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Alla Scoperta dell’ennese: La Sicilia al tempo dei Ciclopi – di Gaetano Cantaro

La Sicilia al tempo dei Ciclopi.
L’origine e la comparsa dell’uomo sulla Terra ha sempre impegnato il pensiero stimolando sia l’aspetto fantastico-religioso che quello scientifico-speculativo.
Alcuni studiosi ipotizzano che il più antico insediamento umano della Sicilia possa risalire alla “Cultura del ciottolo” le cui tracce vennero individuate nell’Agrigentino (Capo Rossello e Valle del Platani) e nel Trapanese. I manufatti tipici di questa civiltà primordiale sono costituiti da ciottoli di selce o quarzite, lavorati grossolanamente, scheggiati sull’estremità di una faccia (choppers) o su due facce (chopping tools). Tali strumenti, sebbene rinvenuti in superficie e fuori da un preciso contesto stratigrafico di sicura attribuzione, potrebbero risalire addirittura al Paleolitico inferiore (da 2,5 milioni a 150.000 anni fa) anche se la questione è dubbia e dibattuta. Peraltro, la stretta analogia con manufatti litici scoperti nel continente africano alimenta il dibattito mai sopito sulla provenienza diretta o indiretta (traiettoria: Africa -> Asia -> Europa -> Sicilia) del genere “Homo” dall’Africa, abitata da piccoli gruppi di ominidi fin da due milioni di anni fa.
Dal punto di vista climatico il Pleistocene (epoca geologica compresa tra 2,58 milioni di anni fa e 11.700 anni fa) fu caratterizzato dalla successione di grandi glaciazioni, separate da brevi intervalli interglaciali, che produssero ripetute oscillazioni, anche estreme, tra temperature calde e fredde. Il campionamento, mediante carotaggio, dei fondali del Lago di Pergusa ha restituito la sequenza lacustre utile alla ricostruzione del quadro paleoambientale siciliano, caratterizzato da vegetazione prevalentemente steppica o semisteppica che, all’inizio dell’Olocene (11.700 anni fa circa), evolse in macchia mediterranea nelle zone costiere ed in floride foreste temperate nelle zone interne e montane.
I grandi mammiferi che popolarono in tempi antichissimi la Sicilia, furono: tigri, bisonti, rinoceronti, ippopotami, ghiri giganti, iene, leoni, nonché il famoso elefante nano (“Palaeoloxodon Falconeri di 550.000 anni fa), tuttavia dalle indagini stratigrafiche dei reperti ad oggi disponibili non sembra che essi abbiano mai incontrato l’uomo, il quale convisse, invece, con cinghiali, uri (Bos primigenius o bue primitivo), cavalli selvatici (Equus-Asinus hydruntinus), volpi, orsi e cervi. Questi ultimi erano la principale fonte di sussistenza per il genere umano che, almeno dalla fine del Paleolitico superiore, avrebbe pian piano popolato l’Isola.
Il diffuso rinvenimento, all’interno di alcune caverne dell’Isola, dei resti dell’elefantino nano, “Palaeoloxodon Falconeri”, potrebbe aver dato origine al mito dei Ciclopi. Infatti, i teschi fossili di questa curiosissima specie, estinta da millenni, traevano in inganno gli antichi spingendoli a ipotizzarne l’appartenenza a giganti con un solo occhio, come era appunto l’omerico Polifemo e come ricorda la foggia di questi teschi, recanti al centro dell’enorme testa un foro che altro non se non la cavità della proboscide. Lo stesso Empedocle da Agrigento (492-493 a.C.) ci racconta che in molte caverne siciliane furono trovate testimonianze fossili di una stirpe di “uomini giganteschi”.
È probabile che il rapido succedersi dei mutamenti climatici, unitamente al vivacissimo geodinamismo del Mediterraneo occidentale, abbia consentito l’accesso di sparuti gruppi di ominidi dallo Stretto di Messina ovvero, come dimostrerebbe la “Cultura del ciottolo”, direttamente dallo stesso Continente africano, attraverso temporanei ponti e corridoi di passaggio terrestre generati dagli eventi geocinematici che caratterizzarono quell’era geologica. Ciò troverebbe riscontro nella alternanza tra fasi di dispersione e di estinzione del genere umano in Sicilia nel periodo preistorico, almeno fino alla transizione con il periodo Mesolitico.
