Quattordici domande sull’immigrazione, risponde Giuliana Sanò, Antropologa

Di Valentina Rizzo
14 domande sull’immigrazione, risponde Giuliana Sanò, Antropologa

Abbiamo tutti un’opinione sul tema dell’immigrazione, ma pochi dati reali. Grazie alla dottoressa Giuliana Sanò abbiamo qualche risposta.
Giuliana ha lavorato dal 2015 al 2017 come operatrice legale in diversi progetti SPRAR di Messina. Ha tenuto un corso di formazione nell’ambito del progetto Silver, promosso dall’azienda sanitaria provinciale e destinato a operatori dei centri di prima accoglienza e al personale infermieristico della provincia di Messina.
Dal mese prossimo lavorerà come ricercatrice antropologa per la fondazione Demarchi (TN) e condurrà una ricerca etnografica sui percorsi abitativi e lavorativi dei cosiddetti diniegati, ossia coloro che non hanno ottenuto il riconoscimento della protezione internazionale.

Grazie Giuliana per avere accettato di rispondere a qualche domanda.
Prima di rispondere alle domande, ci tengo a fare una precisazione che dal mio punto di vista risulta sempre necessario fare. Le mie conoscenze e la mia esperienza rispetto al tema dell’accoglienza e dei richiedenti/titolari di protezione internazionale sono chiaramente parziali e riguardano soprattutto la provincia di Messina. Faccio questa precisazione perché queste questioni, più di altre, risentono del carattere estremamente frammentato e diversificato delle pratiche di accoglienza, ma anche della discrezionalità che caratterizza il sistema burocratico e istituzionale. Lo sono a tal punto che a distanza di una settantina di chilometri (la distanza che c’è tra Messina e Catania) ritroviamo pratiche, procedure e prassi istituzionali e amministrative totalmente differenti. Ma anche all’interno dello stesso territorio, i rapporti che le singole cooperative intrattengono con l’ente locale, con la prefettura o con il Servizio Centrale cambiano radicalmente, favorendo o pregiudicando, ( a seconda dei casi e delle relazioni personali) la buona riuscita di un progetto o il fallimento di questo.

L’opinione più diffusa è che gli immigrati arrivino tutti in Italia. È così?
No, certamente no. Quella italiana non è l’unica meta e quella del Mediterraneo centrale non è l’unica rotta migratoria. Altre due rotte sono quella del Mediterraneo orientale e quella che dal Marocco conduce alla Spagna meridionale. Esistono poi le rotte aeree e quelle terrestri che non riguardano l’Italia, ma il centro Europa così come l’Est e il Nord Europa.

“Non possiamo accoglierli tutti”. È vero?
Il problema dell’accoglienza, da più parti sollevato e quasi sempre ridotto a una questione di numeri, ha – dal mio punto di vista – una matrice diversa da quella che i media e la politica ci propongono quotidianamente. I problemi che realmente affliggono l’accoglienza riguardano l’inadeguatezza delle strutture e dei centri di accoglienza; l’impreparazione e la mancanza di esperienza di una buona parte di operatori e di operatrici dell’accoglienza; la poca vigilanza degli organi competenti sulle cooperative e sugli enti gestori dei centri di accoglienza; l’improvvisazione di associazioni e di cooperative normalmente impiegate in altri settori e che solo per ragioni di convenienza economica hanno dirottato i loro interessi nel settore dell’accoglienza; la mancanza di omogeneità nelle pratiche e nelle procedure che riguardano i percorsi burocratici, giuridici e amministrativi dei richiedenti/titolari di protezione. La domanda che mi poni su quanto sia effettivamente realistico il problema numerico dell’accoglienza, espresso nella formula “non possiamo accoglierli tutti” è legata a doppio filo alla domanda sui rapporti tra l’Italia e l’Europa e se la prima sia stata o no realmente abbandonata dalla seconda.

