Tesori di Enna, la chiesa del Sacro Cuore di Gesù e il quartiere del Popolo

Secondo qualche studioso ennese, in questo rione sorgeva la porta del Sole spostata dalla zona di S. Chiara quando la città si cominciò a espandere.
Il Quartiere del popolo inizia la sua formazione nel 1700 circa quando nella parte ovest della città iniziarono gli sbancamenti vicino al Monastero di Santa Maria del Popolo esistente già dal 1550. Esso stesso era stato accorpato a una torre di avvistamento del 1300 che in quel luogo proteggeva i campi dall’invasione nemica. Il quartiere si estende dalla Piazza Balata (ora piazza Matteotti) il cui nome derivava dall’arabo “Balat” che indicava una lastra di marmo a mo’ di pulpito dove erano venduti gli schiavi al pubblico incanto, fino ad arrivare al Monastero di Santa Maria del Popolo oggi gran parte occupato dall’Istituto Regionale D’arte .
 Il Quartiere prende il nome dal Monastero delle suore Carmelitane Scalze che vivevano di vita claustrale, è un bel giorno a metà del 1800 trovandosi in ristrettezze economiche anche per quando riguarda la propria esistenza non avendo i soldi per acquistare il cibo, decisero di chiedere aiuto agli abitanti del quartiere che nel frattempo si era completamente formato attorno al Monastero, il popolo rispose con un gesto di enorme generosità facendo delle donazioni molto cospicue e dei lasciti altrettanto generosi, che le monache non solo poterono comprare del cibo e altri beni di prima necessità, ma vista la grande “ricchezza” trovatasi, fecero restaurare la chiesa e aprirono la stessa al culto da parte dei fedeli, fino a quel momento la cappella era utilizzata per uso interno del Monastero e per ringraziamento a tutti gli abitanti del quartiere, intitolarono la Statua della Madonna finora intitolata Santa Maria a Santa Maria del Popolo, da quel momento il quartiere si chiamò Quartiere del Popolo.
In seguito le suore dopo l’unità d’Italia furono mandate via e al loro posto arrivarono i militari del neo Regio Esercito Italiano che confiscarono i locali dell’ ex Monastero per istallare una caserma con il nome di “Panzera” e una colombaia di piccioni viaggiatori che trovandosi in un altopiano riuscivano ad avere una visuale libera per il volo.
 Finita la seconda guerra mondiale, una parte del monastero diventò Scuola e la parte rimanente fu utilizzata come ricovero di famiglie che non possedevano più la casa, questa situazione si è protratta fino agli anni ’70 del ‘900.
Il Quartiere in origine aveva abitanti di ceto molto modesto vi erano minatori, carrettieri e agricoltori.
Le case erano basse massimo due piani alcune case avevano i “bagli” o cortili, dove entrando da un portone molto grande, si accedeva a uno spazio acciottolato con le tradizionali “cuticchie” o sassi da fiume, di solito vi si trovava una fontanella in pietra lavorata e nel piano basso le stalle o i “catoi” che sono gli attuali sgabuzzini o cantine, circondate da scale in pietra che portavano alle varie case.
Altre case avevano nel piano basso i “putii” o botteghe, piccoli negozi a gestione famigliare che erano “a putia do pani e da pasta” o generi alimentari, “u Scarparu” il calzolaio, “u Varbiri” il barbiere “u Virduraru”il venditore di frutta e verdura, “u Fallignami” il falegname, ”u Vinaluru” l’oste.
Per la strada sorgevano alcune fontanelle per prelevare l’acqua perché la zona era sprovvista d’impianto idrico e bisognava andare a prendere l’acqua con delle “Quartare” o brocche di terracotta per uso domestico.
Per illuminare la strada esistevano delle lampade a petrolio che la sera erano accese da un addetto al servizio illuminazione detto “u Lampiunaru” cioè colui che accende i lampioni, e che la mattina aveva il compito di spegnerli.
Nella strada passavano soltanto carretti a cavalli o muli, il selciato era tutto in terra e cuticchi.
I bambini correvano per le strade liberi poveri ma felici, nell’aria si sentivano i vari odori delle massaie che cucinavano pietanze prelibate aspettando i mariti al ritorno dal lavoro. Il quartiere aveva anche una grande vocazione religiosa iniziando dalla chiesa di S. Cataldo (foto) una delle più importanti e più ricche della città dove i sacerdoti che erano nominati Parroci erano personalità del mondo ecclesiastico ricevevano oltre al titolo di parroco alcuni titoli baronali quasi tutti erano laureati e dottori in teologia la maggior parte diventavano Monsignori, per diventare parroco dovevano sostenere un esame di concorso e chi era il più istruito, era nominato parroco con solenne presentazione ai fedeli da parte del Vescovo. Senza dimenticare le vocazioni sacerdotali che il quartiere ha avuto da sempre, da qui sono usciti moltissimi sacerdoti, frati e monache.
Non voglio dimenticare i personaggi illustri del quartiere come il medico condotto il Dott. Pietro Farinato (foto) uomo di vita esemplare e di qualità ineguagliabili curava con amore i poveri e da persona agiata morì povero e solo dopo avere speso la sua vita per gli altri, fondò inoltre l’Ospedale cittadino. Altra personalità del quartiere e senza dubbio il Prof. Luigi Cascio che nel 1943 dopo l’arrivo degli alleati chiese al comando del Governo Provvisorio Americano (A.M.GOT) di potere istituire una Scuola D’arte e Mestieri nei locali abbandonati dell’ ex Colombaia Militare, ottenuto il permesso con grandi sacrifici e difficoltà riuscì ad aprire una Scuola che potesse insegnare ai giovani l’Arte del legno e del Ferro, la scuola fu intitolata a suo fratello Mariano Cascio caduto il 16 febbraio 1917 a soli ventitré anni nel primo conflitto mondiale.
Termino dicendo che tutti dovremmo rispettare i nostri quartieri e la nostra città di Enna perché essa è ricca di storia e di storie di ognuno di noi che non si possono cancellare con un colpo di spugna.

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