“Racconti di Enna”. Un nuovo appuntamento periodico che l’amico Luca Alcerci regala a Ennapress.
Così dopo il prezioso servizio che ci fornisce con puntalità sulle previsioni meteo per la nostra città e che ormai sono diventate un punto di riferimento e di attendibilità per tantissimi lettori, da oggi Luca inizia a “sfogliare un libro” tutto suo sempre su Enna con racconti inediti che riguardano in particolare dei suoi ricordi giovanili, adolescenziali ma che sono fortemente legati alla vita stessa di Enna. Ricordi che sarà sicuramente molto piacevole leggere.
Buona Lettura.
Scuola ad ottobre
Giorni fa, mi sono soffermato a guardare il castagnaio che da tanti anni ormai, tra settembre e dicembre, riscalda le mie sere. Anche durante le giornate di maltempo lui è lì, a testimoniare il ricorrere del tempo, un tempo che va tanto veloce quanto costantemente ritorna uguale a sé stesso, proprio grazie a guardiani come lui: il suo ritorno sempre nello stesso punto della piazza ci dice che un altro anno è passato certo, ma che nulla in realtà passa davvero.
Mi ha spiegato il funzionamento della sua piccola fornace, che è abbastanza semplice. Il cilindro di ferro arrugginito ha alla base un serbatoio per raccogliere la cenere e il carbone esausto. Poco sopra, la griglia trattiene i carboni ardenti. In cima al cilindro, c’è infine il braciere circolare dove le castagne vengono cotte dal calore intrappolato nel lungo tubo, ma soprattutto dal sale grosso, combustibile fondamentale: le ultime cotture le fa circa alle otto della sera, quando, mi racconta, all’improvviso tutti spariscono, rincasando soddisfatti o inquieti, oppure entrambe le cose.
E’ facile tornare indietro con la memoria di fronte a immagini tanto quiete. Da bambino, frequentavo una scuola nel cuore antico della città, l’istituto Sant’Onofrio, proprio negli anni della rivoluzionaria direzione di Edoardo Fontanazza. A quel tempo, la scuola, detta ancora elementare, finiva alle 12.30, e i nostri genitori invece erano impegnati al lavoro almeno fino alle 13.30. Spesso, quindi, io andavo a pranzare dai miei compagni che abitavano nei pressi della scuola, tra scale e cortili allora pieni di gatti e bambini. Tra quel labirinto di case, c’è la lunga scala che dalla via Roma sale sù, impervia, sino al mulino a vento. In cima a questa scala c’era (uso stavolta il passato perché non c’è più nulla di quanto sto per descrivere), c’era un prato di un verde tenace e luminoso. In mezzo a questo prato, era tracciata una stretta stradina costruita con i tipici riquadri di basole in lava riempiti di ciottoli di fiume, bianchi e grigi. Per noi era un luogo di gioco, un prato di libertà, e non sapevamo che in realtà era l’ultimo lacerto del solitario altipiano che ospitava la torre in pietra del fu mulino a vento.
Oggi, come dicevo, non c’è più alcun prato, sostituito dalla pur necessaria palestra della scuola, la cui edificazione però per me rappresenterà sempre la fine di un sogno.
Un giorno, in seguito all’accordo tra i genitori, si decise che dopo il pranzo presso il mio compagno, sarei rimasto anche per il pomeriggio. Fu un bel pomeriggio, luminoso, arricchito, dopo i compiti, da una partita a calcio in una piccola piazza con una forte pendenza dove si giocava con tecniche mai viste, frutto di calcoli balistici che solo chi vive in una città di montagna sa calcolare. Ci sono ancora tutti, questi posti, nella via Longo, nelle vie Candia e Farinato, luoghi che uniscono faticosamente città vecchia e città nuova, passando dagli altissimi palazzi che si affacciano, a nord, nel Corso Sicilia ad orti e giardini urbani e, appunto, sghembe piazzette sulle quali si affacciano ancora le tipiche abitazioni con il terrazzo esterno, l’asticu secondo l’antico termine siciliano.
Giunti a sera, scendemmo fino a San Marco dove avevo l’appuntamento con i miei genitori. Il mio compagno doveva rientrare, e risalì subito verso il quartiere del Popolo. Io aspettai, solo. Fu una breve attesa ma l’avrei ricordata per sempre. Da un lato c’era il chiosco-edicola con le di lame di grande qualità (abbattuto alcuni decenni fa), ed essendo tempo dei Morti c’erano, accanto, le mostre e le bancarelle itineranti piene di giochi che avidamente guardavo per segnalarli a mio padre affinché li chiedesse, per me, ai nonni che ci avevano lasciati da poco: soldatini, pistole ad aria compressa, archi e frecce. Piccole cose, insomma.
Dall’altro lato era protagonista il fumo delle caldarroste: il cilindro che, come una piccola ciminiera, sbuffava una seconda nebbia che si sommava a quella tipica della stagione autunnale, ormai entrata nel vivo. Il castagnaio, minuto ma solenne, con il coltellaccio incideva in serie i frutti accumulati, li raccoglieva abile con la mano e li poneva dentro un cesto pronti per la successiva cottura.
Quando arrivò mio padre, salii svelto nella macchina, ero felice. Lui vide i miei occhi che brillavano e mi disse: “sai, da piccoli per i Morti gli unici regali per noi erano delle noci, qualche castagna, gli ossi di morto e i totò al cioccolato. Ora invece siete fortunati, avete molte più cose”.
Non ebbi più il coraggio di dirgli della pistola ad aria compressa che avevo desiderato. Gli chiesi però di comprare qualche caldarrosta, per assaporare la nostalgia di quei momenti dolcissimi.
Luca Alerci


