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Scuola: Rete degli studenti medi della Sicilia, “Giunto il momento di affrontare le criticità del sistema scuola”.

Scuola: Rete degli studenti medi della Sicilia, “Giunto il momento di affrontare le criticità del sistema scuola”. “Lavorare per una proposta collettiva di tutte le componenti della scuola”

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“LA SCUOLA NON SI FERMA”. GLI ALUNNI DELL’ I.C. “E. DE AMICIS”, IN VIDEOCONFERENZA, INCONTRANO FRANCESCA ANDREOZZI, NIPOTE DI GIUSEPPE FAVA

“LA SCUOLA NON SI FERMA”. GLI ALUNNI DELL’ I.C. “E. DE AMICIS”, IN VIDEOCONFERENZA, INCONTRANO FRANCESCA ANDREOZZI, NIPOTE DI GIUSEPPE FAVA

“Testimoniare la verità, essere responsabili della verità, senza verità non c’è libertà, senza verità non c’è giustizia”.

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CORONAVIRUS: SOS DELLE SCUOLE PARITARIE RELIGIOSE, 30% A RISCHIO CHIUSURA

CORONAVIRUS: SOS DELLE SCUOLE PARITARIE RELIGIOSE, 30% A RISCHIO CHIUSURA

Allarme delle scuole paritarie religiose della Congregazione Francescane Missionarie (F.m.- Cim) per gli effetti dell’emergenza sanitaria da coronavirus.

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Canicattì, successo al Liceo Foscolo dei webinar con il sociologo Francesco Pira con gli studenti

Canicattì, successo al Liceo Foscolo dei webinar con il sociologo Francesco Pira con gli studenti

Il professore dell’Università di Messina invitato dalla docente Katia Farrauto ha parlato dell’impatto sociale del virus e dell’invadenza delle nuove tecnologie. La Dirigente Scolastica Virciglio : “Momenti importanti di interazione con i nostri discenti”

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Scuola e solidarietà: all’IC Don Bosco di Troina si raccolgono fondi per chi continua a rimanere in prima linea nella lotta al Covid 19

In questo momento tra i più drammatici che l’umanità abbia mai vissuto, in tante cose come ad esempio nei valori della solidarietà, i piccoli non sono stati da meno dei grandi. Tanti sono gli esempi concreti come quello arrivato dall’IC Don Bosco Troina che abbraccia anche i distaccamenti di Gagliano e Cerami.

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All’IC Neglia di Enna Bassa si fa Educazione Ambientale anche con la Didattica a Distanza

Anche con la Didattica a Distanza i bambini delle classi terze della scuola primaria dell’Istituto Comprensivo “F.P. Neglia-N. Savarese” diretto da Marinella Adamo, guidati dai loro insegnanti: Mariella Incarbona, Maria Di Dio, Rosa Barrile, M. Rita La Vigna, Concetta D’Urso, Fabrizio Liuzza, Cinzia Oieni, Luigia Gloria, Rosa Maria L’Acqua, Cristina La Monica, Cettina Campanile, Maria Letizia Scavuzzo e Francesco Falcone, hanno portato avanti il progetto “Uso e riuso: per il pianeta senza plastica” iniziato lo scorso novembre in occasione della Settimana Europea Riduzione Rifiuti e condotto nelle scuole ennesi dalla biologa Rosa Termine.

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La bellezza di educare… il percorso dell’I.C. Santa Chiara di Enna nel tempo del Covid 19

La bellezza di educare… il percorso dell’I.C. Santa Chiara di Enna nel tempo del Covid 19.

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Didattica a distanza in inglese al Lincoln di Agira con il cappellano della NAS Sigonella americana