Il territorio dell’Ennese può vantare ben 350 siti archeologici, di cui un centinaio di epoca preistorica.
Uno degli insediamenti più antichi della Provincia sarebbe quello di Riparo Longo, presso Agira, esso dovrebbe risalire all’Epigravettiano finale, nel tempo in cui sparuti gruppi di cacciatori – raccoglitori frequentarono questi luoghi alla ricerca di cibo, seguendo le direttrici fluviali dell’epoca. Nel riparo sotto roccia “Longo” sono stati ritrovati tipici manufatti in arenite quarzifera scheggiati da antichissima mano. Sono noti anche alcuni manufatti litici di tipo Clactoniano rinvenuti sporadicamente in superficie dagli archeologi in Contrada Muglia (territorio di Centuripe), attribuibili alle fasi avanzate del Paleolitico inferiore (15.000-6.000 a.C.). La Vallata di Muglia oggi è uno dei pochi ambienti della Sicilia rimasti integri e incontaminati. Il fenomeno dello spopolamento delle campagne e la modesta antropizzazione hanno “congelato” il paesaggio così come si è evoluto nel corso dei secoli. Le colline ed i calanchi argillosi di Muglia richiamano paesaggi ben più rinomati come quelli delle Crete Senesi, in Italia, ovvero della Blue Mesa e del Deserto dipinto, in Arizona, che ho avuto modo di confrontare personalmente in occasione della mia recente traversata degli Stati Uniti.
Particolare interesse riveste il “Riparo Cassataro”, individuato nel 1976 in contrada Picone, presso Centuripe, in corrispondenza di un picco roccioso, da cui si sono staccati enormi massi sovrapposti l’uno sull’altro in modo da formare un anfratto aperto su tre lati, all’interno del quale è possibile ammirare alcuni misteriosi dipinti preistorici antropomorfi (in rosso ocra), ascrivibili al Neolitico, e zoomorfi (in nero), ascrivibili al tardo Paleolitico, nonché una ventina di ancor più misteriose piccole cavità coppelliformi incise su una superficie perfettamente levigata. Trattasi, verosimilmente, di un luogo di culto risalente alla fase finale del Paleolitico ed utilizzato per tutto il periodo Neolitico come attestato anche dalla presenza di una copiosa industria litica. Forse la particolare conformazione rocciosa dolmenica, i cui poderosi massi sembrano accatastati e sistemati da una mano gigantesca, ha fatto sì che l’uomo primitivo vi attribuisse un significato magico-religioso. Il sito pare sia stato abbandonato tra la fine del VI e gli inizi del V sec. a.C., esso riveste importanza inestimabile, meriterebbe degna valorizzazione ed apposita tutela prima che i preziosi ed enigmatici pittogrammi scompaiano per sempre.
Due nuovi siti preistorici sono stati individuati dagli archeologi, nel corso di ricognizioni di superficie, in Contrada Dragofosso, in territorio di Aidone, ed in Contrada Ramata, ai piedi dell’altopiano in cui si apre il lago di Pergusa. L’apparentemente scarsa frequentazione dell’ennese durante il Paleolitico (del resto rara in tutta la Sicilia) potrebbe tuttavia essere correlata da un lato, alla carenza di investimenti sullo svolgimento di indagini archeologiche specifiche, dall’altro, alla mancanza di fenomeni carsici naturali che altrove (es. Palermo, Trapani, Siracusa) hanno contribuito alla formazione geologica di ampie caverne che furono rifugio privilegiato per gruppi di cacciatori-raccoglitori paleolitici e che oggi sono risorse preziose per lo studio del periodo storico più affascinante ma anche più colpevolmente meno indagato dell’Isola.
La frequentazione dell’Ennese nel periodo Neolitico (6.000-3.500 a.C.) è ben più ampiamente documentata rispetto al paleolitico e trova riscontro nella presenza di ceramica del tipo Stentinello, databile tra la fine del VI e il V millennio a.C.. I relativi insediamenti sono ubicati sul fronte orientale della Provincia, lungo il quale si espansero alcune piccole comunità della piana di Catania. La “facies” stentinelliana è riscontrata a Monte Guazzarano, Contrada Picogna, Contrada Muglia, Pizzo Tamburino in territorio di Regalbuto, Contrada Colla-Palmera e Masseria Giresi in territorio di Aidone, Piano di Caramitia in territorio di Agira, Casa Recifori in territorio di Leonforte e Contrada Realmese, in territorio di Calascibetta (cfr. Prof. Enrico Giannitrapani).
