Riforma Costituzionale: L’Opinione di Massimo Greco

Quel potere di veto garantito alle regioni a statuto speciale

Massimo Greco

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La riforma costituzionale prevede che la revisione del Titolo V si applichi alle regioni a statuto speciale solo dopo una specifica modifica dei loro statuti. Lo stato riconosce così agli enti territoriali autonomi un ingiustificato potere di veto. Possibili conseguenze sulla politica finanziaria.

Titolo V e regioni a statuto speciale

Le note esigenze di contenimento della spesa pubblica, che hanno imposto una politica finanziaria accentrata ed equamente restrittiva sull’intero territorio nazionale, lasciavano pensare a un’accelerazione del processo di omologazione tra le regioni ordinarie e quelle speciali. Soprattutto se la questione è affrontata in una riforma della Costituzione che mira a sottolineare l’interesse nazionale a coltivare gli impegni assunti con l’Unione europea. Ma non è così. La parte relativa alla cosiddetta contro-riforma del Titolo V della Costituzione, infatti, non entrerà immediatamente in vigore nelle cinque regioni a statuto speciale. Il comma 13 dell’art. 39 del disegno di legge costituzionale sottoposto a referendum così recita: “Le disposizioni di cui al capo IV della presente legge costituzionale non si applicano alle Regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese con le medesime regioni e province autonome (…)”. Le disposizioni di cui al capo IV della proposta referendaria, tutt’altro che secondarie, concernono la soppressione delle province, l’individuazione delle materie di competenza esclusiva dello stato e delle regioni, l’inserimento dei principi di semplificazione e trasparenza nell’esercizio delle funzioni amministrative, l’aggiornamento delle disposizioni sul federalismo fiscale, l’inserimento di limiti agli emolumenti degli organi regionali e l’introduzione dell’equilibrio di genere nella rappresentanza. In sostanza, nelle regioni a statuto speciale alcune parti della nuova Costituzione entrerebbero in vigore solo a seguito di revisione dei rispettivi statuti. Ma questi potranno essere adeguati soltanto sulla base di “intese” con le stesse regioni e province autonome, alle quali è così lasciata una incondizionata discrezionalità sui tempi di revisione e soprattutto sul merito delle modifiche da apportare agli statuti. Se la Costituzione vigente richiede oggi alla regione un “parere” – non vincolante – su modifiche allo statuto regionale di iniziativa governativa o parlamentare (legge costituzionale n. 2/2001), la legge di revisione costituzionale prevede la preventiva – e vincolante – “intesa” con la regione.

Un sostanziale potere di veto

Appare inconcepibile, specie sul piano finanziario, non avere previsto l’immediata applicabilità anche alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di quanto previsto dal nuovo art. 119, comma 4, in ordine agli standard oggettivi di costo e fabbisogno che dovrebbero parametrare il futuro trasferimento di risorse finanziarie in via generale a tutte le istituzioni territoriali e autonome della Repubblica. Ora, se è certamente vero che gli statuti delle regioni speciali, adottati con legge costituzionale, ne garantiscono le particolari condizioni di autonomia secondo quanto disposto dall’art. 116 della Costituzione e che l’adeguamento da parte di queste regioni a regole stabilite unilateralmente con legge ordinaria dallo stato non è ipotizzabile pena la violazione del principio di gerarchia delle fonti, altrettanto vero è che nessuna violazione dell’art. 116 sarebbe configurabile in presenza di regole introdotte nell’ordinamento attraverso fonti legislative con il medesimo rango costituzionale. L’immotivata disparità di trattamento tra le due tipologie di regione, fa sorgere spontanea una domanda: la maggioranza parlamentare che ha approvato le disposizioni, peraltro con procedura legislativa aggravata dalla doppia lettura in entrambi i rami del parlamento, è consapevole di avere creato questo solco istituzionale nel contesto di una riforma dello “stato regionale” orientata verso il “centro”? Può mai essere considerata una scelta premeditata e ponderata quella di privare le regioni ad autonomia ordinaria della potestà legislativa concorrente – accusata di essere la causa dell’immane contenzioso costituzionale stato-regioni – esonerando, nel contempo, le sole regioni a statuto differenziato dall’applicazione immediata delle disposizioni contenute nel capo IV della riforma, dotandole, sostanzialmente, di strumenti di veto presenti solo in maturi stati federali? Ammesso che la disposizione, certamente gradita agli autonomisti, non sia il frutto di un errore di scrittura e ammesso che i “Sì” alla riforma prevarranno sui “No”, si porrà l’esigenza di definire la condizione attuale delle autonomie speciali in relazione anche alla sorte della clausola di maggior favore contenuta nell’art. 10 della legge costituzionale n. 3/2001 e al subentro degli artt. 9/12 della legge 243/2012 sul “pareggio di bilancio”.

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Massimo Greco Nato a Enna il 29 marzo 1968 ed ivi residente in Enna in Contrada San Calogero snc. Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l’Università di Palermo nel 2001 con il voto di 110/110 e lode. Corso di perfezionamento in Polizia Giudiziaria e Master di II° liv. in Politiche del Terzo Settore conseguiti negli anni 2004/2007. Cultore di politiche Pubbliche e di Diritto Pubblico Italiano e Comparato. Dottorato di ricerca in Sociologia dell’Innovazione conseguito presso l’Università Kore di Enna nel 2016. Giornalista pubblicista. Collaboratore dei quotidiani online LeggiOggi.it, ViviSicilia.it, Madonie.info e Liberamente-enna.it. Saggista ed autore di articoli di diritto costituzionale, di diritto amministrativo, di diritto tributario, di diritto dei servizi pubblici di diritto delle autonomie locali pubblicati in riviste specializzate. Funzionario direttivo dell’Amministrazione Regionale Siciliana dal 1991 ed attualmente in servizio presso la Soprintendenza BB.CC.AA di Enna. Formatore interno dell’Amministrazione regionale dal 2012. Consigliere Provinciale e Presidente del Consiglio Provinciale di Enna dal 1994 al 2013.

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