Didattica a distanza in inglese al Lincoln di Agira con il cappellano della NAS Sigonella americana
All’IIS A. Lincoln, diretto dal Dirigente Angelo Di Dio, la scuola non si è fermata, grazie alle lezioni a distanza tenute dai docenti sin dall’inizio del lockdown. E non si sono fermati neanche i progetti! Gli alunni della classe IV E della sezione associata dell’IIS Lincoln di Agira, guidati dalle prof. Lucia Pappalardo e Grazia Tramontana e dal dott. Alberto Lunetta Responsabile delle Relazioni Esterne della Stazione Aeronavale della Marina USA di Sigonella (NAS Sigonella) con la quale la scuola ha intrapreso da tempo una collaborazione volontaria, focalizzata su progetti linguistico-culturali volti ad aiutare gli studenti a perfezionare le loro abilità linguistiche. I progetti prevedono la partecipazione, a rotazione, di volontari della NAS americana provenienti da diversi reparti e professionalità. In questa occasione, gli studenti hanno dialogato a distanza con il cappellano Richard Graves, responsabile del programma CREDO (Chaplains’ Religious Enrichment Development Operation) della NAS americana, un progetto della Marina USA di assistenza psicologica volto a sostenere e promuovere la cura dei rapporti interpersonali e la costruzione di relazioni significative tra militari singoli, coppie e famiglie, nonché a prevenire condotte a rischio come il suicidio. Il cappellano Graves ha discusso con gli studenti l’importanza di rafforzare, in questo periodo di emergenza, i rapporti interpersonali e i legami affettivi più forti con i propri famigliari.
“Un progetto che avevamo previsto in presenza come parte del programma NASSING PAO Community Relations volto ad aiutare gli studenti a migliorare le proprie competenze in inglese – spiega la prof.ssa Palma Sberna, Responsabile del plesso – ma che abbiamo proposto, grazie alla piattaforma d’istituto Cisco WebEx nella modalità a distanza. “Ritengo che sia stata un’esperienza altamente formativa e ha rappresentato un esempio di come si possano attivare processi di insegnamento ed apprendimento delle competenze attraverso la Didattica a Distanza”, ha aggiunto la prof.ssa Sberna.
“Il lockdown ha imposto la cancellazione dei nostri consueti progetti di lingua inglese nelle scuole ed in particolare di questo incontro che avevamo fissato da tempo. Ringrazio il Dirigente Angelo Di Dio, lo staff dei docenti e gli studenti del Lincoln per averci continuato ad accogliere, seppure virtualmente, nella loro scuola”, ha dichiarato il dott. Lunetta.
Gli incontri di didattica a distanza continueranno al plesso di Agira dell’ IIS Lincoln il prossimo 28 maggio quando verrà ospitato un medico internista della NAS Sigonella americana che parlerà agli studenti di sana alimentazione e salute ai tempi del coronavirus.

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ENNA: IL LINCOLN DISTRIBUISCE TABLET PER LA DIDATTICA A DISTANZA

IL LINCOLN DISTRIBUISCE TABLET PER LA DIDATTICA A DISTANZA
L ‘ Istituto A. Lincoln di Enna si è attivato in brevissimo tempo per fornire i dispositivi e consentire, a quei ragazzi che altrimenti sarebbero stati penalizzati dalla diffusione della didattica a distanza, di mantenere il contatto con le attività didattiche. Proprio in questi giorni, si è conclusa la consegna a domicilio di pc e tablet agli studenti che ne avevano necessità , offerti in comodato d’uso, grazie anche ai fondi del Ministero dell’Istruzione. Una distribuzione però, che in tempo di Coronavirus è stata realizzabile, grazie alla collaborazione della Protezione Civile di Enna e ONVGI di Agira. La scuola, evidenzia il Dirigente A. Di Dio, è venuta in aiuto alla nostra comunità e, soprattutto, alle fasce più deboli della popolazione facilitando la didattica a distanza che, in questo periodo, riveste un ruolo fondamentale soprattutto se svolta con strumenti tecnologici. Ciò si è reso possibile e mediante le diverse applicazioni che il web ha messo a disposizione e la piattaforma d’ Istituto WebEx fornita da Cisco in collaborazione con la scuola ma, soprattutto, all’ impegno lodevole dei docenti che si sono organizzati riscontrando, da subito, entusiasmo negli alunni.
Prof. ssa Alda Luana Di Dio

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Intervista al Professore Domenico De Masi Gli insegnamenti del coronavirus, nuove dimensioni di spazio e tempo, il telelavoro e tanto altro – di Giuliana Amata

