TESORI di ENNA, La chiesa di San Michele Arcangelo: la storia.

TESORI di ENNA, La chiesa di San Michele Arcangelo: la storia.

Fonti storiche tratte dalla tesi di Laurea redatta nel 1994 dal Titolo LA CHIESA DI S. MICHELE A Enna. PROGETTO DI RESTAUTO E DI RIFUNZIONALIZZAZIONE. RELATORE PROF. BOSCARINO ALLIEVI ARCH. CONTINO G. MUGABERO R.

La chiesa di San Michele Arcangelo è stata edificata nel XVII secolo, ma la sua storia parte dall’anno 859 con la conquista araba della città. Secondo la tradizione nell’area sorgeva una moschea, la prima fatta costruire dagli arabi “la maggiore dell’epoca – risalente al dominio musulmano – che simboleggiò la preminenza politica e religiosa degli invasori”. Lo apprendiamo dalla Storia di Enna in “Castrogiovanni Urbs Inexpugnabilis”, scritta da Giuseppe Candura nel 1979, pubblicata a cura del Rotary Club. “È probabile – afferma Rocco Lombardo in un suo scritto – che la chiesa sia sorta subito dopo che la Sicilia passò, verso la fine del secolo XII, sotto la dominazione normanna, giacché risultava già esistente nel 1308, essendo stata inclusa nell’elenco delle chiese ennesi tenute a pagare la decima al Vaticano”.
“Non molto tempo dopo – afferma ancora Lombardo – le fu affiancato un monastero dell’ordine Benedettino, intitolato a San Michele, che si manteneva con le donazioni e i lasciti dei fedeli, monastero che fu ampliato grazie alla generosità della famiglia Leto Grimaldi, baroni di Capodarso e Priolo, che oltre le elargizioni in denaro, nel secolo XVI donarono la torre e altri ambienti del loro palazzo signorile che sorgeva accanto al complesso monastico”. A metà del Settecento la chiesa fu soggetta, assieme al monastero, a numerose opere di ristrutturazione, affidate all’architetto Vito Mammana di Regalbuto, che si avvalse di vari collaboratori, tra cui un Giuseppe Mammana e Pietro Urso. Ettore Liborio Falautano, nel suo lavoro sulla storia di Enna, del 1909, parlando di questa chiesa la definisce “bello edifizio di forma rotonda, specificando che fu fabbricato nel 1756” e che “dapprima le monache si servivano di una chiesetta, di gotico stile, di cui si osservano le vestigia”, oggi difficilmente individuabili. I lavori avviati dalle monache, sia per aderire alle tendenze spaziali degli edifici religiosi barocchi portate avanti in Sicilia dall’architetto siracusano Rosario Gagliardi (1698 – 1762) sia per soddisfare esigenze liturgiche, prevedevano una pianta centrale ellittica sul cui asse maggiore venivano a contrapporsi da un lato l’ingresso, formato da un vestibolo rettangolare di modeste dimensioni, e dall’altro l’abside consistente in un presbiterio di forma semicircolare. A conclusione delle opere la chiesa assunse la forma attuale, tipica di molte chiese benedettine dell’epoca, che, come dice Carmelo G. Severino nel suo libro ‘Enna, città al centro’, “si distingue per la sua tipologia a pianta centrale ellittica, innovativa per Enna, più raccolta grazie alla sua superficie non ampia, in grado di far apprezzare egregiamente lo svolgersi della preghiera comunitaria nonché l’ascolto della predicazione liturgica”.
Architettonicamente, all’interno, presenta una volta che ripete arditamente le forme curve del pavimento ed ha sei altari laterali, tre per lato, e un altare maggiore decorato con vetro colorato ad imitazione del marmo, oltre a una cantoria munita di sinuosa elegante ringhiera e raggiungibile da un “corridoio”, con andamento curvilineo collegante gli ambienti del monastero.
La facciata, recentemente restaurata, è considerata da alcuni scrittori locali “di stile coloniale spagnolo” in voga a metà Settecento, quando la chiesa subì un totale rifacimento, ricorrendo ad una tipologia impropria, dal momento che lo “stile coloniale spagnolo ben si adattava ad architetture sorte nei territori del Continente Sud Americano dove i colonizzatori europei diffusero il linguaggio dei Paesi d’origine, fondendolo con quello locale”. Così Rocco Lombardo in uno approfondito studio.
Lo stile tardo-barocco del prospetto richiama i coevi edifici sorti in Sicilia dopo il terremoto del 1693, specialmente quelli catanesi, diffusi ad Enna dalla schiera di artisti e maestranze provenienti dalla città etnea, attivi proprio a metà Settecento anche nella nostra città. Splendidi esempi di elementi architettonici barocchi, si possono ammirare, per esempio, sia al Duomo sia nella chiesa di San Marco. Anche la loggetta, destinata ad ospitare le campane, esistente già dal 1817, conclude graziosamente in altezza il prospetto, il cui schema lo troviamo riprodotto nelle facciate delle chiese di Santa Chiara e di San Benedetto (ora santuario di San Giuseppe), e che ingloba un elegante portale architravato, con sovrastante targa commemorativa, una finestra protetta da ringhiera a petto d’oca e un finestrone, con cornici finemente decorate.
All’interno ricca è la decorazione ornamentale: volute, pinnacoli, conchiglie, festoni, testine alate ed inoltre pregiati quadri di opere pittoriche, alcuni con ricche cornici. L’originario pavimento ellissoidale, eseguito tra il 1761 e il 1765, in mattonelle in ceramica di Caltagirone fu fornito da mastro Antonio Brandino che si avvalse dei disegni originali dell’architetto Vito Mammana. Data l’usura e la vetustà, il pavimento è stato rifatto alla fine degli anni ’50, riprendendo l’antico disegno, il cui decoro, con motivi di tralci di gusto barocco, è stato ridisegnato magistralmente dall’allora giovanissimo maestro d’arte Giuseppe Marzilla, a cui il direttore della locale Scuola d’Arte, prof. Luigi Cascio, affidò l’impegnativo incarico. Dalla fornace di un valente ceramista di Santo Stefano di Camastra, vennero prodotte ben 5500 mattonelle, sotto la direzione dello stesso Marzilla. La chiesa, da oltre vent’anni chiusa, è stata riaperta dopo i primi lavori di restauro e messa in sicurezza, il 25 e 26 marzo 2017, in occasione delle Giornate di Primavera FAI, e nella ricorrenza del 30ennale di attività del FEC (Fondo Edifici Culto), cui San Michele fa parte insieme alle chiese di San Marco e del Carmine. “Il Tempio e il Monastero sotto il titolo dell’Immacolata Concezione e di san Michele Arcangelo – ha sottolineato in più occasioni Rocco Lombardo – sono un gioiello d’architettura araba normanna, uno scrigno d’arte che si spera possa diventare totalmente fruibile in tempi brevi. Un bene da custodire e valorizzare”.
(Per approfondimenti vedasi quanto pubblicato su www.ilcampanileenna.it)
Salvatore Presti

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