Ed è così?
Personalmente non leggo la questione in questi termini. Non si può certamente negare che l’Italia, in quanto paese di frontiera, affronti molte più criticità di altri paesi. Ma l’Italia non è l’unico paese di frontiera e, come si diceva prima, la rotta migratoria non è solo quella del Mediterraneo Centrale. Per cui esistono altre frontiere e altri paesi sono coinvolti nell’accoglienza dei migranti (la Grecia, l’Ungheria, la Serbia per fare solo qualche esempio). Io credo che l’Italia abbia fatto dell’abbandono da parte dell’Europa una sindrome e che questo sia dovuto ai rapporti politici e alle relazioni economiche che il nostro paese intrattiene con il “centro” dell’Europa. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che l’Italia si sia assunta la responsabilità di siglare degli accordi scellerati con la Libia, facendosi carico di una responsabilità enorme nei confronti delle centinaia di persone attualmente detenute nelle carceri libiche e che in nome di questi accordi sono anche morte. Nella mia lettura, l’Italia ha voluto, con questo gesto, rivendicare la posizione di forza che riveste nello spazio internazionale per guadagnarsi la stima dell’Europa, aderendo a dinamiche molto classiche, ossia quelle che normalmente legano le “periferie” ai “centri” e che delegano alle prime “il lavoro sporco”.
Personalmente, ritengo che la questione non sia se l’Italia possa o non far fronte all’arrivo dei migranti, ma se l’Italia sia o non la destinazione che questi vogliono raggiungere. Il vero problema non è stabilire in che termini l’Europa sia colpevole di aver scaricato sull’Italia il “peso” dell’accoglienza, ma interrogarsi su come – attraverso l’applicazione del regolamento Dublino che di fatto impedisce a chi fa ingresso in Italia di fare domanda di asilo in un altro paese dell’Europa – l’Europa impedisca ai migranti di lasciare l’Italia per: ricongiungersi con i propri familiari, lavorare in un paese in cui esistono maggiori opportunità, ricollocarsi sulla base di necessità, aspettative e possibilità personali.
In questo scenario di immobilismo e di immobilità, dovuto ai regolamenti europei, l’Italia avverte quindi il “peso” dell’accoglienza. Ma lo stesso vale per i migranti che molto spesso si sentono “intrappolati” in Italia, dovendo rinunciare a molto. Per cui si innesca un clima di insofferenza generale. Esistono, però, diversi casi in cui l’accoglienza è divenuta un’opportunità (non in termini economici) ma di sperimentazione di pratiche e di percorsi che a lungo andare hanno dato degli ottimi frutti dal punto di vista della “convivenza” e delle relazioni. Bisognerebbe, in effetti, riflettere di più su un dato che è ormai incontrovertibile: il numero enorme degli italiani che sono emigrati e compararlo con i migranti che sono arrivati. Ecco, se riflettessimo di più su questi dati ci renderemmo conto di quanto il problema reale del nostro paese non siano coloro che arrivano, ma quelli che vanno via perché le condizioni lavorative attuali non consentono in molti casi di restare.
Devo ammettere che i progetti di ingegneria sociale non mi appassionano, per cui non mi sentirei di dire apertamente che l’Italia dovrebbe approfittare dell’arrivo dei migranti per rimpiazzare chi è andato via, attraverso le logiche del ripopolamento dei vecchi centri o borghi disabitati o del recupero dei “vecchi” mestieri, perché in molti casi si dà per scontato che la gente voglia vivere in un posto isolato e disabitato (ci sarà un motivo per cui è stato abbandonato) e che voglia fare un mestiere per cui magari non è portato o da cui non è minimamente attratto. Detto questo, posso però sicuramente dichiarare l’imbarazzo che provo quando mi trovo a ri-scoprire un’ Italia sempre più vecchia, un’Italia che, giusto per fare qualche esempio, fa fatica a immaginarsi cosmopolita; che prova sdegno davanti alle coppie miste; che non si apre a niente che non sia già conosciuto o che nel migliore dei casi attribuisce a un piatto di sushi l’esperienza più estrema (ed esotica) che è in grado di sostenere; in cui fa notizia la laurea o l’abilitazione a una professione da parte di un/una cittadino/a straniero. Tutto questo mi provoca un forte imbarazzo e credo che l’Italia dovrebbe davvero cogliere in questo senso l’opportunità di cambiare, di migliorarsi e di scrollarsi di dosso un po’ di pregiudizi venendo a contatto con gli “altri”.