Nel Neolitico, il modello demografico della Sicilia centrale era basato su piccole comunità nomadi, che fondavano la propria sopravvivenza più sull’allevamento e la pastorizia che sull’agricoltura, con un ruolo ancora importante delle attività di caccia e raccolta.
Notevoli tracce di popolamento neolitico sono emerse lungo i terrazzi fluviali del torrente Torcicoda, a Sud di Borgo Cascino, dove è stato individuato un focolare costituito da una fossa riempita con ciottoli e carbone, risalente alla metà del V millennio a.C., tale struttura è probabilmente da collegarsi ai percorsi della transumanza utilizzati dalle comunità di pastori.
Lo stesso dicasi per l’importante insediamento fluviale di Riparo San Tommaso, scoperto dall’archeologo Prof. Enrico Giannitrapani e ubicato nella parte finale della valle del torrente Torcicoda, utilizzato fin dal Neolitico come luogo di sosta da piccole comunità indigene ma trasformato gradualmente, nel periodo greco arcaico, in importante luogo di culto. L’uso cultuale è dimostrato dai resti di pasti di comunità e deposizioni di ossa di animali, come palchi di cervo e testuggini terrestri con evidenti segni di macellazione, ma anche da ceramiche intenzionalmente rotte e poi sigillate entro “stipi votive”. La valle del Torcicoda, lunga circa 2 km, con resti ancora visibili di ben otto mulini ad acqua costruiti tra il ‘700 e l’800, è molto interessante anche sotto il profilo ambientale e la natura vi domina incontrastata tanto da impedirne l’accesso, tuttavia, il fascino selvaggio del luogo stride con la trasformazione del torrente in condotta fognaria ad opera dell’uomo moderno. Il riparo sotto roccia era più profondo ma, a causa del crollo di una porzione esterna della volta, venne seppellito lo strato più antico dei reperti preistorici, che oggi si trovano ancora lì sepolti.
Nella valle del fiume Morello in Contrada Case Bastione, tra Villarosa e Calascibetta, un team di valentissimi studiosi guidati dal Prof. Enrico Giannitrapani e dal Prof. Filippo Ianni’, con la collaborazione scientifica dell’Università di Newcastle, ha portato alla luce uno dei più interessanti insediamenti preistorici della Sicilia, databile alla piena Eta’ del Rame (3.500-2300 a.C.). In questi luoghi, dal Neolitico fino all’Eta’ del bronzo antico, si sviluppò una comunità ben organizzata dedita alla pastorizia (riscontrata da manufatti usati per la produzione di formaggio), alla caccia di cervi (riservata alla élite locale con particolare attenzione alla conservazione della specie) ed agli scambi commerciali di zolfo e salgemma con pregiatissima selce proveniente da Lipari e svariate altre zone della Sicilia (indispensabile per la realizzazione di utensili litici). Particolarmente importante è il rinvenimento di una fornace, addirittura la più antica scoperta in Sicilia, attestante i primi esperimenti di metallurgia nella storia dell’Uomo, resi possibili dallo zolfo ivi esistente in gran quantità usato, insieme ad ossa di animali e carbone, per ottenere alte temperature idonee alla fusione dei metalli (rinvenuto anche un calco per la fusione di asce di bronzo). Recentissima anche la scoperta di una fornace per la cottura della ceramica.
Alla fase iniziale dell’Eta’ del Rame risale l’insediamento di Cozzo Matrice, nei pressi del lago di Pergusa, intensamente occupato durante l’età greca arcaica fino alla metà del IV sec. a.C. allorquando venne abbandonato. Poco distante dall’abitato greco, su un altopiano aperto verso la città di Enna, tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 del ‘900, vennero scoperti i resti di una grande capanna rettangolare (15,50 x 6,30 m) con i lati corti arrotondati, sostenuta da un perimetro di pali di legno.
Nel 1931, una “capanna sicula” venne messa in luce ad Enna dal celebre archeologo Paolo Orsi nella insellatura tra il Castello di Lombardia e la Rocca di Cerere ove, al di sotto di un sepolcro ellenistico, si rinvennero frammenti di “ceramica sicula con rottami di coltellini di selce”.
