Sport Estremi L’ennese Antonio Alongi nella storia del podismo internazionale, giunto quinto alla 34esima edizione della Marathon des Sable lo scorso 12 aprile

L’ennese Antonio Alongi nella storia del podismo internazionale, giunto quinto alla 34esima edizione della Marathon des Sable lo scorso 12 aprile

Accoccolato in una tenda berbera, nella notte buia del deserto del Sahara, con un cielo stellato immenso sopra i suoi pensieri, le sue speranze, le sue preghiere forse…
Questo quello che avrà provato Antonio Alongi, trentenne emigrato a Milano per lavoro già da molti anni, ma con la passione da sempre della corsa, durante le notti fredde del Sahara, nell’unico momento di ristoro dalla gara, senza alcun confort, nemmeno un bagno degno di questo nome. “Si tratta di una tenda berbera – ci spiega Antonio – perché è come quella dei popoli nomadi del deserto, composta semplicemente da un tappeto sopra il quale distendersi, un telo aperto sui due lati e uno sopra a coprirne la struttura, e nulla di più… E in questa edizione le temperature sono state particolarmente rigide di notte, con una forte escursione termica tra giorno e notte, quindi”.
Una corsa che ti toglie il fiato, la fame, il sonno, quella della Marathon des Sables, e più parliamo con Antonio più ci rendiamo conto che questa gara in realtà non è fatta semplicemente di piedi, di gambe buone e di fiato, ma ancor più di testa, e di cuore. “È vero – ammette – la cosa più difficile da comprendere della MSD è proprio questa, che si tratta di una gara di resistenza sia fisica che mentale, e bisogna per questo motivo cercare l’equilibrio tra confort e velocità, rinunciando a tutto il superfluo pur di poter acquisire in prestazione e guadagnare in tempo”. Il tempo, un tempo che sembra forse neanche passare in quei paesaggi così fuori dai nostri orizzonti, così mutevoli e cangianti eppure così tutti uguali.
“In questo i marocchini sono certo avvantaggiati rispetto a noi europei ed occidentali in genere, perché conoscono molto bene il deserto, nel quale hanno anche la possibilità di allenarsi, provandone la sabbia, e sperimentando percorsi alternativi e scorciatoie che noi ovviamente non conosciamo!”
Come ci si orienta nel deserto? – chiedo.
“Per orientarsi il percorso è tracciato ogni 500 metri circa con delle balise o sassi colorati, di notte con degli stick fluorescenti. Durante la seconda tappa, caratterizzata da 13 chilometri di dune in quel pezzo non c’erano balise ed io, essendo in testa, ho dovuto percorrerli orientandomi solo con la bussola”.
Comprendo sempre di più come durante la gara pure i nervi sono messi a dura prova, anche perché le comunicazioni con il mondo esterno sono molto limitate e ai concorrenti è concesso di mandare una sola mail al giorno. E manca la parola di supporto e il calore di casa.
Oltre a questo, a volte la pioggia, ma molto più spesso il vento, infastidiscono i concorrenti in gara, e persino nei loro pochi momenti di riposo in tenda. È una lotta contro la forza stessa della natura, insomma, molto spesso difficile da domare. Come quando già alla prima tappa una spina – mi racconta – gli si era conficcata nel piede bucandogli persino la suola, ma che Antonio è riuscito a estrarre senza troppe conseguenze negative.
Il tracciato della Marathon des Sables quest’anno prevedeva 226 chilometri distribuiti in cinque tappe, da El Borouj sino a Est Jebel Zireg, più una tappa conclusiva non cronometrata di soli sei chilometri, ma obbligatoria per tutti i partecipanti e i cui proventi vanno ad iniziative umanitarie dell’Unicef in Africa.
La leggendaria maratona nel deserto, giunta quest’anno alla sua 34esima edizione, si svolge tutta rigorosamente sulla sabbia sahariana durante il giorno e a volte anche di notte, come nel caso del cosiddetto “tappone” da 76km che Alongi in questa edizione ha condotto in testa per quasi tutto il tempo, finendo poi con un terzo piazzamento.
“Proprio durante questa tappa, a un certo punto mi sono persino venuti i crampi allo stomaco a causa dell’alto sforzo a cui avevo sottoposto il mio organismo, ma proprio per questo non riuscivo neppure più a mangiare nulla, e l’acqua che mi ero razionata a filo, dico, ha potuto placare a stento, la mia sete in quel momento di dura fatica”.
Hai mai pensato di mollare, Antonio?
“No, in verità, no. Sai, mi ero presentato alla MDS con l’intenzione di migliorare il mio precedente risultato, quando mi ero posizionato dodicesimo in assoluto, e di rientrare nella top 10, cosa che sono abbondantemente riuscito a fare piazzandomi addirittura quinto su 800 partecipanti, primo degli europei e davanti ad atleti professionisti, tutti marocchini. Il vincitore di questa edizione è Rachid El Morabity e colui che mi ha preceduto invece, Abdelkader Elmouaziz, ha vinto maratone come Londra e New York e detiene anche il record di maratone corse sotto le 2h10’. Questa per me quindi è una vittoria per davvero, anche se è un podio mancato per un soffio, sarebbe proprio il caso di dire così nel deserto…”
A chi vuoi dedicare questo ottimo risultato? – chiediamo infine ad Antonio, che per correre la Marathon des Sables ha dovuto prendere ferie da lavoro (è di professione macchinista di treni NdR) e che per allenarsi ha corso per sei mesi al parco Lambro, alla periferia Nord Est di Milano, con un microclima umido e freddo certamente molto diverso da quello del Sahara marocchino – “sicuramente a mia moglie Veronica, anche lei di Enna, che mi è sempre stata accanto e che da sempre mi ha supportato in questa avventura a mio figlio Giulio, che oggi ha appena un anno, ma che spero un giorno di poter portare con me a correre nel deserto, al mio preparatore atletico Riccardo Zaccaria e al mio massaggiatore Carlo Tropeano, e poi ovviamente alla mia famiglia e agli amici. Ma soprattutto – aggiunge con una nota di malinconia e amarezza vera – la voglio dedicare a tutti coloro che non hanno creduto in me e non hanno voluto sponsorizzarmi, la maggior parte purtroppo. Grazie alle loro porte in faccia oggi questa vittoria suona ancora più importante per me. Spero tuttavia di trovare qualcuno che vorrà in futuro scommettere su di me, altrimenti sarò costretto a rinunciare alle prossime edizioni della gara, e sarebbe davvero un peccato, non credi?”

Concludo l’interessante chiacchierata con Antonio con la promessa dunque di essere lì anch’io nel deserto del Sahara, se ci sarà una sua prossima volta alla Marathon des Sables, per fargli le domande in presa diretta – ammette infatti di conoscere già il “mal d’Africa” e i suoi effetti prolungati nel tempo, che ti spingono a ritornarci appena possibile…
Speriamo proprio trovi questo sponsor, adesso.

Giuliana Maria Amata

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