Intervista al Professore Domenico De Masi
Gli insegnamenti del coronavirus, nuove dimensioni di spazio e tempo, il telelavoro e tanto altro.
fonte: giornale di sicilia
Il professore Domenico De Masi si occupa da quasi quarant’anni di telelavoro, fa ricerche, scrive libri, tiene convegni e conferenze in tutto il mondo, ma fin qui le sue teorie al riguardo sembravano delle improbabili, remote prospettive in un mondo quasi immaginario e futuribile alla Blade Runner. Fino a oggi, quando il Coronavirus ci ha costretti tutti invece alla quarantena forzata, in una incredibile situazione di lockdown a livello globale. E di telelavoro. L’abbiamo incontrato in videoconferenza, e intervistato per il nostro giornale.
«Questa pandemia ci ha costretto a una specie di immenso seminario, un corso di formazione accelerato a cui ha sottoposto alcuni miliardi di abitanti del pianeta. Chiaramente una situazione imprevista, che insieme al suo lato tremendo ha però alcuni aspetti perfino interessanti. Mi sembra che in questo seminario ci sia un docente, il virus, e tutti noi invece che siamo degli apprendisti. Non si era mai tenuto un corso di lezioni così inedito».
Cosa ci sta insegnando?
«Innanzitutto il rapporto tra il tempo e lo spazio. Prima eravamo abituati a uno spazio infinito, prendevamo aerei, treni, andavamo da un continente all’altro, e però il tempo ci mancava. Non avevamo mai il tempo per far le cose, per riflettere su noi stessi, per dedicarci ai nostri bisogni più radicali, più intimi, più personali; oggi all’improvviso questo insegnante inflessibile, che punisce tutti quelli che non imparano facilmente, e li punisce con la morte, ci ha fatto capire come è diverso quando abbiamo invece molto tempo a disposizione e pochissimo spazio».
Il coronavirus ha quindi stravolto un sistema di riferimento bimillenario spazio-temporale, che era già in parte entrato in crisi con l’era informatizzata?
«Sì, dobbiamo rimodulare tutte le nostre categorie essenziali dell’esistenza. Questa è un’altra cosa che tenta di insegnarci il virus: che il mondo è globalizzato. Tutti i sovranismi che stavano prendendo piede prima e che ci portavano a rinchiuderci addirittura con dei muri, staccionate e fili spinati nei nostri confini sono ridicoli, perché il virus scavalca i muri, i fossati e quindi noi dobbiamo rassegnarci al fatto, che può essere anche meraviglioso, di considerarci tutti abitanti di un unico grande villaggio, il villaggio globale di cui parlava McLuhan».
Dunque, secondo Lei, se cambiano lo spazio e il tempo, cambierà anche la nostra civiltà urbana?
«La città come l’ha usata la società industriale, non è la città millenaria, l’unica città che è stata pensata per l’automobile è stata Brasilia, di cui l’altro ieri ricorreva appena ora il sessantennio dalla fondazione. Tutte le altre città sono state pensate senza l’automobile, quindi sono state adattate, ma è stato un adattamento mal riuscito, perché costa traffico, inquinamento, stress».
Come risolvere il problema?
«Ridurre gli spostamenti, prima di tutto. Se almeno il 10% di noi resta in casa qualcosa si modifica. Se poi restassero in casa 50% delle persone a giorni alterni o addirittura tutti i giorni, il problema del traffico si risolverebbe. Il mio primo libro sul telelavoro è del 1993, in esso sintetizzavo alcune ricerche fatte negli anni precedenti. Quindi ci stiamo occupando di telelavoro in Italia da quarant’anni. Abbiamo fatto convegni, tante pressioni, articoli. Per avere da parte dello Stato che consentissero il telelavoro, perché le aziende lo adottassero.
Resta il fatto che il 1 gennaio di quest’anno c’erano soltanto 570.000 italiani che telelavoravano, quindi in 40 anni non avevamo ottenuto nulla. Poi in quattro settimane invece il coronavirus ha ottenuto che 8 milioni di italiani, pare siano queste le stime, stanno telelavorando. E stanno scoprendo che così risparmiano tempo, denaro, stress, che possono dedicarsi alla famiglia. Poi, ora c’è il coronavirus, ma se non ci fosse il virus potrebbero passeggiare, recuperare tempo. Le aziende a loro volta risparmierebbero sugli uffici, sui servizi, le mense etc e recupererebbero il 15-20 % di produttività. In città ci sarebbe meno traffico, inquinamento, meno spese per la manutenzione stradale: insomma, cambierebbe proprio la vita! Tutti questi vantaggi non sono stati sufficienti a convincere i capi ad adottare il telelavoro finora».
Ora che la gran parte di noi sta telelavorando, passata l’emergenza continuerà a farlo?
«La testa di quei capi è rimasta la stessa, perché volevano i dipendenti a portata di mano. C’è questa mania, controllarli attimo per attimo. Non appena la pandemia sarà finita questi 800.000 capi faranno di tutto per riportare i propri dipendenti in ufficio».
A scapito della produttività, però, se è vero che si sta già registrando un incremento produttivo proprio grazie allo “smart working” o “lavoro agile”.
«È vero, si calcola che sia del 20% l’incremento di produttività in più in questi giorni. Pensi quanto hanno danneggiato le aziende in questi anni. Inoltre si sarebbe potuto introdurre il telelavoro con calma, facendolo per bene: l’hanno dovuto fare precipitosamente. La stessa cosa vale per l’insegnamento. Quanto insegnamento si sarebbe potuto fare in teledidattica, e non si è fatto. E ora invece all’improvviso si è stati costretti a farlo, chiaramente in modo rabberciato, senza le dovute strumentazioni, con piattaforme differenti, perché non si era giunti preparati».
