La tragedia dei fuggiti dalla guerra: Giuliana Scillia, il Diario di giornalista-volontaria ennese tra i rifugiati in Grecia

Salonicco, Grecia. Anno 2017. 15esimo giorno. Diario di bordo numero… zero. Sarà sempre zero.
Se c’è una cosa che s’impara non appena arrivati, è che tutto può accadere e cambiare in un attimo, ma in fin dei conti tutto rimane uguale da troppo tempo.
Nella culla della civiltà la contraddizione si spreca. Vergogna e bellezza convivono e fanno a lotta per chi metterà radici più profonde.
I campi di rifugiati (ne parliamo normalmente come fossero cavoli) cominciano a svuotarsi. Iniziano le migrazioni verso quelli che chiamano “hotel”, per restituirci un’immagine più degna di una condizione crudele, ma che sono semplicemente campi sotto un tetto.
Migrano prima i “vulnerabili” donne e bambini. Mentre gli altri annegano nella loro fragilità più bassa in statistica. La sensazione più forte è restituita dal silenzio. Fuori dalle tende alcune paia di scarpe, alcuni giocattoli rotti, un po’ di cibo lasciato a marcire. Sono appena andati via, in fretta. Vi ricorda qualcosa?
L’odore di fango e sterco arriva prepotente assieme al freddo a pungere le narici. Chi rimane non è spaventato, non è turbato o arrabbiato. È spento. Sono spenti gli occhi dei bambini che t’invitano a giocare, come lo sono quelli di chi ti chiede risposte che non hai.
Le loro voci rotte raccontano di figli spariti, madri, sorelle e figlie violentate, familiari dispersi, dei furti di quegli unici documenti che attestavano un’identità.
“Benvenuti” gli abbiamo gridato fino a raggiungerli ovunque fossero. Benvenuti in Europa! Benvenuti in gabbia! Le loro storie fanno sanguinare l’udito. Violentano la psiche. Rimangono intrappolate nella retina in maniera così audace che pesa anche chiudere gli occhi per addormentarsi.
E in questo inferno in terra, di cui ci si dimentica facilmente, arriva la bellezza. Arrivano gli uomini e le donne reali, i giovani e i meno giovani. Non i governi, non le istituzioni, non i giornali. Arrivano coi loro sorrisi e le loro paure, volontariamente, per abbracciare chi nel quotidiano additiamo come “straniero”, “nemico”, “terrorista”. Lo abbracciano, lo vestono, lo cibano, lo ascoltano, forniscono qualunque cosa occorra. E la bellezza innesca bellezza. Tutti aiutano tutti. I bambini tornano a sorridere e gli adulti tornano liberi di piangere.
15 giorni a bordo dell’ambulanza della Ong Rowing Together, sono una scuola di vita. Un piccolo team su quattro ruote che ti apre una finestra su un mondo brutale e quando senti che non puoi quasi respirare, ti poggia una mano sulla spalla e t’insegna a guardare meglio, a riconoscere quell’invasione di umanità che supera ogni frontiera e per cui vale la pena continuare a lottare. Rifugiati e volontari, intensamente insieme, in attesa.
Siamo arrivate che c’era ancora la neve. Andiamo via guardando il mare. Adesso sappiamo quanta dualità esiste in questi elementi, così come in una terra come la Grecia e alla radice di tutto, nell’uomo. O meglio adesso noi la percepiamo. Loro lo sanno.
È ora di saluti. Un ragazzo, vent’anni, mi chiede perché d’un tratto non è più considerato un essere umano. Una bambina, sette anni, mi regala delle bustine di tè per riscaldarmi. I loro sguardi urlano “portami via” ma ti stringono forte e ti ringraziano per ciò che stiamo facendo per loro.
L’unica risposta possibile è:” perdonateci!”

Giuliana Scillia

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