Il segretario regionale della Filctem Cgil Giuseppe D’Aquila sul referendum del 17 aprile

Referendum 17 Aprile: D’Aquila (Filctem Cgil Sicilia)
“Il dibattito si rivolge alla pancia della gente. Il Paese ha perso una grande opportunità di dibattito su temi di grande strategicità”.
“Il dibattito sul Referendum del 17 aprile si sta rivolgendo alla pancia della gente. Il Paese sta perdendo una grande opportunità di dibattito su temi di grande strategicità. Non basta chiudere le raffinerie e tappare i giacimenti di idrocarburi dentro le 12 miglia per risolvere il problema della riconversione energetica del nostro Paese”.
Il segretario generale della Filctem Cgil Sicilia, Giuseppe D’Aquila, interviene a poghi giorni dall’apertura della consultazione referendaria sottolineando che l’Italia, Paese industrializzato, è  in quanto tale Energivoro per definizione; produce solo il 10% dell’energia necessaria utilizzando il migliore Mix energetico possibile (Gas e Rinnovabili) e la restante parte viene importata dalla Francia, dalla Germania, dalla Russia e dall’Algeria. Paesi che hanno scelto di determinare Mix energetici basati sul carbone (Germania) e dal nucleare (Francia). Il 90% dell’energia all’Italia necessaria che viene dunque importata, proviene da zone del mondo dove le restrizioni sull’ambiente sono ben diverse dalle nostre, naturalmente in peggio. Kirghizistan e Mozambico sono solo un esempio di una lunga lista.
“Rispetto a questo contesto, – sottolinea D’Aquila- che fatico a scovare nei meandri del dibattito referendario, difendo il lavoro e i lavoratori. Per questo, anche nel pieno rispetto dello strumento del referendum, voterò senza dubbio No. La teoria del “poi vedremo”, in assenza di un piano strategico e di una scelta politica “vera” di fondo, non solo non mi convince ma rischia di rappresentare un pericolo che il Paese e la Sicilia potevano farne benissimo a meno”.
Per il segretario generale di Filctem Cgil Sicilia, “Se vogliamo invece affrontare il tema su come posso determinare un cambiamento verso un processo energetico differente, qualunque esso sia, dobbiamo allore avere il coraggio di affrontarlo nella sua complessità. Senza ipocrisia e con rispetto di chi ha un’ opinione diversa .
Per questi motivi credo che il referendum, al di là del quesito alquanto vuoto, è stata una clamorosa opportunità sprecata. È stato infatti caricato di contenuti “inquinati” che non ci hanno consentito di affrontare i temi veri e nella sua complessità. È stato scelto il percorso più semplice ed abbiamo preferito parlare alla pancia della gente più tosto che alla loro testa. Abbiamo utilizzato tutti i mezzi per fuorviare il popolo italiano per evitare che questo entrasse nel merito di questioni complesse per le quali nessuno ha la chiave della verità. Di fronte a temi così complessi non ci è concesso semplificare e cedere alla tentazione di affidarsi a soluzioni “illuminate” di chi ha il dovere di spiegare “come” si realizzano le cose, soprattutto se le ripercussioni delle scelte le pagheranno gli altri.
“Il dibattito si rivolge alla pancia della gente. Il Paese ha perso una grande opportunità di dibattito su temi di grande strategicità”.
“In una Regione dove la disoccupazione giovanile è oltre il 50%, la polemica strumentale sui numeri dei posti di lavoro a rischio non ci deve appassionare”.
In Sicilia 4,2 miliardi di euro di investimenti potrebbero andare in fumo.
