Monte Navone, Piazza Armerina – Enna
Arroccato su un rilievo isolato, affacciato sul corso superiore del fiume Gela, Monte Navone è uno dei siti indigeni ellenizzati più affascinanti della Sicilia. La sua posizione dominante non era casuale: da lassù si controllava il territorio a perdita d’occhio, lungo le principali vie di transito dell’entroterra.
🏛️ Il sito si articola in due settori: un’acropoli a ovest e un’area abitata a est, organizzata con una planimetria regolare — strade e isolati che rispettano un impianto urbanistico ben strutturato. A protezione dell’insediamento, una fortificazione ad aggere, tipologia ben attestata nella Sicilia arcaica, con tracce d’uso fino all’epoca bizantina.
🏺Le necropoli distribuite sui versanti del monte hanno restituito tombe a camera, tombe a fossa e tombe con copertura a tholos, con corredi funerari di straordinaria varietà: ceramiche attiche e corinzie — kylikes, kothones e altre forme vascolari a vernice nera — accanto a produzioni locali a decorazione geometrica.
🕒 Il momento di massimo splendore si colloca tra la seconda metà del VI e gli inizi del V sec. a.C. Ma la frequentazione del sito abbraccia un arco temporale vastissimo: dalla preistoria fino al Medioevo, senza interruzione.
🔍 Nonostante l’interesse di grandi studiosi — da Paolo Orsi (1930) a Gentili, da Adamesteanu agli interventi degli anni Settanta — Monte Navone non è mai stato oggetto di scavi sistematici. Rimane dunque aperto un enigma affascinante: questo sito corrisponde alla Nakone ricordata da Stefano Bizantino? O alla Nomai indigena legata alle imprese di Ducezio?
❓ Una domanda che la ricerca non ha ancora risolto — e che rende Monte Navone ancora più prezioso, sospeso com’è tra storia e mistero. ✨Monte Navone ha, infatti, da sempre ispirato leggende, tramandate di generazione in generazione. Una di queste racconta di un re saggio, di una strega invidiosa, di un tesoro sepolto nei sotterranei di un castello e di una giovane regina che attende giustizia. È la leggenda raccolta e rielaborata da Sebastiano Arena ne Il tesoro di Monte Navone, 1999, specchio di una tradizione orale secolare che affonda le radici nell’identità più profonda di questo territorio.
✒️Perché ogni sito archeologico ha due strati da leggere: quello che restituisce la terra, e quello che conserva la parola. Di questo luogo, della sua bellezza silenziosa e del tempo che vi abita, parlano anche questi versi in vernacolo gallo-italico, dello stesso autore:
“M’ tr’mà l’arma e vosci ‘ntràs,
‘na grötta u vènt’ stutà i cannèli
e spruffunnànu tutti i tr’söri
intra ‘n p’r’tùsg a r’zzuddöi!
Ggh’ fu s’lenziu e f’nì d’ ciöv.”
da Sebastiano Arena, U tr’sör d’ Muntraöngh
“Mi tremò l’anima e volli entrare,
in una grotta il vento spense le candele
e sprofondarono tutti i tesori
dentro una voragine a ruzzoloni!
Ci fu silenzio e smise di piovere.”


