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  • Cultura

Abbiamo smarrito la cultura dell’amore? Ciò che resta è un cervello che cerca potere e non relazione? di Iva Marino

Riccardo Agosto 27, 2025 4 minuti letti
iva marino

Abbiamo smarrito la cultura dell’amore? Ciò che resta è un cervello che cerca potere e non relazione? di Iva Marino
Un maschile oggi che, incapace di amare, si rifugia in violenza, disprezzo e dominio… vogliamo crederci? Violenza digitale, un problema reale? Direi proprio di sì!
Il caso del gruppo “Mia moglie” non è solo una notizia di cronaca è il segnale di quanto la nostra società sia ancora impregnata di misoginia e cultura del disprezzo verso le donne. Qui non parliamo di goliardia ma di violenza digitale, di linguaggi e immagini che degradano e feriscono. Una totale assenza di etica della responsabilità. Dietro lo schermo “molti” si sentono liberi di fare ciò che non avrebbero il coraggio di fare nella vita reale, compagni perfetti, mariti esemplari. Oggi si assiste a messaggi in cui i corpi sono disincarnati e disincantati. È un’epoca questa in cui “il corpo come oggetto” mostra l’ombra del nostro tempo. L’archetipo del maschile, invece di custodire, divora, un cervello, quello dell’uomo, staccato dal cuore.
Eppure, esistono le cose belle, i tramonti romantici, le stelle che brillano! Una cultura distorta prende campo. La violenza digitale, nelle sue varie forme, oggi rappresenta una delle espressioni più insidiose del potere esercitato attraverso la tecnologia. Episodi come quelli del gruppo “Mia moglie” hanno mostrato quanto la condivisione non consensuale di immagini intime possa rappresentare non solo un atto di violenza concreta ma anche un trauma psichico che segna profondamente la vita delle vittime. Per comprendere la portata di questo trauma è utile affiancare, oltre a categorie giuridiche e sociali una lettura psicologica che attinge soprattutto da una visione simbolica.
Simbolo e violenza, un argomento accattivante ed il tema è quello dell’insieme di impulsi, desideri e pulsioni represse che vengono negati dall’Io cosciente. Il fatto è che ogni individuo e ogni collettività porta dentro di sé un lato oscuro della psiche, parliamo dell’Ombra. Il gruppo “Mia moglie” è una manifestazione collettiva di questa Ombra oscura, insidiosa, di uomini che, incapaci di integrare e riconoscere i propri limiti e desideri, proiettano sugli altri le loro frustrazioni, attraverso la violazione dell’intimità altrui. È proprio questo l’aspetto più delicato, un’intimità violata, uno squarcio di dolorosa realtà in cui viene meno la responsabilità dei propri istinti che anzi vengono trasformati in spettacolo pubblico, creando una comunità basata sul degrado e sull’umiliazione, ma vi è di più sono in 32.000, un numero inquietante che fa paura, in un rituale di condivisione dell’Ombra che diventa normalizzata è legittimata all’interno del gruppo stesso.
Anime violate quelle delle mogli che, quali vittime, per la scoperta di essere state “tradite” e ridotte a oggetto di consumo si aprono al mondo dell’esperienza traumatica, una visione archetipica di una ferita profonda. Non è solo la privacy ad essere compromessa è l’integrità psichica a subire una lacerazione, il trauma porta con sé un’impotenza profonda. La donna tradita sperimenta la frattura fra la dimensione dell’Eros che dovrebbe nutrire intimità e fiducia e la realtà dell’abuso che trasforma il legame in potere e dominio. Approfondendo, questo trauma si imprime come esperienza archetipica di inganno, di violazione del sacro relativa al legame amoroso.
Una dinamica perversa che mostra come l’Anima, (nella teoria Junghiana la componente femminile psichica presente nell’uomo) venga proiettata all’esterno, anziché essere riconosciuta e rispettata come dimensione relazionale- creativa, venga degradata a mero oggetto sessuale.
Questa riduzione rispecchia una difficoltà ad integrare la parte femminile interiore, trasformandola invece in possesso dominio e spettacolarizzazione, divenendo così le donne i contenitori dell’Ombra maschile, invece di interlocutrici autentiche “dell’incontro psichico tra maschile e femminile”.
Riusciremo a farcela? Il superamento della violenza digitale richiede non solo leggi e misure tecniche, ma anche un buon lavoro interiore. In chiave junghiana significa affrontare l’Ombra, riconoscerne la presenza e integrarla, senza più proiettarla sugli altri.
Per le vittime il percorso terapeutico assumerà il senso di una nuova individuazione, la possibilità di lavorare sulle memorie traumatiche, sul senso dell’ansia e della sfiducia, della vergogna, sulla compromissione della salute psicofisica, riconoscendo la propria forza interiore e ricostruendo un senso di valore per ciò che si è!
Per la società invece il lavoro consiste nel riconoscere i propri archetipi distruttivi, smascherare la complicità culturale con il sessismo e rielaborare collettivamente un rapporto più sano e rispettoso con l’intimità e la sessualità.
Il caso del gruppo” Mia moglie” è un segnale ineludibile. Ciò ci porta a chiamare le cose con il loro nome, a non banalizzare, normalizzare la violenza. Questo fenomeno è l’espressione di ferite psichiche profonde che toccano non solo le vittime ma anche la coscienza sociale nel suo insieme. Solo riconoscendo, integrando l’Ombra, rispettando l’Anima, ricostruendo l’Eros come “forza relazionale autentica” sarà possibile trasformare il dolore in consapevolezza e il trauma in possibilità di rinascita.
Dott.ssa Iva Marino

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Riccardo

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