La domanda alla quale gli italiani dovranno rispondere il 17 Aprile riguarda la sorte dei permessi per estrarre idrocarburi in mare entro le 12 miglia sulle concessioni già esistenti. Il quesito è estremamente tecnico ma potrebbe avere delle conseguenze politiche ed industriali di rilievo per il futuro industriale del nostro Paese e per la Sicilia. Penso che in un processo industriale che nasce o che muore, i destini dei lavoratori sono sempre incerti; ciò non significa che se si dovesse raggiungere il quorum e dovesse vincere il “SI”, si perderanno un numero quantificabile di posti di lavoro.  La Filctem Cgil, attraverso il suo segretario generale Emilio Miceli, ha fornito dei dati verificati, utili al dibattito referendario che non può prescindere da talune questioni.  Da parte dei sostenitori del SI la polemica sulle cifre si è innescata immediatamente con argomentazioni poco chiare e che hanno causato ulteriore confusione in un dibattito già sterile. Nonostante ciò, la polemica sui numeri dei potenziali posti di lavoro che si potrebbero perdere (o non creare) non mi appassiona, la ritengo ingenerosa, e per alcuni versi squallida, nei confronti delle lavorarci e dei lavoratori coinvolti.  Il tema è complesso. I processi industriali si determinano con ingenti investimenti di denaro; sarebbe dunque necessario affrontare il tema in modo più ampio, e capire come generiamo denaro e scegliere, in questo caso, su quali processi energetici dobbiamo puntare, su quali processi industriali, con quali lavoratori, con quali professionalità e tecnologie. Non basta chiudere le raffinerie e tappare i giacimenti di idrocarburi dentro le 12 miglia per risolvere il problema della riconversione energetica del nostro Paese. Non basta, ahimè, neanche per risolvere le questioni dell’ambiente.  Bisogna semmai creare ed utilizzare risorse che possano accelerare un processo di riconversione energetica in chiave Green. E tutto ciò nel più breve tempo possibile, durante il quale dobbiamo costruire una convergenza di interessi necessaria per raggiungere tutti, un unico obiettivo. Politica, Istituzioni, cittadini, imprese, lavoratori, associazioni, nessuno si può sottrarre alle proprie responsabilità di fronte un tema di tale rilevanza per il nostro destino. Il nostro Paese industrializzato è, in quanto tale, Energivoro per definizione; riusciamo a produrre solo il 10% dell’energia necessaria utilizzando il migliore Mix energetico possibile (Gas e Rinnovabili) e la restante parte la importiamo dalla Francia, dalla Germania, dalla Russia e dall’Algeria. Paesi che hanno scelto di determinare Mix energetici basati sul Carbone (Germania) e dal nucleare (Francia). Il 90% dell’energia a noi necessaria che importiamo, proviene da zone del mondo dove le restrizioni sull’ambiente sono ben diverse dalle nostre, naturalmente in peggio, Kirghizistan e Mozambico sono solo un esempio di una lunga lista. Rispetto a questo contesto, che fatico a scovare nei meandri del dibattito referendario, difendo il lavoro e i lavoratori. Per questo, anche nel pieno rispetto dello strumento del referendum, voterò senza dubbio No. Se vogliamo invece affrontare il tema su come posso determinare un cambiamento verso un processo energetico differente, qualunque esso sia; se voglio contribuire ad imprimere un accelerazione ad un processo di transizione inevitabile verso una concreta de-carbonizzazione
dell’economia, devo avere il coraggio di affrontarlo nella sua complessità. Senza ipocrisia e con rispetto di chi ha un’ opinione diversa dalla mia. Per questi motivi credo che il referendum, al di là del quesito alquanto vuoto, è stata una clamorosa opportunità sprecata perché si è caricato di contenuti “inquinati” che non ci hanno consentito di affrontare i temi veri e nella sua complessità.  Abbiamo scelto il percorso più semplice ed abbiamo preferito parlare alla pancia della gente più tosto che alla loro testa. Abbiamo utilizzato tutti i mezzi per fuorviare il popolo italiano per evitare che questo entrasse nel merito di questioni complesse per le quali nessuno ha la chiave della verità.  Di fronte a temi così complessi non ci è concesso semplificare e cedere alla tentazione di affidarsi a soluzioni “illuminate” di chi ha il dovere di spiegare “come” si realizzano le cose, soprattutto se le ripercussioni delle scelte le pagheranno gli altri.  Le contraddizioni di questo dibattito, anche in Sicilia, se si dovesse raggiungere il quorum e dovessero vincere i Si rischiamo di pagarle care in termini ambientali e di sviluppo occupazionale. Non possiamo volere energia che deriva dal gas che estraggono in Africa e non farci alcune domande. Sarebbe ipocrita. Come non possiamo manifestare a Gela per rivendicare la riconversione di quel sito industriale in chiave Green se per l’80%, quegli investimenti (1,8 miliardi), dovranno provenire dall’estrazione di gas a Gela ed in Sicilia.  