Sicilia Ghost Story, favola nera

Sicilia Ghost Story, favola nera!
Ivan Scinardo
E’ il bosco lo scenario naturale di questo straordinario capolavoro filmico, sostenuto dalla Sicilia film commission, che ha aperto la 56esima edizione della “Semaine de la critique” al festival del cinema di Cannes, in Francia, presentato dai registi e dall’intero cast al cinema Rouge et noire di Palermo. Lo ha evidenziato il dirigente dell’ufficio speciale per il cinema e l’audiovisivo della regione siciliana Alessandro Rais, questo è il primo film in assoluto a essere girato nel parco dei Nebrodi. La sceneggiatura si incontrata perfettamente nella luce del direttore della fotografia Luca Bigazzi e nel montaggio di Cristiano Travaglioli. Guardando il film ho rivissuto i luoghi che mi descriveva una persona a me molto cara, l’avvocato Gaetano Rizzo Nervo, scomparso qualche anno fa a oltre 90 anni, primo proprietario di quella incredibile baita sospesa fra sogno e realtà che è villa Miraglia, che segna quasi la vetta del parco. Spesso ci incamminavamo all’interno con i cavalli o con i fuoristrada, per raggiungere i laghi Maulazzo e Biviere. Sono certo che i due registi Piazza e Grassadonia sono rimasti incantati, come me, dalla bellezza di questi paesaggi incontaminati, raccontati per la prima volta anche negli inquietanti scenari notturni. Il bosco, nel film, sembra incantato, e i protagonisti, Giuseppe e Luna, Gaetano Fernandez e Julia Jedlikowska, al loro esordio, a volte si perdono nel sogno, che, come si sa, ha un forte significato psicologico. Nel simbolico significa che abbiamo perso la strada, senza alcun punto di riferimento, non è un caso che nel parco dei Nebrodi in passato ci siano state molte persone che si sono perse. L’interpretazione onirica porta la mente a emozioni di ansia e preoccupazione. La stessa che vivi nel film Sicilian ghost story, una storia di mafia che si trasforma in un sogno d’amore e in una favola nera. Non è un film per ragazzi, si intende, i registi come avvenuto per il film “Salvo”, in cui descrivevano un miracolo, qui raccontano fatti incredibili, fatti di ferocia inaudita. Colpisce la lunga sequenza rallentata dei brandelli di corpo sciolti nell’acido dispersi nel lago, così come la scena iniziale e finale in un cui la camera indugia nei dettagli della roccia, comune denominatore della cantina di Luna e della prigione di Giuseppe. I disegni della bravissima scenografa Laura Inglese, anche ei palermitana, riprodotti sui muri della cameretta della ragazza, rievocano un vortice di rami e cespugli che richiamano i graffiti delle grotte che si trovano vicino al villaggio di Montignac nella Drdogna a sud della Francia. E poi c’è il gufo che con il suo sibilo simile a un sonar accomapagna una colonna sonora di musiche ricercate e suggestive. Il rapace non è il solo protagonista; c’è un pitbull che sbrana e sparge ovunque nel bosco ciò che resta del contenuto dello zaino del piccolo Giuseppe. Il cane è come i carcerieri, crudeli e spietati. Strepitosa, come sempre, l’interpretazione dell’attore palermitano Filippo Luna. Inquietante la figura della madre del piccolo rapito. Sempre di nero e in preda alla follia dietro le finestre opache come a rievocare un fantasma, da qui lo spunto probabilmente per il titolo.

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