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Alla scoperta dell’ennese: Il Castello Barresi di Pietraperzia

Fonte: i luoghi del cuore Fai
Pietraperzia, forte castello e valido fortalizio, ha confini estesi, distretti prosperi ed acque abbondanti. []» Di ciò che descrisse Edrisi, e tradotto da Michele Amari, oggi rimane ben poco, o quasi nulla se non laria di un passato effettivamente glorioso, ridotto a uno stato di rudere. Esso sorge su una rocca a strapiombo che nei secoli è stata la sua fortuna e il suo punto di forza maggiore in senso egemonico. Domina l’intera valle dell’Himera offrendo un panorama unico. Secondo gli studi dello storico locale Lino Guarnaccia (1920-2004), il fronte nord del castello misurava 122 metri per quattro piani di altezza, suddiviso in tre parti distinte che rispecchiavano le diverse epoche di costruzione normanna, sveva, catalana. Venne più volte demolito e ricostruito, o ampliato. Con l’arrivo dei Normanni esso fu assegnato al milite francese Abbo Barresi intorno al 1090, anche se i pareri sono discordanti, per via degli esigui documenti che riguardano i due secoli successivi a questa data. Ebbe un ruolo fondamentale durante l’aspra contesa tra angioini e aragonesi per il dominio della Sicilia, mostrandosi un presidio inespugnabile; una delle poche sconfitte registrate, risale al 1298, quando i Barresi si dovettero arrendere per fame e per sete, a Manfredi Chiaramonte, uomo di Federico; infatti i Barresi, nella contesa tra i due figli di Pietro III, re d’Aragona, si schierarono sempre dalla parte di Giacomo, fratello di Federico, e quest’ultimo trionfando, fece distruggere il castello dal suo esercito. I Barresi ne ripresero possesso nel 1302, con la pace di Caltabellotta, rientrando dal loro esilio da Napoli e provvedendo alla ricostruzione del maniero. Da allora i Barresi iniziarono un continuo abbellimento del palazzo, creando un notevole movimento artistico e culturale, abbandonando così il carattere militare del castello per assumere sempre più l’aspetto di palatium rinascimentale. Con la caduta del feudalesimo nel 1812 la struttura cadde nell’oblio, soffrendo una contesa (secondo il Guarnaccia) tra il Comune di Pietraperzia e Donna Caterina Branciforte, la quale aveva concesso l’affitto al comune, con l’intento di quest’ultimo di adibirlo a carcere mandamentale fino al 1906. Mancati pagamenti e mancati interventi di manutenzione da ambo le parti furono complici della distruzione, oltre a un terremoto avvenuto tra 1883 e il 1885 e l’incuria delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali che seguirono; senza trascurare lo sciacallaggio della popolazione lasciata libera di agire; esso inoltre fu adibito a lazzaretto e rifugio dei senza tetto fino agli anni del secondo conflitto mondiale. Ciò che rimane oggi è comunque degno di nota e meriterebbe le dovute attenzioni, necessitando di una premurosa messa in sicurezza per preservare il più possibile le poche tracce rimaste, trattandosi di uno dei maggiori esempi di architettura castellana della Sicilia, oltre a portare con se un bagaglio storico-culturale cospicuo.

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