Siamo nel 1925. La Grande guerra ha portato via con sé da Enna tanti giovani di cui è rimasto solo il nome. Le lacrime dei parenti e degli ennesi non trovano un luogo che possieda la sacralità del dolore. Così la città dona ai vivi e ai morti un monumento dove il rito consolatorio possa trovar pace. Ernesto Basile, il genio dell’Art Nouveau che progettò il Parlamento italiano a Roma e il teatro più grande d’Europa a Palermo, lascia il suo segno d’architetto anche nell’allora Castrogiovanni. Se l’estro dell’ingegnere Panvini e della ditta Gregorietti ha impresso nelle sale sinuose della dimensione privata di Palazzo Militello un policromo floreale dove le trame del Mito tessono edenici affreschi di una natura in armonia con il mondo, il Monumento ai Caduti sceglie un’altra via. Nella sua monocromia dai tratti distinti nel chiaroscuro, l’opera pubblica del Basile si fa ieratica. Il Liberty nasce come uno stile vitale, organico, ispirato alla rinascita. Come poteva uno stile così sublime raccontare l’orrore delle trincee? La risposta è nell’armonia delle linee tracciate dal Basile, che qui cura le ferite di qualsiasi conflitto. L’opera dialoga con lo spazio circostante, nel cuore della Sicilia e del Mediterraneo, su uno dei punti più alti della nostra montagna. Se solo si immaginasse l’area del Castello di Lombardia affacciata su una scogliera, il monumento apparirebbe chiaramente come un faro. La luce che diffonde nel paesaggio circostante è quella di un monito visivo che urla: “Mai più!”. Oggi questo spazio si presterebbe a divenire un fondamentale simbolo di Pace. Dopo un secolo, siamo ancora vessati e impotenti dinanzi alla realtà violenta e quotidiana della guerra, percepita quasi come condizione umana permanente ed immanente. Abbiamo bisogno invece della pace, per la sua essenza trascendente. L’eleganza formale che Ernesto Basile ha impresso nel marmo di Enna compie esattamente questa magia: purifica il dramma, rifiuta la celebrazione del conflitto e restituisce alla comunità uno spazio di silenzio e riflessione. Spetta a noi, oggi, varcare quel piazzale non per guardare al passato con rassegnazione, ma per eleggere quel capolavoro dell’architettura siciliana a simbolo universale di dialogo, convivenza e pace per le future generazioni.

