QUANDO L’ABITO NON FA IL MONACO “Perché Sant’Elia porta un abito da monaco italo greco e non da Basiliano?”

QUANDO L’ABITO NON FA IL MONACO

“Perché Sant’Elia porta un abito da monaco

italo greco e non da Basiliano?”

Questa sembra essere stata la polemica che ha interessato alcuni cultori della storia cittadina in occasione dello svelamento e benedizione della statua di Sant’Elia di Enna durante la solenne celebrazione avvenuta il 4 maggio nella Chiesa del Carmine.

La statua di Sant’Elia donata alla città, da un anonimo benefattore, realizzata ad Ortisei in legno di Tiglio, raffigura il santo ennese in abiti da monaco italo – greco.

Nella realizzazione dell’opera si è tenuto conto degli elementi tipici degli abiti dei monaci italo – greci in uso nell’Italia meridionale bizantina al tempo in cui visse il nostro santo.

I primi monaci cristiani indossano semplici vesti e solo nel corso del IV e V sec. compaiono testimonianze di precisi elementi tipici di un abito monastico realizzati secondo i materiali che i monaci potevano reperire nei luoghi dove vivevano, spesso si trattava di vesti di lino o lana di pecora.

A riguardo vi sono due chiare testimonianze relative alle parti di cui si compone l’abito monastico: sono di Evagrio, il “Trattato pratico dell’Oriente Cristiano” e le “Istituzioni” di Cassiano, in essi compaiono questi elementi:

– il KOU KOULLION / Cuccullus – una sorta di mantello munito di cappuccio,

simbolo della grazia di Dio;

– la COLOBION – una tunica di lino ;

– l’ANALABOS – uno scapolare che per Evagrio cinge le spalle a forma di croce

Simbolo della fede in Cristo;

– la ZONE – una cintura – simbolo della castità del monaco;

– la MELOTE – mantello di pelle di pecora o montone, simbolo di una vita dedita

agli spostamenti nel deserto;

– il BASTONE – metafora dell’albero della vita, riconduceva agli antichi profeti.

Le testimonianze iconografiche di riferimento sono: le miniature del Menologion di Basilion (979 – XI Sec.) e quella dello Skylitzes XII sec. di Madrid, immagini che aiutano a visualizzare meglio l’abito che i monaci italo – greci indossavano nel tempo in cui visse Sant’Elia.

Appaiono pertanto inadatte iconografie del Santo realizzate nei secoli successivi in ambiente latino che non tengono conto del contesto in cui è vissuto il Santo ennese, e che lo raffigurano in abiti da basiliano, simili a quelli benedettini.

Così come errato è il riferimento all’appellativo “basiliano” poiché nel monachesimo orientale non esistevano ordini monastici tipici del cristianesimo romano.

Quindi le raffigurazioni di Sant’Elia come monaco basiliano che troviamo ad Enna in una tela del Duomo opera di Vincenzo Ruggieri del 1672, in una copia della stessa, esistente nella Chiesa di San Giovanni e in un disegno di P. Giovanni dei Cappuccini nella Storia di Castrogiovanni, non sono attendibili, per i seguenti, evidenti motivi:

I monaci basiliani sono monaci sia di rito greco che latino, anche se spesso vengono erroneamente indicati come basiliani tutti i monaci di rito greco (come è avvenuto per Sant’Elia).

Dal XVI secolo fino ad epoca recente infatti si è creduto in occidente che tutti i monaci cosiddetti “greci”, cioè di disciplina bizantina, senza differenza di paese e di lingua, fossero «basiliani», costituiti in grande ordine, anzi, che quest’ordine fosse l’unico riconosciuto dalla Chiesa impropriamente detta “greca”.

I monaci orientali, per loro natura, sono monaci di un determinato monastero e non membri di corporazioni più vaste.

Sant’Elia di Enna, definito dagli stessi orientali il santo della Chiesa Universale Una e indivisa, dopo lo scisma d’Oriente avvento nel 1054, venne raffigurato nel tempo con abiti differenti secondo le tradizioni monastiche proprie delle due chiese.

Impossibile, quindi, far riferimento ed attingere ad una iconografia certa ed attendibile alla quale ispirarsi per la ricostruzione dell’abito.

La grandezza di Sant’Elia non sta’ nell’abito che porta.

Ritengo che sia fuorviante innescare sterili polemiche che creano divisioni impoverendo così lo spirito che una comunità dovrebbe avere.

Guardate Sant’Elia come modello di santità ammirando lo splendore della sua testimonianza di fede, al potenziale aiuto della sua fraterna intercessione presso il Signore, al contributo significativo al dialogo ecumenico che può portare la comune venerazione della sua figura con gli ortodossi.

Mi auguro che la nostra comunità sappia riscoprire e venerare l’unico santo ennese, vera guida spirituale illuminata che può condurre con la sua potente intercessione, se invocata, ad un’autentica rinascita della nostra città.

23/05/2018 Prof. Roberto Raciti – Francesco Gatto.

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