieducazione.
“Come vedo l’altra faccia, nello scoutismo non si ha bisogno di punire un ragazzo per farlo rigare dritto. Si ha bisogno di dargli tre cose, che oggi mancano, la fatica vera, quindi alzarsi alle sei sotto la pioggia, montare una tenda, cucinare per molte persone, camminare con tanti kg sulle spalle. Un ragazzo che ha imparato a gestire la fatica, gestisce anche la rabbia. Oggi abbiamo tolto la fatica ai nostri figli per amore, e gli abbiamo tolto il muscolo più importante: la tolleranza alla frustrazione. Importante è l’appartenenza sana. Il branco per un ragazzo è tutto. Se non gli diamo un branco sano – la squadra, il reparto scout, la banda musicale, la palestra – se lo cercherà da solo in strada. E lì le regole le decide il più violento. Baden Powell diceva: “Cercate di lasciare questo mondo un po’ migliore di come lo avete trovato”. Oggi molti ragazzi pensano invece: “Cerco di farmi notare in questo mondo, costi quel che costi”.
E conclude: “Come forze dell’ordine, per deformazione professionale, dobbiamo giudicare un fatto. Come scout, dobbiamo giudicare una persona. I ragazzi non hanno bisogno di altri giudici su TikTok o su Instagram. Hanno bisogno di un adulto che dica: “Hai sbagliato, e adesso ripari. Io sono qui mentre ripari.” E mentre ripari tu impari”
Allora cosa possiamo fare insieme, concretamente?
Di Prima propone mettendo insieme le due esperienze:
“Patto di presenza. Non servono 100 progetti. Serve che nei luoghi dove i ragazzi si incontrano – e non sono le aule di un convegno – ci siano adulti credibili. Allenatori che non urlano solo per vincere, capi scouts, artigiani che insegnano un mestiere. La prevenzione non è solo un convegno, è un pomeriggio passato insieme”.
“Poi la Giustizia riparativa, subito. L’ho vista funzionare. Il ragazzo che ha imbrattato il muro del paese e il giorno dopo, con l’operatore ecologico, lo deve pulire. Con le mani. Davanti a tutti. Vale più di 6 mesi di processo al Tribunale dei Minori. La pena deve essere certa, breve e comprensibile”.
“Ridiamo responsabilità ai genitori, senza colpevolizzarli. Come capo scout lavoro con le famiglie. Come appartenente alle forze dell’ordine vedo famiglie che arrivano in caserma e dicono “mio figlio non è così”. Ecco, dobbiamo tornare a dire: tuo figlio è così e anche così, è bravo e ha sbagliato. Aiutiamolo a rispondere di quello che ha fatto. Difendere sempre non è amare.
Come uomo in divisa, chiedo di non chiederci di risolvere da soli un problema che è educativo. Noi interveniamo quando il patto è già rotto. Come Capo Scout, chiedo di credere che nessun ragazzo è perduto. Ho visto ragazzi difficilissimi cambiare perché qualcuno gli ha dato un coltellino per intagliare del legno invece di uno smartphone per filmare un pestaggio”.
“La violenza giovanile non si combatte con più paura. Si combatte con più fatica, più appartenenza, con più adulti in mezzo alla strada”.
Mario Antonio Filippo Pio Pagaria


