Appunti di storia Villarosana – La leggenda de “ A grutta d’Anzisa”.
In paese, gli anziani narravano di una leggenda curiosissima tramandatasi nel tempo fino ad alcuni lustri addietro ed oggi, come altri personaggi e fatti, sepolta nell’oblio a causa del tempo che scorre che pone inesorabilmente in un angolo romito il suo ricordo.
Si raccontava che una volta c’era un re che viveva in una città posta sulla sommità del monte Giurfo, ai piedi del quale la fertile vallata assicurava il benessere del popolo.
Tale serenità era minacciata dal vicino nemico re- Porco, temendo il quale re Spica, ordinò ai suoi uomini di fare un incavo nella viva roccia per nascondervi tutto il suo tesoro che, secondo la leggenda, dopo molti secoli fu ritrovato da due compagni di caccia venuti da Calascibetta.
I due furono felici per l’inattesa ricchezza, ma per la troppa cupidigia entrambi morirono avvelenati dalle loro stesse vivande; le stesse, che erano destinate a sfamarli e che loro stessi avevano preparato per offrirle all’altro compare .
Le mule che dovevano servire per trasportare l’oro, presero la via del ritorno per la montata di Calascibetta e ad alta notte giunsero alla stalla di colui che gliele aveva prestate.
Questi sentendo arrivare le bestie e vedendole senza guida si insospettì, e volle vedere che cosa portassero. Visto il tesoro se né appropriò e divenne l’uomo più ricco del momento.
La grotta prese il nome del fortunato possessore e si chiamò, pertanto a “Grutta D’Anzisa”.
I contorni della leggenda rasentano quelli della storia in quanto durante la prima metà del XV secolo il feudo del “Casale di Bombunetto, nei pressi del quale fu in seguito riedificata la nuova città “San Giacomo di Villarosa”, fu effettivamente venduto ad un ricco possidente di Calascibetta che si chiamava “Nicola D’Anzisa”.
Leggenda o verità storica ?
Anche il nostro sommo poeta Vincenzo De Simone, nella sua opera “Cantalanotti”, ricorda questa grotta con una poesia.
La grutta D’Anzisi
Vinni di notti a la grutta d’Anzisi,
unni ci stanu li maghi dulusi;
dissi- «Zzì strij, m’hanu datu abbisi
ca mi turciti ‘ntra cèntura fusi».
Dissi la vecchia:- «Ti dugnu ‘mpalisi
ca ccu li ‘llocchi nun facimu abbusi
Nun semu nui li donni a sti putisi,
è la to bedda ca ti cusi e scusi».
(da: Cantalanotti – V. De Simone)