Professore De Masi, siamo già in recessione economica e la pandemia ha aggravato in modo drammatico questa situazione. C’è chi dice però che questa potrebbe essere l’occasione per creare un nuovo modello produttivo, una ripartenza, una sorta di boom economico post-bellico. Lei, Professore, cosa ne pensa?
«L’occasione sarebbe preziosa. Purtroppo, però, gran parte degli allievi non ha alcuna voglia di apprendere molto di quello che il virus sta cercando di insegnarci. Sicuramente la pandemia sarà un retrogusto, uno scenario che almeno nel nostro inconscio collettivo ci indurrà a comportamenti estremi. Saremo consumisti impauriti, o propendere verso una maggiore austerità, oppure propendere verso la cosa di dire “beh, fin quando son vivo è meglio che campo”, una sorta di “carpe diem”».
E dell’Italia cosa abbiamo imparato?
«Stiamo imparando tra l’altro che ci sono regioni d’Italia che sono talmente malate di consumismo e di lavoro che sono dispostissime a rischiare il contagio e morire, pur di continuare a lavorare e ad arricchirsi. E che tra il Nord e Sud esiste ancora una differenza enorme nel concetto di famiglia. Nel Sud non si usa mandare i vecchi in un ospizio, invece su oltre 4000 case di cura oltre la metà stanno al Nord. Molti vecchi lì sono stati esposti al contagio e sono morti in poche settimane. Mai come adesso ci siamo sentiti disuguali di fronte la morte, perché una cosa è essere un vecchio che sta in un ospizio, un’altra è essere una persona che ha una villa in campagna a totale riparo dalla pandemia».
E allora a chi tocca ridurre o eliminare tutte queste disuguaglianze, a livello sociale?
«Lo Stato è necessario, non possiamo cioè vivere senza una regia centrale, che tenga a bada le forze centrifughe delle varie regioni. Il coronavirus ci sta insegnando che di fronte alle tragedie non siamo tutti uguali: gli anziani, i single, i precari, i clandestini, gli homeless, sono veramente i più tartassati, non avendo alcun rifugio a cui appellarsi. In questi giorni stiamo imparando ancora che è importantissimo il welfare, senza il quale, soprattutto nei momenti di stasi nell’economia, alcune fasce della popolazione non potrebbero andare avanti altrimenti. Noi abbiamo criticato il reddito di cittadinanza, ma se in questi mesi non ci fosse stato tre milioni di persone sarebbero morti di fame o si sarebbero dati ad atti disperati. E invece un modo per resistere ai momenti difficili, lo invocano tutti ora, anche gli imprenditori».
Eppure in Italia, la martoriata sanità pubblica sta facendo miracoli…
«E’ importantissima la sanità pubblica. Anche in una regione come la Lombardia, dove sono stati dirottati gran parte dei finanziamenti pubblici alla sanità privata. Adesso invece ci si sta accorgendo che quella privata è un grande business e che nel momento di bisogno se non ci fosse la sanità pubblica morirebbe ancora più gente. Si sta comprendendo che “gli statali” non sono quegli infingardi, sfaccendati, i famosi furbetti del cartellino. Basti pensare al personale sanitario e a quanti medici e infermieri hanno perso la vita sul lavoro».
Altri insegnamenti che ci vengono da questa esperienza?
«Stiamo imparando anche quanto sia prezioso il volontariato, senza il quale molte persone isolate non sarebbero state aiutate. L’importanza delle competenze, perché non è vero che “uno vale uno”, un virologo in questo momento vale più di un avvocato, di un architetto o di un sociologo. E ancora quanto sono importanti i processi decisionali, che è difficile decidere quando si tratta di salvare o la salute o la democrazia o l’economia. E ci sta insegnando l’importanza della comunicazione, che deve essere precisa, tempestiva, né esageratamente abbondante né esageratamente deficiente».
Tante materie da studiare, in questo corso di formazione obbligatorio e super-accelerato.
«Purtroppo, però, gran parte degli allievi non ha alcuna voglia di apprendere molti degli insegnamenti che il virus sta cercando di darci. Siamo dei pessimi allievi. Man mano torneremo al modello di vita precedente, perché i capi sono gli stessi di prima. Ripartirà il consumismo, anche se per un paio di anni saremo pezzenti, ci saranno differenze più marcate, chi ci rimetterà sarà la classe media che dovrà comprimere i propri bisogni, ma il modello di vita resterà quello di prima. Non siamo diventati solidali in tre mesi, è impossibile».
Eppure forse in qualcosa ci sentiamo uguali, nella nostra fragilità, nell’essere impotenti, chiusi nelle nostre rispettive case, che apriamo quando siamo in videoconferenza, come adesso. Lei che ne pensa professore?
«La maggiore domesticità ha fatto sì che per la prima volta gli insegnanti abbiano visto le case dei loro allievi e viceversa. Questo sta accentuando le differenze, il fatto di entrare dentro le case e vedere come sono realmente. E questo è bello, però, perché toglie delle illusioni, e ci rende più umani».
Ringrazio il Professore De Masi e lo saluto con questa speranza. Che dalla lezione del coronavirus ci resti almeno questo tratto di umanità.
Giuliana Maria Amata

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