Che significa “aiutarli a casa loro”?
“Aiutarli a casa loro” non significa letteralmente niente. Ricordo che quando partecipai alla scrittura della Carta di Lampedusa uno dei diritti previsti dalla Carta era il “diritto a restare” (a restare nei paesi di origine). A questo legittimo e sacrosanto diritto, gli autori e le autrici della Carta facevano però precedere una serie di doveri che l’Italia e l’Europa dovevano impegnarsi a rispettare nei confronti dei migranti, ma anche delle popolazioni dei contesti di partenza, a cominciare dalla smilitarizzazione dei territori, dalla cessazione di attività nocive e dannose per quei paesi e quelle popolazioni, dal punto di vista ambientale, economico e politico.

Perché prima non c’era la questione dell’immigrazione?
L’immigrazione (così come l’emigrazione) e le questioni a essa connesse non costituiscono un fatto nuovo. Le novità, in questo senso, riguardano la trasformazione dello status giuridico e della terminologia giuridica assegnati a coloro che migrano. Mi riferisco all’applicazione dello status di richiedente asilo, in opposizione a ciò che brutalmente viene definito come “migrante economico”. Per la verità, infatti, i cambiamenti più evidenti non si registrano tanto nella natura della migrazione –prima economica, adesso politica – quanto nella costruzione di una specifica categoria di migrante, la quale, evidentemente, esclude tutte le altre. Ma più ancora, le trasformazioni avvenute nell’ambito dell’immigrazione sono riconducibili alla realizzazione di un sistema, quello dell’accoglienza, che ha letteralmente soppiantato la funzione delle precedenti migration-chains. Questa domanda è fondamentale perché, in realtà, rivela quale è veramente oggi la questione migratoria, su cosa di fonda e quali percezioni produca. Il clima di intolleranza montato in questi ultimi tempi mostra quanto questi cambiamenti abbiano profondamente inciso nella percezione dei cittadini.

Se sempre è esistita, cosa è cambiato a tal punto da farla sembrare un fatto nuovo?
E’ cambiato che con lo sviluppo del sistema di accoglienza, per come lo conosciamo oggi, i migranti vengono colpevolmente definiti come degli “assistiti”, dei“mantenuti”, dei “parassiti” dello stato. Con ciò non intendo chiaramente dire che il sistema di accoglienza vada ridimensionato, tutt’altro. Anzi, dovrebbe essere migliorato e ridisegnato sulla base dell’accoglienza diffusa. Intendo dire che le percezioni – in quanto tali e molto spesso prive di fondamento – sono comunque uno strumento di lettura della realtà e dei cambiamenti in atto.

Quante figure professionali  italiane hanno trovato lavoro grazie all’immigrazione?
Le figure che hanno trovato occupazione nel campo dell’accoglienza sono diverse, sebbene io non parlerei di figure specifiche, con qualche eccezione, perché quello che più spesso si verifica in questo settore è l’inserimento di lavoratori e lavoratrici con dei compiti molto generici, non bene identificati né propriamente definiti. Fatta eccezione per quelle categorie, quali: psicologi/ghe; assistenti sociali, educatori/trici e mediatori/trici, tutto il resto confluisce in quella generica figura dell’ “operatore/trice” con l’unica variante dell’operatore/trice legale che, teoricamente, dovrebbe occuparsi della documentazione e della preparazione dei richiedenti all’audizione presso le Commissioni Territoriali, ma non di rado finisce a fare anche attività che esulano dai propri compiti. Meriterebbe un discorso a parte la figura dell’antropologo/a impiegata in questo settore poiché, in questo caso, la condizione degli operatori/trici antropologi/ghe – che sono moltissimi – è ancora più complessa, se non quando perversa. Gli antropologi e le antropologhe sono doppiamente penalizzati sia nei casi – molto rari – in cui la committenza riconosce loro uno specifico sapere ma ha difficoltà a riconoscere contrattualmente la professione, sia nei casi – più frequenti – in cui oltre a non riconoscere contrattualmente la professione, la committenza mortifica e sminuisce i saperi dell’antropologia.