Non posso protestare davanti i tornelli della raffineria di Priolo perché mi è scaduto l’appalto e contestualmente lottare per bloccare l’espansione della piattaforma Vega A che genererà quasi 1000 posti di lavoro metalmeccanici attraverso un investimento di oltre 400 Milioni di €.  E non posso non considerare, che in Sicilia sono previsti su questi settori, investimenti per oltre 2,4 Miliardi di € (Accordo Regione, Assomineraria, Edison, Irminio ed Enimed) e che non possiamo buttarli via senza una valida alternativa.  La Sicilia ha bisogno di questi investimenti e di molti altri per riconvertire quei territori che hanno pagato il prezzo più alto in termini ambientali e sociali. Chi pensa però che al posto della raffineria di Gela si possa costruire un Valtur mente sapendo di mentire. La riconversione in chiave green ha un prezzo che nessuno vuole pagare, quindi quello che abbiamo va non solo salvaguardato ma rivendicato. Abbiamo bisogno di scelte politiche di peso e dobbiamo rifiutare la logica della demagogia incompetente. Non basta dire che in Sicilia, dove i dati sulla disoccupazione giovanile superano il 50%, manca il piano energetico. Devo cercare di capire come posso intervenire per tentare di determinarlo. Devo contribuire a fare sintesi e dare un orientamento a chi dovrà legiferare in tal senso. Sapendo, che se non riusciamo a creare una convergenza di interessi fra tutti gli attori, se non utilizziamo le risorse energetiche, compresi gli idrocarburi che abbiamo nel nostro Paese, in modo intelligente e strategico, saremo destinati a subire una inesorabile sconfitta innanzi tutto sui temi dell’ambiente e del lavoro. Non mi sembra quindi una grande idea, fornire l’ennesimo alibi alle “lobby del petrolio” che hanno tutto l’interesse di rimanere in italia in modo marginale e solo per prestigio ma in realtà i soldi li fanno all’estero. Queste, a partire da Eni che investe in Italia solo il 3% del suo montante complessivo, tentano di disinvestire in Sicilia in modo tanto eclatante quanto scandaloso nel silenzio assordante delle istituzioni, e noi non dobbiamo consentirlo.  Un disinvestimento di 4,2 Miliardi di € in Sicilia verso altri paesi del sud del mondo, dove è molto più semplice inquinare e fare speculazione finanziaria, sarebbe probabilmente l’ultimo passo verso il baratro della deindustrializzazione generalizzata. Se per una parte dei comitati per il SÌ siamo solo all’inizio di una grande battaglia “super ambientalista”, io credo invece che siamo all’inizio della fine. Verso la totale dipendenza energetica che non ci aiuterà di certo ad accelerare un processo di transizione che ha bisogno di imponenti investimenti e di scelte politiche precise. Il referendum è evidente che serve alle Regioni promotrici che, si sono sentite defenestrate con il decreto salva Italia di un ruolo, per carità importante, ma che non c’entra nulla con i temi che sono ruotati attorno al dibattito referendario di questi giorni. È palese che queste, vogliono utilizzare lo strumento del Referendum per dare un ceffone a Renzi che non li ha nemmeno convocati per discutere delle loro competenze. Un’accelerazione verso le energie rinnovabili è necessaria, l’impegno di Parigi è chiaro, ed anche in quel caso, è bene sottolineare, i paesi industrializzati sono rimasti ben distanti dal porsi la domanda sul “come” ridurre le emissioni.
Come in tutti i processi industriali abbiamo bisogno di scelte politiche e di investimenti importanti che dovrebbero e potrebbero derivare da parte delle produzioni di idrocarburi che estraiamo dal nostro territorio. La ricerca in Italia sulle rinnovabili è miope e di basso livello, non riusciamo a competere con i paesi industrializzati ne sul versante dei costi ne tantomeno su quello della qualità, ed anche in questo caso, si preferisce investire all’estero piuttosto che in Italia. Veicolare parte degli utili del sistema estrattivo per la realizzazione di energia pulita è una cosa che “si deve fare” con scelte strategiche di carattere industriale e politico che devono guardare ad un sistema ampio e molto complesso. La teoria del “poi vedremo”, in assenza di un piano strategico e di una scelta politica “vera” di fondo, non solo non mi convince ma rischia di rappresentare un pericolo che il Paese e la Sicilia potevano farne benissimo a meno.
Palermo li 13 Aprile 2016
F.to Il Segretario Generale  Filctem Cgil Sicilia
Giuseppe D’Aquila

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