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Cronache di Gusto: Pasta, c’è il boom dei consumi in Italia. Ma da dove arriva il grano utilizzato?

Riccardo Agosto 11, 2020 6 minuti letti

Pasta, c’è il boom dei consumi in Italia. Ma da dove arriva il grano utilizzato?
Pubblicato in Il caso il 10 Agosto 2020
ph Vincenzo Ganci

In Italia aumentano i consumi di pasta.

Lo dice l’agenzia Ansa pubblicando alcuni dati che confermano questo trend. È una bella notizia per uno dei simboli della nostra cultura alimentare. Tra l’altro anche grandi aziende adesso raccontano di utilizzare solo grano italiano. Una bella azione di marketing. Peccato però che la produzione di grano in Italia sia in calo. Se molte aziende dicono di usare grano tricolore, i consumi di pasta aumentano e la produzione di grano cala, i conti non tornano. Tutto questo è raccontato in un articolo de I Nuovi Vespri, il giornale online diretto da Giulio Ambrosetti. Ecco il link. E buona lettura.

“Vola la spesa del grano 100% italiano fatta col grano importato! I conti non tornano: se abbiamo prodotto il 35-40% di grano duro in meno e i porti sono pieni di navi cariche di grano importato, come si fa a produrre tanta pasta con solo grano italiano?”. A scrivere questa considerazione su Facebook è Roberto Carchia, personaggio che abbiamo avuto il piacere di conoscere grazie al senatore Saverio De Bonis, presidente di GranoSalus. Carchia accompagna la sua considerazione con un articolo del’Ansa:
“Pasta 100% italiana è boom, vola spesa in sei mesi +28,5%”. “Report Ismea, stimolo dato dall’origine della materia prima”. “Volano i consumi di pasta 100% italiana – leggiamo nell’articolo dell’Ansa – che nel primo semestre dell’anno mettono a segno aumenti del 23% in quantità e del 28,5% in valore. Questo in controtendenza rispetto all’andamento in calo degli acquisti nazionali di pasta generica. Un dato che conferma come in un comparto ormai maturo, il richiamo all’origine nazionale della materia prima ha fornito un forte e nuovo stimolo per le famiglie. E’ quanto evidenzia il report Ismea “Tendenze sul frumento duro”, precisando che nel 2019 la confezioni con etichetta ‘100% italiana’ hanno avuto una crescita del 13% sia a volume che a valore”. Insomma, abbiamo capito che la notizia arriva dall’Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato Agricoli Alimentare.

“Il peso della pasta 100% italiana sui consumi totali di quella di semola secca, segnala il report – leggiamo sempre nell’articolo dell’Ansa – è costantemente aumentato: da una quota del 14% in volume e del 17% in valore nel 2018, ha superato nei due casi il 20%. Durante i mesi del lockdown in analogia a quanto verificatosi per l’intero comparto alimentare anche le vendite di pasta sono risultate in netto aumento. Il primi sei mesi del 2020 fanno infatti segnare una crescita su base annua dell’8% in volume, e del 13,5% della spesa”. Confessiamo che siamo molto, ma molto perplessi. Meno di un mese fa, infatti, abbiamo dato la notizia di nove navi cariche di grano duro estero – per lo più canadese – sono arrivate nei porti della Puglia. Meno di un mese fa segnalavamo la stranezza di una martellante pubblicità televisiva, che ci racconta della pasta prodotta con “grano duro italiano al 100%” mentre – come scrive giustamente Carchia nei porti pugliesi, ma anche in alcuni porti siciliani continuano ad arrivare navi cariche di grano duro estero.

Il caso ha voluto che, proprio domani, a Pozzallo, è in programma una manifestazione di protesta degli agricoltori siciliani. Che si ritroveranno alle 10 e 30 nel porto di questa cittadina del Ragusano per dire no a una nave carica di grano estero il cui arrivo è previsto proprio per domani! Manifestazione di protesta promossa da alcune associazioni di agricoltori, in testa Terra è Vita, ma anche Agricoltori Siciliani Riuniti. La pasta industriale italiana sarebbe prodotta con il grano duro italiano in diminuzione, visto che la produzione del nostro Paese (che per l’80% si concentra nel Sud Italia) ha subìto una flessione? Com’è possibile una cosa del genere? “Giriamo” la domanda al presidente di Confagricoltura Sicilia, Ettore Pottino: “In effetti – dice Pottino – è una bella domanda. Alla quale non è facile rispondere. volete vedere che c’è stata un po’ di confusione con la sigla ‘naz.’?”. Pottino fa riferimento a una denuncia di Confagricoltura Foggia di circa un mese fa. Leggiamola: “Importanti trader da alcuni giorni comprano grano duro estero, quasi certamente di dubbia qualità in base al prezzo d’acquisto, per rivenderlo ai commercianti locali. Fin qui nulla di strano! Al momento della vendita, la relativa fattura, in molti casi, porta la seguente dicitura (fuorviante?) ‘grano duro naz.’, laddove per ‘naz.’ dovrebbe intendersi nazionalizzato. Correttezza vorrebbe che in fattura si indicasse: ‘grano duro d’importazione nazionalizzato’” (qui trovate per esteso l’articolo sulla denuncia di Confagricoltura Foggia).

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“Bravi, no? Un consumatore legge “grano duro naz.” e pensa al grano duro nazionale: invece è grano duri importato che è stato ‘nazionalizzato’. Ma loro scrivono “naz.”, giusto per fare chiarezza… “Oggi in tanti, in Italia, producono pasta con grano duro italiano – ci dice sempre Pottino -. Eppure ricordo che, appena due anni fa, il gruppo Barilla, che oggi punta sulla pasta con grano italiano, aveva manifestato qualche dubbio”. In effetti le cronache di due anni fa registrano una dichiarazione di Paolo Barilla piuttosto articolata. Tema: la pasta prodotta senza contaminanti. Argomento importante, perché il grano duro del Sud Italia, grazie al clima caldo, matura naturalmente, mentre nelle aree fredde e umide del mondo – dove forse il grano non andrebbe coltivato – lo stesso grano viene fatto maturare con il glifosato, il più noto erbicida del mondo che non è certo un toccasana per la salute umana…

Diceva due anni da Paolo Barilla: “Per l’industria tutto dipende da che tipo di prodotto produrre e a quali costi, perché se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta, in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta invece di 20 centesimi costerebbe due euro. Una pasta a ‘glifosato zero’ – aggiunge il vicepresidente dell’omonimo gruppo – è possibile, ma solo alzando i costi di produzione. Si sta dando molta enfasi a qualcosa che non è un rischio – spiega Paolo Barilla – noi rispettiamo le norme, la nostra filosofia d’impresa ci impone anche un ulteriore principio della cautela che realizziamo attraverso i nostri controlli. Detto questo, per arrivare ai limiti previsti dalla legge bisognerebbe mangiare duecento piatti di pasta al giorno” (qui trovate l’articolo per esteso con le dichiarazioni di paolo Barilla). Beh, la notizia è che oggi lo scenario sembra cambiato: insomma, la pasta con il grano duro italiano – privo di glifosato, con riferimento al grano duro prodotto nel Sud Itali e in Sicilia – si può produrre a costi accessibili per l’industria e per i consumatori. Anche se noi continuiamo a chiederci dove lo trovano, le industrie, tutto questo grano duro italiano, considerato, anche, che negli ultimi anni, nel Sud Italia, causa le speculazioni al ribasso sui prezzi del grano duro, circa 600 mila ettari di seminativi sono stati abbandonati!

Giulio Ambrosetti

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Riccardo

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