L’Importanza della Poesia – di Vincenza Cannella

Sembra che in uno dei vicoli del centro storico di Palermo compaia una scritta. Qualcuno, non si sa chi, ha scelto lo spazio inosservato di una parete scorticata e di un vecchio manifesto ormai sbiadito, per scrivere: “la poesia serve disperatamente”.
Chi lo avrà scritto? Un giovane, un anziano, una donna, un uomo? Perché averlo scritto? Di quale storia ci parla? Perché il nostro sconosciuto ha deciso di fermarsi a scrivere questa frase?
Ciò che colpisce è la distanza tra la semplicità e l’essenzialità di una forma grafica, il contesto che la ospita e la potente forza evocativa che il contenuto del messaggio inevitabilmente trasmette. La poesia serve….. e serve disperatamente. Il nostro writer sembra aver voluto offrire a chi passava un monito, un richiamo, un appello urgente.
È ben noto quanto le scritte sui muri abbiano da sempre avuto in sé una forza comunicativa particolare: dichiarazioni d’amore, messaggi di speranza, ma anche denunce e insulti tracciano pareti, muri di edifici, mezzi di trasporto di qualsiasi luogo. L’intento di chi incide una frase su un muro sembrerebbe quella di renderla il più possibile visibile, per quanto il più delle volte a questa venga concesso solo lo sguardo di qualche passante distratto.
In un momento storico come il nostro che dipinge giorno per giorno una post-modernità profondamente caratterizzata dal dominio imperante della tecnologia il contenuto di questa frase parrebbe esprimere un paradosso. Mi piace pensare che il messaggio abbia qualche collegamento con lo stravolgimento del reale che l’era tecnologica della comunicazione post-moderna sta determinando negli ultimi anni e di come questo abbia mutato il modo di entrare in relazione con l’altro. E con sé stessi.
“Ad interessarci non è più l’altro” – spiega Daniele La Barbera studioso della comunicazione virtuale – ma “l’altrove”, che non è di certo il mondo sovrapersonale cui si rivolgeva Giacomo Leopardi quando nel suo Canto Notturno interrogava la luna, ma ciò che La Barbera chiama “metaspazio” ovvero lo spazio dell’altrove, termine utilizzato per definire quel comportamento di ricerca di spazi diversi da quelli in cui ci troviamo fisicamente, il rivolgersi ad un altrove che non è più quello della relazione con l’altro presente. Una conseguenza, aggiunge ancora La Barbera, è il diffuso fenomeno del “phubbing” ovvero la tendenza a ignorare, snobbare o trascurare una persona di fronte a noi, scegliendo di controllare ossessivamente lo smarthphone. Credo che chiunque negli ultimi tempi abbia fatto esperienza di questa spiacevole sensazione. Tuttavia, questi fenomeni appena descritti caratterizzano forse l’aspetto più soft e meno allarmante di altri in cui il disconoscimento dell’altro raggiunge quei livelli agghiaccianti di cui sono i pieni i tg. Mi riferisco ai giovani e meno giovani che si rendono protagonisti di rituali di disumanizzazione quali video di stupri, violenze o pestaggi anche nei confronti dei più deboli, sistematicamente fatti circolare nel web. Gesti e comportamenti ben lontani dall’analfabetismo emotivo con cui un tempo si cercava di spiegare tali fenomeni di violenza (come ad es. il bullismo), che oggi invece sono tragicamente ispirati da una vera e propria crudeltà.
Mi trovo pienamente d’accordo nel raccogliere l’invito recente del noto filosofo Umberto Galimberti, che in maniera tanto provocatoria quanto utopica propone alla società giovanile la possibilità di fare volontariato quasi come una sorta di rito di iniziazione: un’educazione al bene, necessaria e urgente in risposta ai continui episodi di violenza e, della ancor più grave e scioccante, “spettacolarizzazione della violenza”. Ancora di Galimberti, a tal proposito, è il monito di educare al sentimento. Un sentimento che oggi sembra essere stato sostituito da un più diffuso “sentimentalismo”. Quasi una parodia del sentimento, una esteriorizzazione delle emozioni che difficilmente si accompagna ad uno sguardo all’interno, proprio e degli altri. L’urgenza di un’educazione al bene può essere rintracciata anche nella riflessione di pochi giorni fa, pubblicata sul Corriere della Sera, del filosofo francese Bernard Stiegler, che ci parla persino della necessità di ripensare e riavviare l’economia in chiave etica. Il che è tutto dire.
Piccoli stralci e brevi descrizioni queste, di una realtà molto più complessa e in continua trasformazione di cui tuttavia non si possono ignorare i volti oscuri.
Mi incuriosisce ancora quella scritta sul muro. Mi piace fantasticare e credere pertanto, che quel monito al di là delle possibili motivazioni personali per cui è stato scritto, si sintonizzi con un bisogno collettivo profondissimo di ricontattare il mondo interno delle emozioni, proprie e dell’altro, ciò che Carl Gustav Jung, uno dei più grandi psicoanalisti del ‘900, avrebbe auspicato come un ritorno all’anima.
Vincenza Cannella

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