CARCERE CALTAGIRONE: SAPPE, GRAVISSIMA AGGRESSIONE A POLIZIOTTO. “BASTA ATTENDERE, SERVONO SUBITO STRUMENTI E REGOLE”
Gravissima aggressione ieri pomeriggio nel carcere di Caltagirone. Un Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria è stato aggredito con inaudita violenza da un detenuto extracomunitario durante una perquisizione straordinaria nel reparto “Accettazione”. L’agente, secondo quanto riferito dal SAPPE, è stato colpito ripetutamente al volto e alla testa con una serie di pugni, riportando un serio trauma cranico, la frattura del setto nasale e una profonda ferita al volto provocata dai vetri degli occhiali da vista andati in frantumi. Dopo le prime cure al pronto soccorso dell’ospedale Calatino, si è reso necessario il ricovero. Soltanto il tempestivo intervento degli altri poliziotti penitenziari ha evitato conseguenze ancora più gravi.
“Questa volta il peggio è stato evitato, ma non possiamo continuare ad affidare la sicurezza dei nostri colleghi alla buona sorte”, denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. “Le aggressioni negli istituti penitenziari sono ormai una emergenza quotidiana e Caltagirone è l’ennesima conferma di condizioni di lavoro che non possono più essere considerate normali. Il Governo ha manifestato la volontà di rafforzare tutele e strumenti per chi indossa una divisa: è un impegno importante, ma deve riguardare concretamente anche la Polizia Penitenziaria. Non possono esistere poliziotti di serie A e poliziotti di serie B quando si tratta di difendere chi rappresenta lo Stato”. Parole che si inseriscono nel solco della recente denuncia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla necessità di rafforzare tutele e strumenti per le Forze dell’Ordine.
Capece sottolinea quindi la necessità di “interventi immediati e non più rinviabili: rafforzamento degli organici, screening dei detenuti maggiormente problematici, trasferimento tempestivo dei soggetti violenti, strumenti di difesa adeguati, protocolli operativi aggiornati e una formazione specifica del personale. La Polizia Penitenziaria deve essere messa nelle condizioni di intervenire in sicurezza e di fronteggiare situazioni di rischio senza essere lasciata sola”.
“Quello di Caltagirone – aggiunge Francesco Pennisi, Segretario Nazionale SAPPE per la Sicilia – è un episodio di una gravità enorme che riporta drammaticamente alla luce le difficoltà con cui quotidianamente lavorano i nostri colleghi negli istituti siciliani. Un poliziotto è stato aggredito mentre stava facendo il proprio dovere e oggi si trova ricoverato per le lesioni subite. Non è accettabile che chi entra in carcere per garantire sicurezza, ordine e legalità debba affrontare quotidianamente situazioni di questo genere senza adeguati strumenti di protezione”.
Per Pennisi, “da tempo denunciamo la carenza degli organici, l’assenza di adeguati dispositivi di difesa e protezione e la difficoltà di gestire detenuti particolarmente violenti o con gravi problematiche comportamentali e psichiatriche. Servono sezioni dedicate per i soggetti maggiormente problematici, personale adeguatamente formato e specifiche regole di ingaggio. Non possiamo continuare a gestire situazioni ad altissimo rischio con gli strumenti del passato”.
Il SAPPE torna quindi a chiedere al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria “risposte concrete e immediate”. Tra le priorità indicate dal sindacato vi sono il potenziamento degli organici, la rapida movimentazione dei detenuti violenti, l’individuazione di sezioni detentive dedicate ai soggetti maggiormente problematici, adeguati dispositivi di protezione individuale e strumenti di difesa, oltre a protocolli operativi chiari e formazione specifica.
“Le dichiarazioni di principio non bastano più”, conclude Capece. “Ogni nuova aggressione dimostra che il problema esiste ed è concreto. Lo Stato deve decidere se vuole realmente proteggere chi, nelle carceri italiane, lo rappresenta ogni giorno. Dopo Caltagirone chiediamo interventi urgenti, perché non possiamo aspettare la prossima aggressione per domandarci che cosa sarebbe potuto accadere”.