Un insediamento dell’Eta’ del rame è stato recentemente individuato anche in Viale Borremans, ad Enna, ove è stato scoperto un antico focolare nonché reperti ceramici simili a quelli trovati nella capanna di Cozzo Matrice. Questo importantissimo sito, che costituì forse il nucleo originario della primitiva città di Enna, venne per primo individuato dallo storico ennese Avv. Paolo Vetri “alle adiacenze ed a sud della città” ove si rinvennero preziosi strumenti litici‭ che confluirono nella collezione del farmacista ennese Luigi Vetri, fratello dello storico. Il grande archeologo Paolo Orsi esaminò la collezione riconoscendovi ‬tre asce,‭ ‬una piccola amigdaloide ed
una‭ ‬maggiore‭ ‬rettangolare di epoca paleolitica nonché una ottantina‭ di ‬asce‭ ‬neolitiche‭ ‬e‭d ‬eneolitiche,‭ ‬fra‭ ‬grandi e piccole, oltre un centinaio di coltelli‭ ‬in selce, i quali,‭ ‬assieme‭ ‬a‭ ‬grandi‭ ‬e‭ ‬splendidi‭ ‬nuclei, dimostravano‭ ‬l’altro‭ ‬grado‭ ‬di‭ ‬sviluppo dell’industria
della‭ ‬selce‭ in Enna. ‬Della Collezione‭ ‬Vetri‭ ‬si trovano oggi al museo archeologico di Enna 3 asce‭ ‬litiche,‭ ‬di‭ ‬cui‭ ‬una‭ ‬in‭ ‬pietra‭ ‬verde,‭ ‬un‭ ‬pendente litico, una punta di freccia‭ ‬in selce e‭ ‬diverse lame, grattatoi‭ ‬e‭d ‬un‭ ‬nucleo‭ ‬sempre‭ ‬in selce. Qualche‭ ‬decennio‭ ‬più tardi,‭ il celebre archeologo ‬Luigi‭ ‬Bernabò‭ ‬Brea‭ ‬pubblicò‭ ‬una‭ ‬lama‭ ‬ritoccata‭ ‬in‭ ‬diaspro rosso‭ ‬e‭ ‬un‭ ‬raschiatoio‭ ‬in‭ ‬selc‭e della collezione Vetri, ‬attribuendoli‭ ‬al‭ ‬Paleolitico‭ ‬superiore,‭ ‬mentre‭ ‬gli‭ ‬altri
strumenti‭, ‬acquistati‭ nel frattempo ‬dal‭ ‬Museo‭ ‬di‭ ‬Siracusa‭, vennero ‬datati‭ ‬al‭ ‬Neolitico. In tale occasione Bernabò‭ ‬Brea‭ ‬affermò che‭ ‬una‭ ‬parte‭ ‬di‭ ‬tali strumenti‭ ‬sono‭ ‬stati‭ ‬trovati‭ ‬“ai‭ ‬piedi‭ ‬della‭ ‬rocca sulla‭ ‬quale‭ ‬si‭ ‬trova‭ ‬la‭ ‬città,‭ ‬accanto‭ ‬al‭ ‬ponte‭ ‬chiamato‭ ‬di‭ ‬Santa‭ ‬Anna,‭ ‬sulla‭ ‬strada‭ ‬per‭ ‬Piazza‭ ‬Armerina‭”, egli ‬aggiunse‭ ‬in‭ ‬nota: “nonostante le‭ ‬informazioni richieste‭ ‬alla popolazione‭ ‬e‭ ‬nei‭ ‬dintorni,‭ ‬non‭ ‬sono‭ ‬riuscito‭ ‬a‭ ‬trovare nulla,‭ ‬quindi‭ ‬la‭ ‬posizione‭ ‬del‭ ‬giacimento‭ ‬resta‭ ‬indeterminata. Naturalmente era primavera e l’erba era cresciuta;‭ ‬il‭ ‬periodo‭ ‬non‭ ‬era‭ ‬quindi‭ ‬favorevole‭ ‬a
un’indagine‭ ‬di‭ ‬questo‭ ‬tipo,‭ ‬e‭ ‬sarebbe‭ ‬meglio‭ ‬tornare ai tempi dei‭ ‬lavori agricoli. Secondo una vaga‭ ‬notizia,‭ ‬è‭ ‬stata‭ ‬trovata‭ ‬della‭ ‬selce‭ ‬nei‭ ‬dintorni‭ ‬della‭ ‬Casa Maddalena”. Le indicazioni‭ fornite da ‬Bernabò‭ ‬Brea hanno oggi‭ consentito individuare il prezioso villaggio preistorico ‬in prossimità del Viale Borremans,‭ ‬posto‭ ‬lungo‭ ‬la‭ ‬strada‭ ‬che‭ ‬collega Enna‭ ‬bassa con‭ ‬la‭ ‬città alta‭. ‬Su un terrazzo ubicato‭ ‬lungo‭ ‬la‭ ‬parte‭ ‬alta‭ ‬della‭ ‬valle‭ ‬del torrente‭ ‬Torcicoda,‭ ‬ai‭ ‬piedi‭ ‬della‭ ‬montagna è emerso un importantissimo deposito archeologico databile all’età del rame dove, forse, si instaurò il primo nucleo abitativo della città di Enna. Il‭ ‬sito è‭ ‬stato scoperto casualmente a seguito‭ ‬di un‭ ‬profondo taglio nel‭ ‬terrazzo‭ ‬realizzato‭ ‬per la‭ ‬costruzione‭ ‬di un‭ ‬muro‭ ‬di‭ ‬protezione‭ ‬ad un‭ ‬caseggiato.