Ci fai un quadro della Sicilia?
Beh, volendoci strettamente attenere ai numeri certamente la Sicilia è la regione che, banalmente, conta il maggior numero di sbarchi, ma – cosa meno banale – anche il maggior numero di centri e di strutture destinati all’identificazione dei migranti e all’accoglienza dei richiedenti e titolari di protezione. Dico che è meno banale, ma forse mi sbaglio. È meno banale perché mentre il maggior numero di sbarchi è dovuto alla posizione geografica della Sicilia, difficilmente negoziabile; il maggior numero di centri e di strutture si spiega grazie all’esistenza di una condizione – evidentemente anche questa non negoziabile – di perifericità strutturale dell’isola, tale per cui l’accoglienza in Sicilia ha finito col diventare una fonte inesauribile di approvvigionamenti e di fondi il più delle volte mal spesi e utilizzati in maniera impropria, ma anche il luogo a cui destinare la costruzione di strutture detentive come gli Hot-spot. Per così dire, cambiano i tempi ma la questione meridionale non passa mai di moda, così come il ruolo di colonia interna assegnato alla Sicilia, laboratorio di sperimentazioni e pratiche che poi verranno successivamente replicate altrove.

Come funzionano, brevemente l’accoglienza?
L’accoglienza funziona come una filiera: centri di primo soccorso e assistenza, hotspot per l’identificazione di chi è meritevole o no di avere accesso alla richiesta di protezione internazionale, centri di prima accoglienza, centri di seconda accoglienza.
Per farla breve, i migranti passano da un anello all’altro di questa filiera, ad eccezione di quelle categorie ritenute vulnerabili che – anche se non sempre – vengono direttamente collocate nei centri di seconda accoglienza. Non sempre perché, in realtà, questo sistema somiglia più a un terno a lotto o a un tiro di dadi: in qualche caso ti va bene e vieni destinato alla seconda accoglienza, in altri no. Purtroppo, dato anche il minor numero di centri di seconda accoglienza rispetto a quelli di prima è più probabile che si verifichi il contrario, ossia che anche se in presenza di esigenze particolari (famiglie, donne sole) o di quelle che vengono considerate come “vulnerabilità” (vittime, vittime di tratta, persone affette da malattie o da disagio mentale, minori non accompagnati) le persone vengano assegnate alla prima accoglienza. C’è però da dire che in molti contesti del centro e nord Italia la prima accoglienza è stata radicalmente rivista e trasformata sul modello della seconda e, al contrario, la seconda accoglienza – questo dappertutto – viene gestita come o peggio della prima.

Quali sono le condizioni delle donne con i bambini o delle donne incinte?
Come ti dicevo prima vi sono casi in cui i minori non accompagnati e le donne con bambini vengono affidati alla seconda accoglienza, per cui teoricamente a questi verrebbe risparmiato il continuo spostamento da un luogo all’altro. Esistono degli SPRAR per minori non accompagnati e anche per donne sole, incinte o con bambini a carico. Nella mia esperienza, diverse donne al momento dello sbarco sono state condotte o in ospedale a partorire o direttamente nelle strutture di seconda accoglienza. Vi sono casi in cui per mancanza di posti le donne vengono temporaneamente ospitate nei centri di prima accoglienza in attesa che si liberi un posto in seconda. Le ragazze e le donne sole, invece, dovrebbero perlomeno andare in centri riservati a donne, ma questo in realtà succede molto raramente. Per i minori non accompagnati è un po’ diverso perché esistono sia centri di prima che di seconda accoglienza riservati ai minori per cui i minori finiscono egualmente in prima o in seconda accoglienza, non hanno in questo senso una via preferenziale alla seconda accoglienza.

Qual è il problema principale relativo alla gestione dei centri secondo te?
Ti rispondo con una non risposta, la stessa che mi ha dato un mio intervistato. Alla domanda (preconfezionata, ci tengo a dirlo) che cosa secondo te non funziona di questo sistema, la risposta è stata: il sistema!
Lo so che è generica come affermazione, ma in realtà dice molto. Dice di quanto sia problematico tutto quello che diventa sistema, perché il sistema per funzionare ha bisogno di falle, di inceppi e di guasti. Ora, questi inceppi e questi guasti possono essere una risorsa, possono aprire un varco all’azione collettiva o dei singoli. Tutto sta in quella cosa che amiamo chiamare resistenza, la quale esiste soltanto perché si dà in opposizione a qualcos’altro. E questo qualcos’altro che ci distrugge, molte volte ancor prima che ci si possa opporre.

