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  • Cultura

Racconti di Enna – Luce di luglio – di Luca Alerci

Riccardo Luglio 23, 2026 5 minuti letti
luce di luglio

Luce di luglio
Alla fine degli anni Ottanta del Novecento, il primo grande rogo delle pendici della nostra
città-montagna scoppiò la mattina. Era una giornata funestata dalla luce tetra del vento
sahariano, anche se le temperature estreme di questi anni Duemila non si erano imposte, in
quello che era un clima ancora pienamente mediterraneo.
Ero solo a casa, non avevo ancora neanche il motorino che a quel tempo usavamo tutti per
muoverci per la città, ma erano appena diventate alla portata di tutti le mountain bike e ne
avevo una nuova, bellissima, che poi ho usato per quasi trent’anni.
Non si udivano molte sirene quella mattina, ma il cielo diventava sempre più funesto, più
oscuro, minaccioso e, ad un certo punto, il sole si oscurò quasi del tutto. L’aria sembrava più
un fluido denso e giallo che altro, una sostanza aliena. Presi il telefono e chiamai mio padre
che era al lavoro. Ero molto spaventato. Gli chiesi subito se aveva notizie di quello che stava
succedendo e lui, per tranquillizzarmi, mi disse che c’era un piccolo incendio ma che il vento
ne aveva trasportato il fumo sopra la città: “tu comunque resta a casa – mi disse – non uscire
che c’è tanta confusione”.
Quest’ultima raccomandazione un po’ mi insospettì, mio padre era ansioso per noi figli,
certamente, ma restava sempre razionale e lucido. La frase era fuori posto, tradiva una
malcelata tensione. Ne fui certo quando, affacciatomi da un abbaino sotto la mansarda, vidi
una colonna nera densa e vorticosa, l’alito di Lucifero. Doveva essere un rogo spaventoso,
altro che un piccolo fuoco. E ora? Dovevo chiamare di nuovo mio padre? Dovevo chiedere
che mi dicesse la verità? E per cosa, poi, per dargli ulteriori angosce? Sì, perché avevo ben
individuato dove si stava sviluppando l’incendio, proprio nel bosco che aveva contribuito a
fare nascere lui, con il suo ufficio, nella pendice sud est della nostra montagna: un intervento
di piantumazione molto esteso che stava consolidando il suolo argilloso sotto la rocca e,
nello stesso tempo, stava esaltando il valore paesaggistico di una pendice sino ad allora
spoglia e desolata.
E ora, sembrava evidente, tutto stava per scomparire in poche ore. Immaginai il volto
disperato di mio padre per quella sua creatura, e pensai a quei giovani alberi come fossero
bambini indifesi: sentivano il fuoco sempre più prossimo ma non potevano che aspettare
che li inghiottisse.
Quando, nell’inverno precedente, mio padre ci aveva portato a visitare il bosco che stava
crescendo velocemente, era molto orgoglioso. Era stata pure costruita una torretta per il
controllo del territorio, con una guardia che ci salutò dall’alto. Per l’occasione, mi ero portato
dietro un aquilone molto particolare, era in realtà una sorta di pallone sonda che scaldandosi
al sole saliva e saliva, e io lo tenevo con gioia grazie ad un lunghissimo filo. Lo avevamo
prenotato presso l’edicola di quotidiani del signor Monaco, che ce lo aveva messo da parte e
dove, quando arrivò, lo andai a comprare felice.
Fu un pomeriggio perfetto, tra panorami d’altura e rocche coronate da chiome di cipressi e
abeti: sognai che quel bosco, una volta diventati alti e robusti gli alberi, sarebbe stato il luogo
di ogni mio gioco, della scoperta, dell’avventura.
E invece stava andando tutto in fumo. In quegli anni non c’erano ancora interventi aerei di
spegnimento, e si affrontavano le fiamme, oltre che con le lance delle autobotti, grazie al
coraggio di operatori che intervenivano con flabelli antincendio in cuoio, palmo a palmo, su
versanti ripidi e scoscesi.
Per il grande bosco che dalla rocca scendeva fino a valle non ci fu niente da fare: ne
restarono solo lacerti, che ancora oggi si vedono, vicini ai viali tagliafuoco. Quando mio
padre tornò a casa era in lacrime: pur essendo un uomo che nascondeva le sue emozioni,
non riuscì a trattenerle, quella volta. Lo guardai senza dire neanche una parola. Presi la
bicicletta e corsi nel vento, bagnandolo di lacrime, calde e dense di rabbia.
Ieri sono andato da Francesco: cura l’edicola che fu del padre, il signor Monaco, con
impegno e amore. Ci conosciamo da una vita. Abbiamo discusso degli incendi ormai
diventati ricorrenti nelle nostre estati, sempre più devastanti per l’ambiente e per la città, veri
atti di terrorismo, crudeli, drammatici.
Ricordandomi di quel primo incendio di quarant’anni fa gli ho detto: “fu l’inizio di un nuovo
tempo, fatto di distruzione e morte”. Lui, che ha avuto sempre la capacità di leggere le cose
con tagliente ironia stavolta non ce l’ha fatta e ha ceduto allo sconforto: “i nostri figli
andranno via, cosa vuoi che facciano qui dopo che non siamo stati capaci di preservare
nulla per il loro futuro?”.
Dopo alcuni minuti di silenzio, gli ho chiesto se fosse arrivato il libro che gli avevo chiesto.
“Certo – mi ha risposto – eccolo qui.”
Luce d’agosto di William Faulkner, in una nuova traduzione, rispetto a quella che avevo letto
da ragazzo.
“Ciao Francesco – l’ho salutato uscendo. Forse sbagliamo però, forse i nostri figli capiranno
che c’è chi ha provato a salvarlo, il mondo che sarà loro, chi ha lottato.”
Mi ha guardato, un po’ impensierito, ma con un sorriso di velata speranza.
Luca Alerci
Luglio 2026

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Riccardo

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