‭ ‬La‭ ‬sezione di oltre 3 m‭ ‬di spessore ha mostrato una‭ ‬continua‭ ‬sequenza‭ ‬di‭ ‬battuti‭ ‬pavimentali‭ ‬e‭ ‬focolari che‭ ‬hanno restituito‭ ‬abbondanti‭ ‬frammenti
ceramici,‭ ‬strumenti in‭ ‬pietra e‭ ‬resti‭ ‬di‭ ‬pasto. Dopo l’intervento‭ ‬della‭ Soprintendenza‭ ‬di‭ ‬Enna‭ ‬che‭ ‬ha bloccato‭ i ‬lavori,‭ ‬il‭ ‬sito‭ non sembra abbia ricevuto l’attenzione e la tutela che merita‬, rischiando di scomparire per sempre, com’è facile che avvenga a breve.
Il Rame finale segna la fine della struttura sociale nomade di tipo neolitico ed il consolidamento di comunità più strutturate ed a carattere stanziale che basavano la propria sopravvivenza sulla pastorizia e sopra una agricoltura a bassa intensità, testimoniata dai dati pollinici provenienti dai fondali del Lago di Pergusa: nascono i primi villaggi ubicati per lo più in pendio vicino a corsi d’acqua e, spesso, vicino giacimenti naturali di zolfo e salgemma. Nell’Eta’ del Bronzo (2.300-900 a.C.) si consolida il popolamento degli abitati e lo sfruttamento intensivo dell’agricoltura, con la differenza che adesso gli abitanti cominciano ad avvertire l’esigenza, prima di allora quasi inesistente, di arroccarsi sulla sommità delle creste rocciose o delle numerose alture che caratterizzano il paesaggio ennese, come nei casi
di Tornambè, Enna, Cozzo Matrice, la Guardiola, Monte Manganello, Monte Altesina, Monte Marcasita, anche se sono noti villaggi ubicati in posizione più aperta, come nei casi di Case Bastione, Contrada Marcato e Serra
Orlando a Morgantina.
Evidentemente, una serie di fattori come l’aumento demografico della popolazione, la nascita di strutture sociali organizzate in gruppi più o meno forti anche militarmente e l’ingresso di importanti ondate migratorie verso Sicilia determinarono la necessità della difesa delle comunità che probabilmente cominciarono a riconoscere l’autorità di un capo ed a contendersi l’egemonia del territorio…tale processo segna la fine della immaginifica preistoria e l’inizio della storia.
Da questo momento in poi non sarà più la pietra scheggiata a ricevere l’impronta dell’uomo attraverso gesti ripetuti lentamente per circa due milioni di anni ma sarà il ferro che, nel volgere di poco più di duemila anni, ci condurrà al mondo che oggi conosciamo.
Gaetano Cantaro

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