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Dal 1 al 12 maggio a Ciminna (Pa) la mostra antologica “I cromatismi sottili” di Giorgio Puleo a cura di Massimiliano Reggiani

Riccardo Aprile 29, 2024 5 minuti letti

Dal 1 al 12 maggio a Ciminna (Pa) la mostra antologica “I cromatismi sottili”
di Giorgio Puleo a cura di Massimiliano Reggiani

28 aprile 2024

Primo maggio 2024: protagonisti i colori brillanti di Giorgio Puleo, con la sua nuova mostra nell’ambito della rassegna d’arte “Ciminna Contemporanea”.
“È con orgoglio – afferma Vito Mauro, presidente della Pro Loco di Ciminna, in provincia di Palermo – che abbiamo patrocinato e voluto quest’evento dedicato a Giorgio Puleo, artista figlio della nostra terra”.
“È nato infatti a Baucina – spiega – e prosegue nel segno di una continuità che da secoli vede Ciminna e il suo circondario come propulsori della vita culturale siciliana”.
“I cromatismi sottili” è il titolo dell’antologica curata dal critico Massimiliano Reggiani, che sarà inaugurata mercoledì 1 maggio alle 17:30 negli spazi del Polo Museale in Corso Umberto I, alla presenza dei sindaci, rispettivamente di Ciminna e Baucina, Vito Filippo Barone e Fortunato Basile.
All’evento, moderato dalla giornalista Marianna La Barbera, interverranno, oltre all’artista e al curatore, l’assessore alla Cultura del Comune di Ciminna Michele Avvinti e il poeta Saverio La Paglia.
Il pubblico potrà ammirare diversi dipinti che Giorgio Puleo realizza sovrapponendo materiali differenti, intrisi di pigmenti che lasciano tracce spontanee guidate però dalla sensibilità dell’artista.
Da questo raffinato gioco di sovrapposizioni traspaiono forme ed echi lontani, come immagini di una realtà vissuta ma corrosa dal tempo e velata dall’oblio.
“Giorgio Puleo nasce non distante da Palermo sulle colline ubertose dell’entroterra siciliano – afferma il curatore Massimiliano Reggiani – quel suolo fertile e ricco che guadagnò all’isola l’appellativo di granaio dell’Urbe”.
“Classico è il retaggio della sua arte – prosegue – in apparenza materica e informale ma in realtà maturata sulla percezione intuitiva del passato: l’artista Giorgio Puleo lavora con certosine sovrapposizioni di colori, stese direttamente o impresse sulla superficie come traccia di un gesto volontario, di un tampone imbevuto di pigmento; è una matrice che dà emozioni più pacate, meno violente di una pennellata”.
Da questo accenno si coglie come già l’intera ricerca dell’artista, che crea una pittura gentile e delicata, sia attenta agli effetti che il tempo esercita sulla materia.
In molte sue opere si intravedono macchie antropomorfe che spiccano sulla luminosità del fondo chiaro ma vengono subito coperte e parzialmente nascoste da un sovrapporsi di altri momenti cromatici.
In altri lavori, invece, i colori si organizzano più liberamente senza dover evocare la necessità di una forma.
I dipinti di Giorgio Puleo obbligano a una doppia lettura: la prima, più intuitiva, sull’equilibrio complessivo dell’opera che vibra davanti agli occhi dell’osservatore con un ritmo battente e nervoso, accostamenti improvvisi e impensati che accendono di riflessi e rimandi l’intera superficie.
La seconda, più riflessiva, spinge a ripercorrere la sedimentazione, il susseguirsi degli strati e l’adagiarsi di ogni colore sul precedente, con forme sempre nuove che lasciano però in evidenza larghi tratti della stesura sottostante.
Esiste quindi un gioco sottile tra l’osservatore e l’artista, quasi fosse una scoperta di figure celate, frammenti di storie e immagini dimenticate o erose da un logorio incessante ma non sembra sia questo il tema più significativo della sua pittura.
Vi sono tre elementi che rendono particolarmente accattivanti le opere di Giorgio Puleo.
Il bianco, la massima luce che diventa il luogo mentale della scena: l’osservatore trova nella campitura di fondo un ambiente conosciuto che può immaginare come primigenio e non estraneo alla propria esperienza.
È lo spazio delle possibilità, la dimensione in cui andrà a svolgersi l’evento della creazione.
Tutto quello che sta fra le origini e l’oggi è la somma degli interventi cromatici, senza bisogno che questi alludano a una rappresentazione qualsiasi.
Il bianco è sinonimo di appartenenza, il colore diventa così narrazione condivisa, memoria comune.
Il colore per Giorgio Puleo è dunque una realtà frastagliata che si poggia senza sbavature sul candore e sulla serenità del fondo.
L’artista lo stende grazie a continui appoggi con materiali diversi che imprimono – o meglio lasciano – un ritratto fisico della propria identità.
Sono elementi che diventano personaggi, caratteri, attori di questo teatro cromatico simile alla coreografia di una grande e complessa danza.
Il classico, invece, è l’emozione che prova chi osserva attentamente un’opera di Giorgio Puleo.
Basti immaginare le figure o i decori, dipinti e passati al forno, di un qualsiasi frammento ceramico dell’antichità; oppure un intonaco ripristinato e poi imbiancato, non una ma infinite volte, d’un qualsiasi muro abbandonato al sole mediterraneo o al salmastro vento di maestrale.
Solo un artista sensibile e attento e quasi timido, come appare Giorgio Puleo quando illustra una propria opera, avrebbe potuto ricreare – per trasmetterlo agli altri – il meccanismo, alimentato da curiosità e meraviglia, della propria conoscenza.
Giorgio Puleo ha vissuto nei grandi silenzi di una Sicilia antica colma di memorie, di echi, di rimembranze; ha abitato in un piccolo centro rurale, Baucina, e ha osservato il lavorio del sole e del vento sui muri ormai erosi, sui colori dilavati, sul ferro battuto un tempo smaltato di vernici brillanti.
“Tutto, per lui – conclude Massimiliano Reggiani – è rugginoso, fragile e al contempo affascinante: di storie passate, di eventi sconosciuti, di una memoria non più rintracciabile ma comunque presente al suo occhio attento, capace di farsi catturare da ogni piccola scaglia, da ogni muto frammento”.

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Riccardo

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