Che cos’è un mediatore culturale?
Questa è la domanda delle domande. Partiamo da cosa non è: un interprete o un traduttore. Cos’è un mediatore lo dice un po’ la parola stessa, anche se mi piacerebbe più capire che cosa fa. Ma questo perché sono convinta che sia sempre meglio dire che si fa una cosa piuttosto che si è, lo trovo un po’ riduttivo in termini ontologici.
Un mediatore è senz’altro una figura decisiva in questo sistema, anche se per la verità molto spesso ridotta al ruolo di traduttore (sia di lingue veicolari sia di lingue locali). Ma è anche una figura, e una posizione direi, un po’ scomoda quella del trovarsi- in- mezzo, soprattutto quando dalla committenza o dai colleghi operatori viene utilizzata (e lo visto fare in moltissimi casi) non per comprendere o, semplicemente, per afferrare cosa vuole dirmi il migrante, ma per convincerlo che lui ha torto e loro hanno ragione. Il mediatore dovrebbe avvicinare, mediare, negoziare due o più posizioni, non convincere o ammaestrare gli ospiti a diventare dei “bravi” ospiti.

Ho raccolto una domanda e un’opinione, diffuse nel mio allargato giro di conoscenze, che mi hanno imposto la necessità di questa breve intervista: “tra di loro immigrati si aiutano?”:
Ci sono situazioni in cui si crea un movente di solidarietà, soprattutto quando c’è bisogno di “rivoltarsi” e poi, passato il momento, si dilegua. Poi ci sono casi in cui ci si presta aiuto dal punto di vista economico, chi sta meglio dona a chi sta peggio. Però è sempre molto relativo e non credo si possa individuare uno spazio entro il quale la solidarietà si fa più evidente solo per il fatto di ritrovarsi in una situazione comune, quella dello “straniero”. Non so, molto spesso tendiamo a pensare che in certi ambienti e in certi spazi la solidarietà sia quasi un dovere: perché si è tenuti insieme dal fatto di essere stranieri o di appartenere alla stessa “comunità”. I legami di solidarietà esistono e sono anche tanti, ma secondo me si vedono più fuori che dentro l’accoglienza. Quando, cioè, come dicevo prima a proposito del sistema di accoglienza, sono le reti e le relazioni tra persone ad avere un peso determinante e l’accoglienza è ormai alle spalle.

Il secondo dato raccolto riguarda il sentimento di gratitudine, quasi incondizionato, che gli italiani credano debbano avere gli immigrati.
Non possiamo generalizzare. A condizioni di vita inumane e degradanti come quelle che si presentano nei CARA o in molti centri di accoglienza ovviamente la reazione non può che essere quella di rivoltarsi a tutto questo. Non potrebbe e non dovrebbe essere diversamente, dal mio punto di vista. Detto questo, l’accoglienza in alcuni casi diventa fonte di stress per chi è costretto a rimanervi, ma soprattutto per chi si trova nella condizione di chi deve aspettare: la commissione, il permesso, i soldi, e così via. Il tempo dell’accoglienza è per definizione il tempo dell’attesa e, in quanto tale, cronicizza degli aspetti di insofferenza, di stress e di angoscia. In altri casi, l’accoglienza è una fase in cui oltre ad attendere si presentano anche delle opportunità che vanno colte e afferrate, anche perché il futuro è letteralmente un’incognita. In questo senso, l’accoglienza può in alcuni casi divenire il luogo dell’accumulazione (di servizi, di beni) ma anche della capitalizzazione di esperienze. Certamente lo scarto tra una reazione e l’altra è dato dal luogo e dalle condizioni materiali in cui ci si trova, tutto il resto credo sia molto personale.

Qual è il futuro che una persona immigrata può immaginare?Dopo le passate elezioni e i provvedimenti adottati già dalla precedente classe politica (Decreto Minniti in testa) non credo ci sia spazio per immaginarsi adesso un futuro. Dobbiamo ancora lottare per il presente.

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