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Uisp: “Siamo tutti di serie A”: lo sport è anche questione di lavoro

Riccardo Novembre 7, 2020 5 minuti letti

“Siamo tutti di serie A”: lo sport è anche questione di lavoro

Su Collettiva Cgil, un articolo di Ivano Maiorella spiega perchè lo sport non è più un fenomeno unitario: c’è bisogno di una riforma

Lo sport è anche una strategia per combattere la pandemia ed è positivo che se ne parli spesso in questi mesi. L’emergenza ha fatto esplodere ritardi culturali e politici latenti da decenni, almeno nel nostro Paese. Ma quanti “sport” esistono? Lo sport per tutti come prevenzione, salute, socialità, espressività. Lo sport come intrattenimento e spettacolo, come il calcio dei diritti tv, quello dei superfenomeni, del tifo e dei campanili. Ma anche quello della Formula 1 e del tennis, tanto per capirci. C’è poi lo sport olimpico, quello delle medaglie, dei record, dei campionati delle federazioni nazionali e mondiali, del Coni e del Cio, dei campioni e della rivalità simbolica tra nazioni.

Tutti questi fenomeni, fanno ancora parte della stessa “famiglia”, oppure no? I nodi sono venuti al pettine proprio in questi mesi convulsi, nei quali il nostro Paese e tutto il mondo stanno combattendo una guerra globale contro la morte. Mesi di emergenza che comunque hanno mostrato le vene aperte di un fenomeno dai numeri colossali, capace di incidere sull’economia italiana, sui posti di lavoro, sugli stili di vita, sui consumi culturali e sui media. Qualche dato, ripreso da fonti Istat e Coni: in Italia i praticanti sono 20 milioni 738 mila, le società e associazioni sportive iscritte al registro Coni sono 95.000, i tesserati alle Federazioni sportive 5.650.000 e quelli agli enti di promozione sportiva sono 7.716.000.

I posti di lavoro generati da questo mondo vengono stimati in circa un milione e sono stati 141.458 i collaboratori sportivi che in questi mesi hanno ricevuto un’indennità. A fronte di questo movimento in regolare espansione, rimane il cruccio di un’Italia ancora in poltrona rispetto agli altri paesi europei: siamo 26esimi nella classifica Eurobarometro, ovvero agli ultimissimi posti, con il 72% di sedentari, a fronte di una media Ue del 46%.In sintesi: il fenomeno sportivo negli ultimi tre decenni si è ingigantito e lo sport in quanto mentalità e cultura per promuovere salute, benessere e socialità ha fatto grandi passi in avanti.

Lo sport è diventato un valore sociale ed economico con molte facce. Eppure il basamento legislativo dello sport italiano risale al 1942, una legge pre-Costituzione che rappresenta l’atto costitutivo del Coni. C’è scritto che il Coni “coordina e disciplina l’attività sportiva comunque e da chiunque esercitata”. Se andava bene ottant’anni fa, oggi non è un po’ esagerato e anacronistico? Ci sono stati, nel corso degli anni, interventi legislativi che ne hanno modificato aspetti specifici, non l’ossatura. E l’ordinamento giuridico dello sport, in buona sostanza, ha continuato a coesistere con quello dello Stato, pur in presenza di sostanziali modifiche quantitative e qualitative del fenomeno nel suo complesso.

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I vari tentativi per provare a riformare il sistema sportivo sono sistematicamente naufragati: perché? L’attuale situazione ci dice che la parola “sport” è diventata inadeguata, ambigua e inattuale per definire un fenomeno sociale che si è dilatato, assumendo forme e tendenze che attraversano tutte le fasce sociali e le età. Ci dice anche che il modello Coni, legittimamente architettato sull’asse reclutamento-selezione-avviamento è un modello vincente a livello olimpico ma insufficiente ad affrontare il problema sedentarietà e sani stili di vita per tutti.

Ci dice che lo sport non può più essere considerato un fenomeno marginale ma unitario, perché l’orizzonte strategico del quale è portatore (educazione, salute, inclusione, diritti…) è così ricco di significati che ha bisogno di politiche pubbliche e progettazione a livello statale. Ci dice infine che il tema lavoro non può più essere trascurato o marginalizzato: riguarda la dignità e i diritti delle persone. Così come quello della governance. Non è un caso se l’Uisp, una delle più grandi associazioni di promozione sportiva e sociale del nostro Paese, con una lunga storia di valori e difesa dei diritti alle spalle, al senso di responsabilità e all’impegno di rispettare rigidamente le regole dei Dcpm che si sono susseguiti, ha unito un doppio allarme lanciato alle istituzioni e al governo.

Il primo riguarda la richiesta di valutare il comparto sportivo da più punti di vista e di non chiudere tutte le attività: “Sul terreno del lavoro si rischia di vedere vanificati gli importanti sforzi fatti da questo governo per ciò che riguarda i collaboratori sportivi e che hanno permesso a costoro di emergere dall’invisibilità”. E, a proposito di governance, unitariamente con altri enti di promozione sportiva, ha chiesto che non venga bloccato il progetto di riforma dello sport: “sono molti anni che il movimento sportivo è in attesa di una riforma di sistema che metta le basi per valorizzare le grandi energie sociali che lo sport è in grado di liberare. La legge delega 86/2019 ha avuto il merito di aprire in tal senso aspettative importanti, soprattutto per ciò che riguarda il riordino del sistema sportivo attraverso la definizione netta dei compiti e degli ambiti di attività dei diversi organismi sportivi”. Senza girarci troppo intorno: pari dignità tra sport per tutti e sport di vertice, compiti precisi per ognuno dei soggetti in campo, attenzione e risorse per l’associazionismo sportivo sociale e del territorio. Quello sportivo è un ambito di interesse nazionale, è compito dello Stato determinarne un moderno ordinamento giuridico ed assumersi la responsabilità di un indirizzo chiaro. (di Ivano Maiorella. Fonte: Collettiva.it)

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